Italodischi #1 2026 – Cantautori, cantautrici ed elettronica

Prima puntata dell'anno per la nostra rubrica dedicata ai migliori album italiani

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30 marzo 2026 • 7 minuti di lettura

Flavio Giurato
Flavio Giurato

Ben ritrovati, follower vecchi e nuovi di Italodischi, la rubrica che vi presenta periodicamente una selezione delle migliori uscite del pop italiano: soggettiva, parziale, discutibile e pertanto imperdibile.

Qui troverete un riassunto del meglio del primo bimestre del 2026, fatti salvi alcuni dischi particolarmente riusciti per aver meritato un trattamento a parte: Marta Del Grandi (qui la recensione), Zu (raccontati in questa intervista) e Neoprimitivi (il loro recente live è descritto qui).

Non di meno, una buona decina di altri dischi meritevoli è stata individuata: buona lettura e buon ascolto.

DA NON PERDERE

Larsen, Decalcomania

Trent’anni di carriera per i Larsen, storica formazione torinese di avant rock, ma la loro voglia di sperimentare e battere nuovi territori non è venuta meno neanche in Decalcomania, il loro ventesimo album. Già da tempo l’epopea noise è archiviata, e ora come non mai è l’elettronica a predominare nel sound della band; e la sua è una presenza strutturale, e non strumentale, poiché i loop e i pattern creati digitalmente sono spesso protagonisti, e la loro presenza è studiata per integrarsi con gli strumenti suonati; in particolare con un sax che assume spesso un ruolo importante – lo suona William Basinski, che peraltro produce l’album.

Questa messa in evidenza dell’elettronica è fondamentalmente diversa dall’uso che ne facevano le band coeve del post rock degli anni ’90, che la usavano più che altro come fondale per le loro derive sonore; al contrario, ci sono delle similitudini con i prime mover sperimentali della new wave, i vari Cabaret Voltaire, Coil, Tuxedomoon, che si esprimevano mettendo esplicitamente la tecnologia elettronica in primo piano. A parità di approccio, e con un suono aggiornato ai nostri tempi, rimane intatta l’intenzione di cercare di dire qualcosa di nuovo, e Decalcomania finisce con l’essere un disco ipermoderno e straordinariamente innovativo.

CANTAUTORATO IS FOR MEN?

Flavio Giurato, Il Console Generale

Internet ha fatto anche cose buone: per esempio, ha dato un po’ di visibilità a Flavio Giurato, che per molto, troppo tempo è rimasto un culto riservato a pochissimi, che ricordano con particolare ammirazione i suoi primi tre dischi, usciti a cavallo del 1980, misconosciuti e bellissimi.

Va detto che in mezzo secolo di attività Giurato non ha fatto molto per allargare il suo pubblico, riprendendo però a incidere negli anni zero, e approdando con questo Il Console Generale al suo ottavo album. Se Flavio non brilla per quantità, resta invece inattaccabile per qualità, confermando la sua cifra di cantautore tanto anomalo quanto efficace. Pur senza adottare uno specifico formato musicale, che è infatti quasi totalmente impostato su voce, chitarra e qualche percussione sparsa, la canzoni di Giurato hanno sempre qualche elemento di originalità, in particolare nei testi, pungenti e gonfi di umorismo amaro e di immagini paradossali.

Bianco, Camaleonte

Se ho fatto i conti giusti, anche Camaleonte è il disco numero 8 per (Alberto) Bianco, anche se ovviamente la sua carriera è, per ora, di durata inferiore – l’esordio Nostalgina è del 2011. Questo album è una sorta di ritorno a casa per Bianco, che dopo una carriera come autore che l’ha portato a offrire a Giorgia una canzone per un Sanremo di qualche anno fa, riscopre le atmosfere acustiche delle sue prime prove, e con esse un intimismo espressivo che a mio parere è la sua dimensione ideale.

Avendo un buon talento melodico, queste canzoni dal sound scarno e volutamente imperfetto sono l’impalcatura ideale per farlo emergere, e siccome nel DNA del loro autore c’è anche il rock, non si corre il rischio di avere brani troppo inconsistenti (qui la lezione di Paolo Benvegnù è sempre presente). Ad ogni modo, l’album suona sincero ed emotivamente carico: non vedo che altro si possa chiedere a un cantautore.

Fabularasa, Atlante

Anche se i Fabularasa sono una band (barese, al terzo album), la loro collocazione in questa sezione è assolutamente giustificata dalla caratteristica molto autorale di Atlante – peraltro qualche anno fa il gruppo non vinse una targa Tenco per un soffio. Il valore aggiunto, in compenso, è un contenuto musicale molto più eterogeneo e aperto a influenze diversificate: si va dal jazz (e in tale ambito va segnalata la partecipazione illustre del pianista portoghese Màrio Laginha) alla musica etnica, ma forse quella che emerge maggiormente è il progressive declinato in forma canzone – ovvero ripulito da inutili magniloquenze ma pregno di sofisticazione psichedelica. Una tipologia di canzone d’autore certo molto diversa da quella tradizionale, ma con un suo indubbio fascino e molta profondità espressiva.

Luca Cescotti, Mobili credenze

Se i precedenti dischi erano di cantautorato più o meno classico, con Luca Cescotti il cambio di paradigma è nettissimo: le atmosfere spaziano da episodi umbratili e notturni, a metà tra l’intimismo di certi Radiohead e il mood del trip hop anni ’90, ad altri più ariosi e solari, tra Battisti e Dente, con un retrogusto funky soul che lascia una bella impronta. Alla fine l’album è una continua alternanza di momenti riflessivi e aperture avant pop, e questa commistione funziona molto bene.

