I Gorillaz e la morte

The Mountain è una gioiosa riflessione sul lutto, ambientata in India

JT

04 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

The Mountain
The Mountain

Gorillaz

The Mountain

Kong 2026

C’è di che perdersi nell’universo che è contenuto (o che contiene?) il nuovo album dei Gorillaz, The Mountain. Se nel 2001 Damon Albarn e Jamie Hewlett si erano inventati una band di cartoni animati nascondendo le loro identità dietro 2D, Murdoc, Noodle e Russel, in un quarto di secolo le vicende fittizie dei quattro sono diventate talmente intricate che anche il più fedele dei fan non può che alzare le mani in segno di resa. 

Ora The Mountain – l’album “indiano” dei Gorillaz, doveva succedere – aggiunge ulteriori livelli di complessità. Oltre alla consueta iperproduzione di grafiche, video, memorabilia ed edizioni differenti, sul piatto c’è un delizioso cortometraggio dal sapore vintage che cita Il libro della giungla.

Poi un gioco di geolocalizzazione per scoprire i posti nel mondo legati al disco (e sono davvero molti). Albarn e Hewlett hanno persino rimesso su il “mitico” Kong Studios, il quartier generale dei Gorillaz che in passato aveva ospitato vari contenuti e che era finito in stato di abbandono sia nella finzione (l’edificio era stato invaso da scimmie zombie, o qualcosa del genere) sia nella realtà (il sito non era accessibile dalla fine degli anni Zero). 

Ci si accede attraverso un cimitero, facendosi largo a colpi di pala fra le suddette scimmie zombie in una grafica a dir poco vintage. Dentro, si è in un punta-e-clicca old style: c’è da perderci la giornata, a toccare cose e leggere informazioni. Se si aggiunge che da qualche mese i Gorillaz sono entrati come icone anche dentro Fortnite, si capisce l’unicità dell’universo narrativo creato da Hewlett e Albarn, che è tanto retromaniaco quanto compiutamente transmediale. 

La stanza dei Kong Studios dedicata a <i>The Mountain</i>
La stanza dei Kong Studios dedicata a <i>The Mountain</i>

C’è da perderci la giornata anche perché The Mountain è denso come solo i dischi dei Gorillaz sanno essere, e forse anche più denso. Prendono parte alla festa, in ordine rigorosamente alfabetico, Ajay Prasanna, Amaan Ali Bangash & Ayaan Ali Bangash, Anoushka Shankar, Asha Bhosle, Asha Puthli, Bizarrap, Black Thought, Bobby Womack, Dave Jolicoeur, Dennis Hopper, Gruff Rhys, IDLES, Jalen Ngonda, Johnny Marr, Kara Jackson, Mark E Smith, Omar Souleyman, Paul Simonon, Proof, Sparks, Tony Allen, Trueno e Yasiin Bey

Ai più attenti non sarà sfuggita la presenza di artisti che oramai non fanno più parte del nostro mondo terreno – fra cui Dennis Hopper, che compare nel tema iniziale "The Mountain", e Bobby WomackDave Jolicoeur, che animano la seguente "The Moon Cave".

La morte è in effetti il tema principale che attraversa le canzoni dell'album, ispirate anche dalla scomparsa dei padri di Albarn e Hewlett, avvenuta a dieci giorni di distanza nel 2024 ed elaborata nel corso di alcuni viaggi in India, dove Albarn è poi tornato per spargere nel Gange le ceneri del genitore. «You know, the hardest thing is to say goodbye to someone you love» canta 2D / Albarn nella traccia più toccante (ospite Tony Allen, che tanti palchi aveva diviso con il cantante dei Blur). La riflessione si scioglie nella successiva “Orange County”, animata dallo stesso tema strumentale, ora fischiettato e pieno di speranza. 

È una buona sintesi del sentimento che percorre l’album, fra profondità e leggerezza. La varietà di stili e di voci, cifra distintiva dei Gorillaz, in The Mountain non suona mai come disorganicità, un limite di alcuni album del passato. La patina indiana, assicurata da alcuni grandi nomi (la divina Asha Bhosle, Asha Puthli, Anoushka Shankar, il flautista Ajay Prasanna) tiene insieme il tutto.

Ne esce uno degli album migliore dei Gorillaz degli ultimi anni, una riflessione sulla vita e la morte, da fischiettare con leggerezza – in attesa del live (due le date italiane, il 27 giugno al Lido di Camaiore per La prima estate e il 25 luglio a Trieste).