Julianna Barwick e Mary Lattimore, strumenti d'epoca a Parigi

Nel nuovo disco Tragic Magic le artiste statunitensi hanno utilizzato le collezioni del Musée de la Musique

AC

16 gennaio 2026 • 2 minuti di lettura

Julianna Barwick e Mary Lattimore
Julianna Barwick e Mary Lattimore
Tragic Magic
Tragic Magic

Julianna Barwick e Mary Lattimore

Tragic Magic

InFiné 2026

Già abituate a collaborare dal vivo, al punto di sviluppare ciò che chiamano “telepatia musicale”, la compositrice ambient Julianna Barwick e la virtuosa arpista Mary Lattimore estendono ora la partnership sul piano discografico, complice l’etichetta francese InFiné, che da qualche tempo coltiva una collaborazione con il Musée de la Musique ubicato presso la Philarmonie de Paris.

Affiancate dal produttore e connazionale Trevor Spencer, le artiste statunitensi hanno registrato in loco il materiale destinato a Tragic Magic nell’arco di una decina di giorni, impiegando alcuni reperti custoditi nello spazio museale. “Volevamo onorare il passato pur facendo musica che sentivamo essere autentica espressione di noi stesse”, ha commentato Barwick, impegnata a manovrare apparecchiature analogiche vintage, mentre Lattimore imbracciava rare arpe del XVIII e XIX secolo con l’intenzione di “collocare questi strumenti in un contesto moderno, tirandoli letteralmente fuori dagli scaffali del museo”.

Sono le “principesse addormentate” cui si riferisce appunto “The Four Sleeping Princesses”, malinconica elegia sostenuta da pianoforte ed echi sintetici. Da precedenti esperienze comuni traggono spunto il madrigale “Haze With No Haze”, derivato dalla sonorizzazione creata nel 2021 per le installazioni luminose dell’artista californiano James Turrell al Massachusetts Museum of Contemporary Arts, e “Temple of the Winds”, pagina d’impronta barocca firmata da Roger Eno nel 2019, in occasione di un estemporaneo concerto in trio a Melbourne.

In sequenza, subito dopo, annunciata dal rumore di pioggia, arriva una cover del “Rachel’s Theme” acquisito dalla colonna sonora composta da Vangelis per Blade Runner, dove si apprezza il gorgheggio angelico di Barwick, come capita anche nell’iniziale “Perpetual Adoration”: “Una preghiera, una canzone, una chiamata a casa”, recitano i versi da lei intonati sul ricamo cristallino imbastito da Lattimore maneggiando un’arpa a pedale brevettata nel 1873 dall’alsaziano Sébastien Érard che dialoga con il primigenio sintetizzatore polifonico Prophet-5 in una manifestazione esemplare del senso stesso dell’opera.

L’atmosfera d’incantata purezza evocata da quel brano, ispirato alle autrici da una visita alla basilica del Sacro Cuore a Montmartre compiuta durante la residenza parigina, rappresenta l’apice spirituale dell’album, quando “Stardust” ne identifica viceversa il côté mondano, inseguendo a ritmo di “motorik” con modulazioni di vocoder l’ombra dei “corrieri cosmici”.

È il preludio all’epilogo: riverbero emotivo suscitato dagli incendi che devastarono la California un anno fa, alla vigilia della partenza per Parigi (“Una tortuosa strada sull’oceano, un bosco di alta montagna, un bagliore come di vulcano, una preghiera per la pioggia”, esordisce il testo), “Melted Moon” riassume in sé le qualità di un disco dalla bellezza timida.