Il cocktail retrofuturista dei Memorials
All Clouds Bring Not Rain è il secondo album del duo britannico
14 aprile 2026 • 2 minuti di lettura
Memorials
All Clouds Bring Not Rain
Un album piccino, meritevole di essere sottratto all’oblio: è il secondo realizzato dai Memorials, duo costituito dai britannici Verity Susman, già cantante, pluristrumentista e principale forza motrice del quartetto femminile Electrelane, e Matthew Simms, chitarrista nell’ultima incarnazione degli Wire.
Un progetto nato a inizio decennio per comporre musiche da documentari ed evoluto poi su scala discografica: dopo l’esordio nel 2024 con Memorial Waterslides, arriva ora All Clouds Bring Not Rain, registrato in Francia alla vecchia maniera, impiegando un’articolata strumentazione a base di apparecchiature analogiche, elettriche e acustiche, tra cui clavicembalo, vibrafono e vari fiati.
Il risultato è un complesso cocktail musicale servito in atmosfera retrofuturista che rimanda agli esempi di Broadcast e soprattutto Stereolab, insieme ai quali i due sono stati di recente in tournée oltreoceano: una parentela qui evidente nel pop al chiaro di luna di “Watching the Moon”. Altrove si riconoscono tracce di krautrock: è il caso di “Bell Miner”, brano dedicato a un’esotica specie ornitologica (il campanaro crestato) su scia ritmica in stile Can con capolinea in Provenza, “persa nei pensieri sotto il Pont du Gard”, canta Susman, oppure di “Cut Glass Hammer”, costruito su fraseggio di sintetizzatore modulare, trazione motorik e melodia madrigalesca (“Rimbalza oltre un metronomo abbandonato, niente è esattamente come sembra”, recita il testo al principio).
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In apertura ecco invece “Life Could Be a Cloud”, con bordone di harmonium e intonazione della voce che fanno pensare a Nico, prima del crescendo corale di sapore “cosmico” incaricato di rafforzare il senso delle parole (“Tempo e spazio collassano e il futuro finisce troppo presto”). Ha consistenza di velluto, a proposito, “I Can’t See a Rainbow”, ballata decadente destinata a sfociare però in un’incantevole ambientazione lounge di scuola Gainsbourg, che fa da preludio all’apice della raccolta: “Drop Down the Well” è una vertiginosa galoppata post punk squarciata da un micidiale riff di organo e spinta dal pulsare del basso “giù in fondo al pozzo, dove i desideri si esauriscono”.
Il tessuto narrativo intreccia scorci naturalistici – tipo un crepuscolare “Reimagined River” o dei rigogliosi “Lemon Trees” – a suggestioni da fantascienza “old school”, come accade – “a un’improbabile velocità della luce” – in “Mediocre Demon” con la citazione esplicita de Le Voyage dans la Lune di Georges Méliès, mentre intorno i suoni impazziscono, risucchiati in un vortice di free jazz, piano house, graffiti rock e canto gregoriano che illustra in un colpo solo la varietà di ingredienti a disposizione dei Memorials, capaci di maneggiare con la medesima disinvoltura tanto il funk psichedelico (“In the Weeds”) quanto il prog targato Canterbury (“Holy Invisible”). “L’orizzonte è vasto” se osservato dalle “montagne russe”, spiega “Wildly Remote”: tenue ninnananna insidiata da sinistri cigolii di chitarra. Una meraviglia.