Mai Mai Mai in Palestina

L’eco del genocidio nel nuovo lavoro del produttore calabrese Toni Cutrone

AC

12 febbraio 2026 • 2 minuti di lettura

Mai Mai Mai
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Karakoz
Karakoz

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Karakoz

Maple Death 2026

“A occhio e croce, era il 5 ottobre. Avevamo in programma di venire a novembre e fare qualcosa lì, ma il 7 ottobre ha cambiato tutto”, racconta nelle note introduttive del nuovo lavoro discografico Toni Cutrone, produttore di origine calabrese protetto dallo pseudonimo Mai Mai Mai, scelto recentemente dalla Luiss University Press come curatore dell’etichetta Baccano Records, alla quale ha fornito personalmente I racconti di Aretusa, album firmato in coppia con Lino Capra Vaccina, approfondendo la ricerca nell’“hauntology mediterranea”, definizione da lui impiegata poi per intitolare una performance romana del mese scorso al Macro.

Sulla sponda palestinese del Mare Nostrum riuscì ad approdare infine nel gennaio 2024, insediandosi fra Ramallah, dove ha sede lo studio di Radio Atheer, luogo di alcune registrazioni, e Betlemme, presso il centro polifunzionale Wonder Cabinet e l’affiliata Radio alHara, altra struttura utilizzata nella gestazione di Karakoz.

Apparecchiature elettroniche a parte, la materia prima è costituita da rumori captati sul posto e sonorità tradizionali interpretate da artisti locali: ad esempio la cantante Maya Al Khaldi, protagonista nell’iniziale “Grief”, elegia funeraria intonata sui “moogolii” del sintetizzatore restituendo l’eco sinistra del genocidio in atto.

In “Jinn of the Bethlehem Souk”, fra il vociare del mercato cui allude l’intestazione, risuona invece lo stridente mijwiz manovrato da Osama Abu Ali, affine ai fiati inquietanti di Jajouka, com’è pure lo yarghul di Abu Hussein nel conclusivo “Wondering Through the Crowded Paths of Al-Hisba”, ambientato anch’esso nel chiacchiericcio di un bazar, a un certo punto sormontato dal richiamo di un muezzin.

È viceversa la voce del produttore Julmud deformata dagli effetti a caratterizzare il paesaggio spettrale di “Dawn on the Cremisan Valley”: immersione ipnotica in una zona della Cisgiordania che nel maggio del 2024 ha ospitato Sound of Places, residenza artistica esportata nel 2025 al Brancaleone di Roma e alla Triennale di Milano.

A quelle attività laboratoriali partecipò, fra i tanti, il britannico Alabaster DePlume, la presenza del quale in “Echoes of the Harvest” non è dunque affatto casuale: il suo angustiato sassofono dialoga con il canto registrato di Hajja Badriya sul tappeto sintetico tessuto al Buchla da Cutrone.

A precederlo in sequenza è il brano che intitola il disco, menzionando il personaggio che nell’antico impero ottomano diede nome al teatro delle ombre: in evidenza è qui il buzuq, sorta di liuto maneggiato da Karam Fares, che arpeggia sui ricami delle percussioni di Jihad Shouibi accompagnando una nenia funebre scovata nell’archivio del Popular Art Centre di Ramallah.

Karakoz è un ingegnoso e avvincente viaggio musicale lungo una quarantina di minuti, ma soprattutto un gesto politico, poiché rintraccia, valorizza e amplifica segnali di vita in uno scenario di morte e distruzione.