La fantastica storia di Beverly Glenn-Copeland
A 82 anni l’artista transgender canadese raggiunge l’apice della carriera
05 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura
Beverly Glenn-Copeland
Laughter in Summer
Andrebbe raccontata come una fiaba, anche se è vita vera, la vicenda dell’82enne artista transgender nata Beverly Copeland e divenuto nel 2002 Glenn.
Statunitense di origine e canadese d’adozione, all’inizio degli anni Settanta realizzò due dischi da folksinger con inclinazione jazz finiti nel dimenticatoio, cosicché per sbarcare il lunario si dedicò alla televisione, partecipando da comprimario allo show per l’infanzia “Mr. Dressup”.
Accettava la situazione senza rimpianti: “Non m’infastidiva affatto, non facevo musica per il pubblico, ma perché mi era stata donata, e non era del genere che potesse entusiasmare le grandi folle. La gente diceva: ‘Che roba è questa?’”, ha confidato di recente a “The Guardian”.
Fra i tanti progetti, nel 1986 creò con apparecchiature elettroniche un bizzarro album intitolato Keyboard Fantasies, distribuito in 250 copie su cassetta: riscoperto nel 2015 da un collezionista giapponese, conquistò in rete status di culto, perciò nel 2017 fu impresso su vinile e nel 2021 rielaborato con interventi di complici quali Bon Iver, Arca, Blood Orange e Julia Holter.
La medesima intestazione venne utilizzata dalla filmmaker britannica Posy Dixon per il documentario che ne ripercorreva le vicissitudini, concomitante al primo concerto tenuto da Beverly Glenn-Copeland negli Stati Uniti, l’8 dicembre 2019 al MoMA di New York: ciò favorì un nuovo contratto discografico con l’indipendente londinese Transgressive, editrice nel 2023 di The Ones Ahead.
Un paio di episodi appartenenti a quel lavoro ricompaiono ora con forme differenti in Laughter in Summer: “Prince Caspian’s Dream”, ispirato a un personaggio di Le cronache di Narnia, e “Harbour”, ripreso insieme alla moglie Elizabeth, in gioventù poeta e attrice. È lei a descriverne le condizioni dopo la diagnosi di demenza resa pubblica nel 2024: “Alcune cose peggiorano, ma per certi aspetti lui è più sé stesso che mai”.
Registrato nel celebre studio Hotel2Tango di Montréal con il contributo di un coro locale e la direzione musicale di Alex Samaras, impegnato altresì al piano, l’album offre in apertura gli adattamenti cameristici di due canzoni tratte da Keyboard Fantasies, “Ever New” e “Let Us Dance (Movement One)”, dove la voce del protagonista riecheggia l’emozionante fragilità ultraterrena di Jimmy Scott, quando canta: “Il vento soffia sul fianco della collina, il giorno saluta l’alba, il sole danza accanto alla strada che percorriamo”.
Quest’ultima riaffiora poi con fisionomia più ombrosa in coda, preceduta da un’intensa versione a cappella dell’antico standard americano “Shenandoah”, mentre il centro del disco è occupato dai brani interpretati in coppia, ad esempio l’elegiaco “Middle Island Lament” o il madrigalesco “Children’s Anthem”, derivato dall’attività svolta durante un workshop scolastico sul bullismo (“Siano benedetti i nostri preziosi bambini, possano crescere forti e liberi, siano benedette le mani che li sostengono e li guidano verso ciò che potrebbero diventare”, recita il testo, “viaggeranno verso un futuro che né tu né io vedremo mai”).
Sentimento dominante è tuttavia la reciproca devozione amorosa: “Sei il mio porto, il mio arcobaleno, la mia promessa per il domani”, duettano in “Harbour”, e nella traccia che dà nome all’intera raccolta Elizabeth intona con tenerezza: “Tu, cuore mio, gioia mia, vita mia, mia dimora sulla Terra”. Puro incanto: lo dimostra l’esecuzione dal vivo catturata lo scorso ottobre all’Hackney Empire di Londra. Alla fine, non possono fare altro che abbracciarsi.