Le canzoni da salotto di Bill Callahan
My Days of 58 è il nuovo lavoro del cantautore statunitense
26 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura
Bill Callahan
My Days of 58
Bill Callahan continua a fare dischi e noi insistiamo a occuparcene. Come mai? Perché le qualità che esprime in termini narrativi e musicali lo rendono autore raro nel panorama contemporaneo.
Alla soglia dei sessant’anni, nel nono album a suo nome, dopo quelli marchiati Smog, racconta – dichiara il titolo – i suoi giorni da 58enne in una dozzina di brani appena oltre l’ora di durata complessiva.
In “Pathol O.G.”, descrivendo la “creatività come patologia”, confida con rassicurante voce baritonale: “Sapete, scrivo canzoni e le canto da quasi trent’anni, mi piace!”. E nell’iniziale “Why Do Men Sing” ne indaga il movente, fra un avvertimento rivolto a Van Gogh (“Occhio all’orecchio!”) e l’immagine di un incubo notturno nell’aldilà: “Lou Reed mi stava aspettando, tutto vestito di bianco” (del resto, intervistato da “Uncut”, ha detto di lui: “Mi ha mostrato la via, per me è come Gesù”).
Il pensiero della fine affiora nitidamente in “The Man I’m Supposed to Be”, ombrosa ballata screziata dal ronzio di una chitarra elettrica che si conclude con l’esortazione “Prendiamo la vita sul serio, ridiamo in faccia alla morte”, seguita da una risatina nervosa.
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My Days of 58 conferma la crescente impronta autobiografica nella produzione recente di Callahan, che in “Empathy” evoca ad esempio la figura del padre scomparso: “Lascia che ti dica una cosa che non hai mai saputo, sono proprio come te papà”, confessa avendo per contrappunto un trombone sommesso, evidenziando poi la transizione di ruolo riferita ai propri figli (“Mi domando cosa penseranno di me quando saranno adulti”).
Cammin facendo, traccia una geografia personale che parte da un’apologia del “West Texas” in cui vive (“Migliora davvero l’umore, modifica l’atteggiamento, un vero punto di connessione”), costeggia il “Lake Winnebago”, dove ha sparso le ceneri dei genitori (“Affermano i Sutra che la condizione ideale non è un fiume o un oceano ma un lago”, recita il testo con tono da filastrocca tra i miagolii di una pedal steel)), e percorre in “Highway Born”, a suon di country cameristico, un’autostrada a forma di culla (“Sono nato fra le città con il piede a tavoletta”) spinto dal “bisogno di controllare l’Oklahoma, la Louisiana, il Tennessee, devo misurare la temperatura di tutto il Paese”.
Apice musicale del tragitto è una non meglio identificata “Lonely City”, meritevole di una canzone resa irresistibile dal controcanto femminile nel ritornello e dai sospiri di una steel guitar rubata sul set di Twin Peaks.
Come già nel precedente YTILAER, la dotazione strumentale è ampia, allargando la platea dei musicisti riunita intorno al trio che lo accompagnava ultimamente dal vivo, ossia il batterista Jim White, il chitarrista Matt Kinsey e il sassofonista Dustin Laurenzi. Confortato dalla loro compagnia, il protagonista cerca “la bellezza nel grigio” (“Stepping Out For Air”), indugia sulle perversioni tecnologiche (“Qualunque fosse il sogno originario, questa macchina è diventata la ghigliottina del villaggio e la libertà di parola è praticamente morta”, sentenzia in “Computer”, assecondato dal fraseggio ironico di un clarinetto) e chiude la partita in chiave spirituale con “The World Is Still”, poco più di un haiku – “Il mondo è immobile, così immobile, nulla è cambiato né cambierà mai” – incastonato nella crepuscolare atmosfera ambient creata da fiati e sintetizzatore.
È l’epilogo di quello che Bill Callahan ha definito “il mio disco da salotto”: accomodatevi e godetevelo.