Il folk essenziale di Jana Horn
Trasferita a New York, la cantautrice texana pubblica il suo terzo album
23 gennaio 2026 • 2 minuti di lettura
Jana Horn
Jana Horn
Intercettiamo Jana Horn, cantautrice 32enne di origine texana, alla terza tappa del suo cammino discografico. Reduce da una residenza universitaria in Virginia, propedeutica a un master in letteratura, dovendo registrare l’album è tornata in Texas, insediandosi per una decina di giorni al Sonic Ranch, studio allestito nell’habitat desertico limitrofo a El Paso dei cui servizi si sono avvalsi fra i tanti, in epoca recente, Beach House e Swans.
Assistita dagli strumentisti che attualmente la affiancano dal vivo, ossia la bassista Jade Guterman e il batterista Adam Jones, ai quali si sono aggiunti gli interventi di Adelyn Strei al flauto e al clarinetto, ha predisposto un repertorio rifinito poi su scala domestica con sintetizzatore e piano, suonato da Miles Hewitt, a New York, dove si è appena stabilita: ridislocazione da lei definita ironicamente “un matrimonio combinato”.
Se ne coglie l’eco ascoltando i versi di “Come On”, astratta ballata dal portamento spettrale: “Sale d’attesa, ospedali, ali d’angelo come sacchi della spazzatura volano in una notte con due lune”. Ancora più esplicita è in quel senso l’ambientazione del video di “Go On, Move Your Body”, brano che apre la sequenza in modalità slowcore, con la voce fluttuante in un’atmosfera narcotica: “Ho sentito arrivare un'apocalisse, ho aspettato e chiesto: tutto qui?”.
Detto in breve, si tratta di folk dalla fisionomia essenziale, che a tratti può ricordare i primi passi di Cat Power: ad esempio in “Designer”, ombrosa e meditativa (“Volonterosa la terra, paziente il cielo”), oppure nella seguente “Without” (“Come fai ad andartene senza lasciarmi?”).
Sovente i testi sono elusivi: “Non prendo sottogamba che una cosa scolpita nella pietra possa iniziare a rotolare quando il terreno su cui ti trovi è differente”, recita con tono esitante, su arpeggio di chitarra, “Don’t Think”, mentre da “Unused” trasuda smarrimento esistenzialista – “Mi manca ciò che ho, mi manca ciò che nemmeno volevo più” – fra riverberi dal vago sapore jazz. “Love” è un haiku minimalista conciso ma denso (“L'amore non s’innamora, è sempre lì, come la luna nel bel mezzo del giorno”) e “It’s Alright” esprime titubanza con delicatezza impressionista e un pizzico di elettricità (“Mi manchi, non mi manchi, va tutto bene”).
In definitiva, la trama converge nella scommessa alla “o la va o la spacca” di “All in Bet”, apice della raccolta in termini d’immediatezza: “Ieri stavo sognando, oggi sto andando avanti”.
Il fascino enigmatico di Jana Horn si manifesta compiutamente nell’arrangiamento cameristico di “Untitled (Cig)”: “Spirito, se scrivi tu io ci metterò la firma”, canta all’epilogo, quasi volesse fare un passo indietro concludendo questo disco piccino – dieci canzoni in 36 minuti – ma emotivamente intenso, che comunica una costante sensazione di fragilità e tuttavia non mostra alcun segno di debolezza. Davvero ammirevole.