I sogni viventi di Marta Del Grandi
Dream Life è il terzo album di una cantautrice italiana maturata all’estero
29 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura
Marta Del Grandi
Dream Life
Cantautrice italiana maturata professionalmente all’estero, Marta Del Grandi si era insinuata due anni fa tra i candidati alla targa Tenco nella categoria riservata agli esordienti da abusiva: Selva era infatti il secondo album della carriera, avendo debuttato nel 2021 con Until We Fossilize.
Strano, poi, che avesse raggranellato preferenze in un contesto di natura autarchica nonostante il carattere anglofono delle canzoni, eccezion fatta per quella che intestava il disco. Si trattava comunque di indizi indiretti del suo valore, ora riconfermato da Dream Life, come i precedenti edito dall’indipendente londinese Fire Records e registrato in Belgio, a Gand, dove ha studiato e vissuto.
Presentandolo, Del Grandi ha voluto sottolinearne l’“approccio più contemporaneo” rispetto a quello “poetico e bucolico” del predecessore, mentre all’ascolto si percepisce un’ambizione maggiore in termini di scrittura e arrangiamenti, oltre a un’accresciuta padronanza della voce, che suona ammaliante nell’atmosfera rarefatta di “20 Days of Summer”, gorgheggia lieve indugiando sulla fine di una relazione in “Shoe Shaped Cloud” e ha invece tono elegiaco nella conclusiva “Oh, My Father”, ancorata a un interrogativo esistenziale: “Oh, padre mio, sono diventata quella che speravi che fossi?”.
A ispirarne la poetica è in questa occasione “il tema del sogno, dei ricordi e delle reminiscenze”, implicito già nell’iniziale “You Could Perhaps”: “Se nulla è per nulla, ho imparato a stare ferma e a piegare la mia percezione del reale e dell’irreale”, canta con grazia sulla filigrana di un arpeggio minimalista. Subito dopo arriva il brano che dà titolo all’intera raccolta, una ballata dall’impianto classico accelerata in direzione pop nel refrain: “Vita da sogno, ho riso così tanto che mi sono svegliata e non riuscivo a distinguere il futuro dal passato”.
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Se in quel caso si nota la trama disegnata al pianoforte da Heleen Andriessen, nell’habitat cameristico di “Some Days” la protagonista duetta con l’altra musicista belga Fenne Kuppens, il cui profondo timbro vocale trasmette un vago senso d’inquietudine: “Certi giorni gli uccelli sono silenziosi, immobili come se trattenessero il respiro, sottoterra ci sono sussurri, il mondo sembra essersi capovolto”.
Altrove si apprezza il contributo dei fiati (sassofoni, tuba e trombone), manovrati anch’essi da strumentisti forestieri, in particolare durante “Alpha Centauri”, che rievoca gli affanni dell’adolescenza: “Dei libri che ho letto, dell’arte, delle scene dei film che mi hanno lasciato a bocca aperta, mi chiedevo se ce la farò mai ad affascinare qualcuno”.
Ci riesce elegantemente nell’incipit esortativo di “Neon Lights” (“Creature del crepuscolo, uscite dal vostro nascondiglio, i tempi sono cambiati, i vostri difetti sono oro, abbracciate le vostre vecchie ossessioni”), prima che una smania di complessità ne renda lo sviluppo arzigogolato, sconfinando nei labirinti del “prog”.
Più efficace la divagazione affrontata in “Antarctica”, modulando con ironia le preoccupazioni per il cambiamento climatico (“Ci vogliono troppi cubetti di ghiaccio e l’Antartide si sta sciogliendo”) sulla cadenza funky della chitarra abbinata allo scanzonato controcanto borbottante delle ance.