Kneecap: un trionfo nel caos

Il rap politico in gaelico del trio di Belfast è destinato a fare il botto

AC

30 aprile 2026 • 3 minuti di lettura

Fenian è il nuovo album del trio rap nordirlandese
Fenian è il nuovo album del trio rap nordirlandese

Kneecap

Fenian

Heavenly 2026

I Kneecap sono invischiati in una delle tipiche situazioni nelle quali la musica finisce per essere soverchiata da ciò che le cresce intorno, diventando caso sociale.

Affiorato dal sottobosco urbano di Belfast snocciolando ruvido rap in gaelico con tagliente senso dell’umorismo, il trio si è affermato oltre confine nel 2024, quando il film biografico realizzato in stile Trainspotting dal regista concittadino Rich Peppiatt è stato premiato dal pubblico al Sundance, preparando la strada per l’apparizione dell’anno seguente al “Coachella”, dove il canto corale “Fuck Israel, Free Palestine” ha rafforzato il casus belli generato da una precedente ostensione della bandiera di Hezbollah durante uno show all’O2 Forum di Londra, tanto da indurre il premier Keir Starmer a chiedere la censura dell’esibizione in programma nel giugno scorso a Glastonbury, tramutatasi viceversa in apoteosi trionfale.

Da queste premesse deriva il nuovo album del gruppo, Fenian: “Una risposta ponderata a chi ha provato a zittirci”, a detta degli autori. Il titolo ricicla il nome di un’organizzazione irredentista irlandese del tardo Ottocento, divenuto poi ingiuria nel vocabolario del colonialismo britannico, stigmatizzato nella circostanza in “An Ra” e “Occupied 6”, che rievoca i drammi dei “Troubles” (“Chi è stato colpito? Lo conoscevamo? Tornava a casa dal negozio. Un’altra madre sola”, scandiscono le rime in caliginosa atmosfera dubstep), mentre la ginnastica verbale su fluido funk sintetico del brano omonimo cita The Wind That Shakes the Barley di Ken Loach (Palma d’Oro a Cannes nel 2006) ed esorta “a cantare tutti insieme slogan Repubblicani”, sfociando in un euforico ritornello da stadio.

“Il nostro pilastro è la lingua, rivendicata con orgoglio dalla comunità che ci circonda”, hanno dichiarato in una recente intervista a “The Observer”: precetto ribadito qui nell’iniziale “Éire go Deo” (“Irlanda per sempre”), carrellata di attivisti locali su insolito fondale trip hop.

È appunto sul fronte musicale che si registrano novità rispetto al disco d’esordio, Fine Art: suono più raffinato e maggiore varietà, grazie alla produzione di Dan Carey, Re Mida dell’indie rock contemporaneo d’oltremanica, da Fontaines DC a Wet Leg. Fa testo, ad esempio, il groove flessuoso di “Carnival”, che narrativamente denuncia “il luna park della distrazione” allestito dopo il Coachella: eco delle recenti controversie che prelude all’attacco diretto sferrato a Stamer (“Un conservatore vestito con abiti da laburista, puttana di Netanyahu, complice del genocidio”) nell’aggressivo techno punk di “Liars Tale”.

Il sentimento di fratellanza con le vittime dell’occupazione israeliana è riaffermato nella cupa orchestrazione elettronica di “Palestine”, traccia in cui compare il rapper di Ramallah Fawzi, ospite dei tre come Radie Peat, cantante dei connazionali Lankum, che addolcisce con sensibilità femminile il tono altrimenti sinistro di “Cocaine Hill”, e Kae Tempest, in voce nell’elegiaco epilogo “Irish Goodbye”.

Definita nell’antichità “terra di santi e studiosi”, l’isola ha rimpiazzato i primi con i “trafficanti”, se prendiamo alla lettera l’intestazione di “Smugglers & Scholars”: indignata invettiva di scuola trap (“Compriamo armi con dollari americani”) declamata fra sirene allarmanti e borbottii di sintetizzatore.

Risultato: Fenian farà il botto, enfatizzando la fama dei Kneecap, attesi al debutto dal vivo in Italia a metà giugno, con tappe a Milano, Bologna, Roma e Bari.