Cescotti, qui al secondo album, è un nome poco noto dalle nostre parti; di origini venete e formazione da chitarrista classico, vive in Spagna, a Valencia, e chissà che non sia un altro esempio di quegli artisti italiani residenti all’estero che riescono a essere apprezzati anche e soprattutto nel loro paese d’origine.

CANTAUTORATO IS FOR WOMEN!

Arya, Pronto

L’esordio più bello di questo inizio d’anno. Arya è una giovanissima cantautrice italo-venezuelana che esordisce su album dopo 2 EP pubblicati nel 2021 e 2023, già molto attiva a livello concertistico e con numerose collaborazioni illustri – qualche nome: Mahmood, Venerus, Ghemon, Dardust, Calibro35. Si muove nello stesso ambito di Madame e di Lauryyn (quest’ultima è peraltro presente in un brano): soul/r’n’b con qualche influenza hip hop e l’inevitabile produzione tecnologicamente avanzata.

Arya però ci mette molto di suo, non solo scrivendo testi molto personali che rifuggono le banalità, ma anche fornendo un’interpretazione di grande eleganza e forza espressiva (e con un uso molto misurato dell’autotune), alternando l’italiano all’inglese e allo spagnolo. Una vera promessa, da seguire.

tabascomeno, Ricondito

Calabrese, di stanza a Bologna, la giovanissima tabascomeno mostra in questo album (anch’esso un esordio) una maturità fuori dal comune. L’impostazione musicale, che parte dal folk, può avere dei punti in comune con Daniela Pes (a tratti anche in Ricondito si fa uso del dialetto, ovviamente calabrese): il risultato è però molto meno estremo nei suoni e più levigato melodicamente. Al centro del sound c’è la bellissima voce dell’autrice, che mostra notevole sensibilità interpretativa e costituisce il vero valore aggiunto delle canzoni, che hanno testi molto personali e sono convincenti sia nella scrittura che nell’intenzione.

Svegliaginevra, La fine della guerra

Con Svegliaginevra approdiamo in un territorio di musica leggera, “anzi leggerissima”, che farà storcere il naso a rockettari e amanti della pura sperimentazione; ma alla fine ho dovuto riconoscere che queste canzoni, per quanto disimpegnate e sicuramente tutto meno che innovative, hanno una bella presa melodica e si fanno piacevolmente ricordare. L’autrice, qui al terzo album, ha già avuto diversi riconoscimenti a livello mainstream e l’ultima cosa di cui ha bisogno è questa recensione; diciamo che pur essendo abbastanza fuori ambito rispetto al perimetro trattato in Italodischi, se al recente Festival di Sanremo avesse partecipato Svegliaginevra, il livello si sarebbe alzato. Di parecchio.

BEATS & PIECES

R.M. and The Imaginative Orchestra, Mosaix

All’ascolto di questo album, si direbbe che i Neoprimitivi abbiano già fatto scuola. L’impressione che si ricava da Mosaix è lo stesso atteggiamento freestyle dei dischi della band romana: tutto può succedere e nulla è prevedibile. R.M., aka Raffaele Marchetti, nasce come tecnico del suono, e dietro ai 5 brani della scaletta c’è probabilmente un paziente e complesso lavoro di costruzione (da cui il termine mosaico), anche perché le registrazioni iniziali sono frutto di improvvisazioni.

Il risultato finale è comunque un patchwork che, da una matrice fondamentalmente jazz, tocca generi diversissimi che vanno dalla psichedelia al dub, dallo stoner al pop, dalla ambient all’hip hop. Eccetera eccetera. Potrebbe essere un caos indecifrabile, e invece i momenti di fascinazione ci sono, e sono tanti. E probabilmente dopo 50 ascolti ne scoprirete ancora di nuovi.

Sacrobosco, Dreamlike Places

La quota per i dischi di elettronica va un’altra volta ad appannaggio di Giacomo Giunchedi aka Sacrobosco, un artista ormai ben noto a chi segue Italodischi. Giunchedi è infatti un nome ricorrente da queste parti, poiché la sua bravura ottiene riscontro a ogni pubblicazione. L’ultima uscita era un disco in cui le basi digitali si integravano con strumenti suonati; per Dreamlike Places c’è un ritorno alla pura elettronica, e come sempre il producer mette in scena una rassegna estremamente eclettica in cui alla fine si trova per forza qualcosa che coincide col proprio gusto.

Personalmente comincio a essere un po’ stanco dei rimandi all’IDM anni ’90, che però si interrompono abbastanza velocemente dopo un’apertura in quel mood, e di lì in poi è un arcobaleno di diverse atmosfere, dalla ambient alla house al downtempo, come le allestirebbe un Nathan Fake al massimo della forma. Gran premio per l’iperproduttività di qualità.

Caveiras, Guerra Total Na Boca Do Lixo

Per concludere una doverosa menzione ai Caveiras (di cui abbiamo parlato qui) in particolare per l’originalità della loro proposta. Pur essendo italianissimi, hanno avuto una folgorazione per la musica brasiliana più ritmata e vivace, che ripropongono (cantando in portoghese) con un’ulteriore iniezione di afrobeat e un atteggiamento punk-funk iconoclasta. Ne viene fuori un sound sporchissimo dall’impatto ritmico devastante, e si può solo immaginare quanto dev’essere potente un loro live. A essere sincero, l’album, che di fatto è l’esordio sulla lunga distanza, di per sé non è perfetto, e soprattutto è troppo lungo; ma preso a piccole dosi, è una delle cose più eccitanti in circolazione.