Il Ferreum sidereum degli Zu
Massimo Pupillo racconta l'impressionante ritorno degli Zu, Ferreum sidereum
15 gennaio 2026 • 6 minuti di lettura
Con Ferreum sidereum, fresco di uscita per House Of Mythology, gli Zu raggiungono uno degli esiti più potenti ed eclettici della loro storia, che da punto di vista discografico è cominciata nel 1999 con Bromio.
Dopo alcuni cambi di formazione, l’uscita del batterista storico Jacopo Battaglia e il temporaneo allargamento a quattro con Stefano Pilia, la formula geometrica del trio splende di nuova luce, per quello che a tutti gli effetti pare un nuovo inizio per la band, che personalmente chi scrive non si sarebbe aspettato.
Le nuove tracce hanno un respiro psichedelico e quasi prog in alcuni momenti che fanno pensare a una classicità Settanta che suona paradossalmente nuova nella storia degli Zu, e che risulta comunque convincente e a fuoco per freschezza dell’ispirazione, nitore e potenza della scrittura, capace in alcuni frangenti di ricordare persino i migliori Tool.
Il titolo evoca immagini celesti, ma affonda le radici in una riflessione profondamente contemporanea: la caduta del ferro siderale diventa simbolo di attivazione, una chiamata all’azione contro la perdita di connessione con il tutto in un’epoca maledetta dal dilagante materialismo cinico.
Nel nuovo lavoro convivono furia tellurica e rarefazione meditativa, in un equilibrio instabile che il trio (Luca T. Mai al sax baritono e Paolo Mongardi alla batteria) non cerca di risolvere, ma di abitare. È una musica che nasce dalla tensione — fisica, nervosa, spirituale — e che si inserisce in una nuova fase del percorso del trio, frutto di un lavoro intenso, collettivo e radicale.
Ne abbiamo parlato con Massimo Pupillo, bassista della band, attraversando i temi del disco, il senso della ricerca artistica, il valore dell’amicizia e le trasformazioni profonde degli spazi della musica dal vivo.
“Ferreum sidereum” sembra evocare un metallo celeste. Qual è l’immagine da cui è nato il titolo e cosa rappresenta oggi in questa fase del percorso Zu?
«L’immagine nasce dalla visione della caduta di meteore contenenti ferro spaziale, che avviene in determinati periodi dell’anno. In quel momento eravamo intenti a riorganizzare le forze degli Zu e sentivamo in modo particolarmente intenso il significato di questi impulsi cosmici». «Gli stormi di meteore ferrose rappresentano un potente antidoto e un eccellente corroborante per la volontà umana. Assistiamo alla caduta del ferro siderale, in questa epoca materialista, come se fosse un invito ad attivarci e a combattere il dilagante perdere la connessione con il cosmo. Per noi rappresenta una chiamata, e il disco è la risposta».
L’immagine del Ferreum sidereum nasce dalla visione della caduta di meteore contenenti ferro spaziale, che avviene in determinati periodi dell’anno. In quel momento eravamo intenti a riorganizzare le forze degli Zu e sentivamo in modo particolarmente intenso il significato di questi impulsi cosmici.Massimo Pupillo
Nel nuovo disco si percepisce un equilibrio tra furia tellurica e un vuoto cosmico quasi meditativo. In che modo avete lavorato sulla dialettica tra peso e rarefazione nella scrittura e nella produzione?
«Potrei dire, anche per rendere omaggio al grande Sutra del Cuore, che il vuoto è forma e la forma è vuoto. Intendo che non esiste un centro se non ci sono due parti ben definite e pienamente consapevoli. Noi abbiamo cercato di stare al centro, raccontando nel modo più dettagliato possibile quanto sia vivente l’oscillare tra queste due polarità. La conoscenza — che sia di sé stessi, dello strumento, dello studio, del palco, del pubblico e di ciò che si vuole dire — implica il mettere completamente a disposizione il nulla e il tutto».
«Questo comporta anche un grande sforzo fisico, come nascere. Penso che per questo si percepisca molta furia, o, se mi permetti, la chiamerei tensione. È una tensione anche nervosa, in cui scorre una forza che vuole esprimersi. Un tempo parlavamo di urgenza, oggi di tensione, nel senso di tendere, andare verso. Siamo in una nuova fase».
Da anni attraversi territori sonori sempre più radicali e rituali. Qual è stata la scintilla che ha riportato te e gli Zu a un linguaggio così fisico, quasi scultoreo, in questo album? E in che direzione si sta muovendo la tua ricerca solista?
