Il fai-da-te di Shabaka

Nel nuovo disco Of the Earth l’artista londinese ritrova il sax e sperimenta il rap

AC

06 marzo 2026 • 2 minuti di lettura

Shabaka
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Shabaka

Of the Earth

Shabaka 2026

Dopo aver rinunciato al cognome Hutchings, all’età di 41 anni Shabaka si è reso completamente autosufficiente: ha creato un marchio discografico a suo nome, affidandone gli oneri operativi ai tipi della Warp, e realizzato un nuovo album in perfetta solitudine, dicendosi ispirato dall’analoga impresa compiuta nel 1995 dall’esordiente D’Angelo con Brown Sugar.

Per canovaccio ha usato i ritmi digitali accumulati nei dispositivi portatili durante i viaggi di lavoro, sui quali ha imbastito successivamente le trame strumentali, riutilizzando ad esempio i vari modelli esotici di flauto impiegati nel precedente Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace, disco derivato dalla scelta drastica di abbandonare “il grande strumento a fiato di metallo” con cui si era affermato – in ambito jazzistico e non – guidando Sons Of Kemet e The Comet Is Coming.

La notizia è che adesso lo ha ripreso in mano: retromarcia avviata nell’agosto scorso al 100 Club di Londra, quando partecipò a un concerto in memoria di Louis Moholo. Of the Earth si apre proprio con quel suono familiare, intonato su un registro malinconico nel gorgoglio ambient del sintetizzatore in “A Future Untold”.

Lo si ascolta anche sulla flemmatica cadenza latina del seguente “Those of the Sky”, dove però dialoga con un coro di flauti, come poi avviene pure in “Stand Firm”.

Sono episodi che avverano quanto lui stesso ha dichiarato in un’intervista concessa al magazine “Loud and Quiet”: “Adesso mi sembra di ritrovarmi a essere semplicemente un polistrumentista, il sassofono è solo uno degli strumenti che so suonare, ha perso la sua supremazia”.

Non a caso, nell’economia dell’opera, hanno maggiore peso specifico i flauti, in primo piano nell’atmosfera cameristica di “Step Lightly”, sull’ottovolante “afro rock” di “Call the Power” e nell’esercizio di “futurismo caraibico” compiuto – fra percussioni al galoppo e decorazioni di marimba – nel corso di “Dance in Praise”, che in termini di posizionamento geografico fa il paio con “Marwa the Mountain”, brano nel quale si ammirano i volteggi del sax tenore su una base ritmica mutuata – a detta dell’autore – da una musica cerimoniale della Martinica chiamata Rara.

Abbiamo tenuto in serbo finora la vera novità contenuta nell’album, tuttavia: per la prima volta in assoluto Shabaka usa la voce, ondeggiando fra rap e spoken word: “Predicando la non violenza, mentre i soliti sospetti soffrono in silenzio”, denuncia brontolando nell’habitat sintetico di “Go Astray”, e all’epilogo, circondato dalla quiete apparente di “Eyes Lowered”, recita invece a proposito di “mescolare i sogni con la realtà, l’immagine, la forma, il mito, il trionfo, la magia sulla logica”.

In definitiva, Of the Earth non dà la sensazione di costituire un punto di arrivo, ma ricco com’è di argomenti musicali differenti disegna una mappa attendibile dei territori che l’irrequieto artista londinese pare intenzionato a esplorare in futuro.