«Non mi è possibile scindere la ricerca solista dal lavoro con gli Zu. Ho delimitato un percorso in cui, in entrambi i casi, ho completo spazio espressivo. Non è un caso che non abbiamo mai avuto manager o contratti vincolanti con etichette: abbiamo sempre avuto amici e spazi, mai limiti. L’unica differenza è che con gli Zu il dialogo è a tre e la scrittura richiede un ascolto molto delicato dell’altro, per trovare la sintesi del pensiero e del suono. Nel solista, invece, dialogo con le mie parti interiori».
«La ricerca rimane la stessa in entrambi: la vita, la sua meraviglia, che offre boschi, musica, poesia, ricercatori dello spirito, fiumi, gatti e colori in cui ispirare il proprio viaggio. La scintilla è sempre la stessa: il divino e fedele dire che è andata come doveva andare e che, per fortuna, eravamo svegli e abbiamo udito la campana. In ogni caso, l’amicizia si è dimostrata ancora una volta la mano tesa che lenisce ogni dolore».
Negli anni hai collaborato con musicisti molto lontani tra loro. Trovi tracce di queste esperienze dentro Ferreum Sidereum, anche in forme invisibili o sottili?
«Non c’è passo che non abbia senso. A volte alcuni possono sembrare tempo perso, sbagliati o capaci di portarti lontano, ma se sei davvero disposto a guardare il vero significato delle esperienze, capisci che tutto ti ha condotto a dove sei ora e a come sei. Per me è molto bello poter vedere nella mia discografia ciò che ero e, per contro, chi sono diventato. Nell’oggi c’è tutto ciò che sono riuscito a liberare, che un tempo era solo un seme».
Non c’è passo che non abbia senso. A volte alcuni possono sembrare tempo perso, sbagliati o capaci di portarti lontano, ma se sei davvero disposto a guardare il vero significato delle esperienze, capisci che tutto ti ha condotto a dove sei ora e a come sei.Massimo Pupillo
Guardando avanti, cosa pensi che questo disco apra — o chiuda — nel viaggio degli Zu? È un punto d’arrivo, un portale, o un nuovo nodo della spirale?
«Questo disco è una dichiarazione, molto importante per noi. Abbiamo sentito la chiamata e, completamente impregnati dall’ispirazione, ci siamo chiusi per più di un anno in saletta: noi tre. Metodici e anche un po’ folli, ogni giorno, come potrebbero fare dei sedicenni con la forza della creazione completamente risvegliata. Quasi non sapevamo cosa sarebbe uscito. Questa è la risposta, ed è anche gratitudine, perché l’ispirazione non è scontata. Non vogliamo definirlo diversamente, anche perché crediamo nell’eternità».
Gli Zu dal vivo hanno sempre avuto un impatto fisico imponente e siete sempre stati una macchina da live. Come hai visto cambiare in Italia e in Europa la situazione di locali, centri sociali e club in questi anni?
«Un giorno pensavamo di contare quanti live abbiamo fatto nella vita degli Zu, ma non siamo riusciti a quantificarli: forse sono 3000. Posti, persone, tecnici, città, hotel, autogrill e autostrade posso dire di averne visti. Il cambiamento c’è stato, sostanziale e abbastanza evidente, ma non si può generalizzare: in Europa sono successe molte cose diverse a seconda delle condizioni politiche ed economiche».
«In Italia si può dire che i centri sociali quasi non esistono più, perché la repressione ha agito e anche la spinta dell’autogestione si è un po’ affievolita. Ci sono meno posti occupati, ma spesso più pronti ad accoglierti, con tecnici sempre più preparati. Un tempo trovavamo occupazioni con grande festa, ma tutto era più alla deriva e meno organizzato».
«Ci sono pro e contro. Dopo la mazzata del 2020, chi è sopravvissuto alle chiusure e al cambiamento radicale della società ha dovuto adattarsi e riorganizzare le forze per rimettere in piedi situazioni già al limite della sopravvivenza. Chi gestisce un locale, un club o un circolo non gode certo di sovvenzioni tali da potersi permettere di puntare tutto sulla qualità del programma musicale. Un tempo si navigava tutti nel “l’importante è partecipare”, oggi si è appesi a un filo, a fare i conti e ad arrivare a fine mese con fatica».
«Questo vale ovviamente non solo per la musica. Il grande cambiamento, credo, è proprio la mancanza di certezze. Ma negli occhi di molte persone che incontro vedo ancora molta passione, ed è questa la cosa più importante: l’arca della salvezza nel cambiamento epocale che stiamo vivendo».