ITALODISCHI #9 2025 – Speciale cantautrici

L'autunno ha portato nuove cantautrici e conferme, da Veronica Marchi a Flaminia, passando per Ilaria Graziano

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14 gennaio 2026 • 5 minuti di lettura

Veronica Marchi
Veronica Marchi

Una congiuntura del tutto casuale ha fatto sì che nel periodo autunnale si concentrassero in quantità uscite discografiche di cantautorato al femminile. A conferma di una tendenza sempre più in crescita, e che va controcorrente rispetto alla norma.

L’Italia è infatti un paese di grandi cantanti donne, ma con una tradizione cantautorale molto maschile.

Sembra perfino banale ricordare grandissime interpreti come Mina, Ornella Vanoni, Milva, e la generazione immediatamente successiva di Mia Martini e Antonella Ruggiero. Ma in quello stesso periodo la scuola cantautorale, che è ancor oggi ricordata come uno dei momenti artistici più caratteristici della storia musicale italiana, vedeva solo protagonisti al maschile, da Dalla a De Andrè, da Guccini a De Gregori.

La risposta nostrana a Joni Mitchell o Carole King? Non pervenuta.

Le cose cambiano un poco negli anni Novanta, quando finalmente si affacciano sul panorama alcune cantautrici che dicono la loro: Cristina Donà (un po’ esageratamente definita la PJ Harvey italiana), Carmen Consoli, Elisa.

Da lì piano piano qualcosa cambia, perfino un’artista storica come Nada viene riconosciuta come autrice a tutto tondo. Ma i nomi grossi, che vanno in classifica, rimangono quelli di sole interpreti, da Laura Pausini a Giorgia, a, un po’ più tardi, Annalisa ed Elodie.

Ovviamente nel sottobosco indie di questi ultimi anni ci sono miriadi di nomi interessanti, da Elli De Mon a Marian Trapassi, da Elsa Martin a Missincat, da Unepassante ad Angela Kinczsly, da Miriam Foresti a Claudia Is On The Sofa (lista impulsiva e non ragionata… ne avrò dimenticate altre venti).

Cantautrici (anche molto) valide, che però non hanno sfondato al botteghino neanche per sbaglio, ahimè. Mentre invece, in tempi recenti, ci sono stati due casi di relativo successo che sembrano aver condizionato questa nuova generazione di songwriting al femminile: Madame e, soprattutto, Daniela Pes. In particolare nel saper mischiare composizione tradizionale con contaminazioni di altri generi (hip hop/urban nel primo caso, sperimentazione elettronica nell’altro).

Ok, fine del preambolo, e vediamo qualche nome degno di menzione (tutti usciti, incredibilmente, tra settembre e novembre): non imprescindibili al 100%, ma indicativi di varie caratteristiche a vario titolo interessanti.

Le veterane

Veronica Marchi, Bianca

Ho appena fatto l’elogio della contaminazione, ma il disco migliore della rassegna è il più classico e lineare, quello di Veronica Marchi. Il nome di Marchi non è conosciutissimo ma lei vanta comunque due decenni di carriera alle spalle, anche se era assente dagli scaffali da ben sette anni.

La cantautrice veronese mostra con Bianca che con un elevato livello di scrittura non è necessario inventarsi stili o arrangiamenti particolari; qui abbiamo a che fare con canzoni di struttura regolare, con un sound che spazia dall’acustico al rock, veramente senza nessuna pretesa di inventare chissà che.

Eppure, nella loro normalità, aiutate dalla voce delicata e mai sopra le righe di Veronica, funzionano benissimo, hanno quel giusto velo di malinconia al quale ci si affeziona, e lasciano il segno.

Emma Grace, Satellites

Emma Grace entra in questa rassegna in modo un po’ forzato (lei è italo-americana, e canta in inglese), ma considerando l’importanza del nome faccio un’eccezione, anche perché il suo nuovo disco (è il quarto) esce per una label italianissima, la Trovarobato, ed è nato durante una residenza artistica a Cagliari.

Satellites è un album di canzoni elettroniche tendenzialmente poco strutturate, costruite più sulla messa in scena di una sensazione che non su un impianto classico: una per tutte, “Stuck”.

Nel complesso si assiste a un’alternanza di atmosfere stralunate, come se Björk si mettesse a fare ambient, a momenti più difficili da cogliere e forse fin troppo eterei. È però uno di quei dischi che ad ogni ascolto rivela coloriture inaspettate, e questo lo rende apprezzabile.

Le esordienti

Dioniza, A nervi sciolti

Dioniza, vero nome di Domiziana Pelati, vanta già esperienze con band come Shinin’ Shade e AyahuascA. Forse per quello le rimane un imprinting stilistico più da band che da solista, con un approccio rock che rimanda a qualcosa tra il dark, la psichedelia e il dream pop.

Questo mix di generi è la cosa più interessante di questo esordio, che conta qualche spunto intrigante a compensare una voce forse ancora un po’ acerba.

Nicol Bana, Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro

Qui lo stile preponderante è l’elettronica – in questo caso il rimando a Daniela Pes si impone, anche per il modo di cantare sfumato, con testi più insinuati che espliciti. Addirittura in diversi episodi (ad esempio “Cantico”) la voce è filtrata e distorta, cosicché si pensa a Laurie Anderson e alle sue sperimentazioni in epoca pre-digitale, oppure, per citare riferimenti temporalmente più vicini, a Juana Molina: ma l’esito non è niente male, davvero.

L’album è deliberatamente tutto costruito tramite assemblaggi di campionamenti e suoni costruiti, sui quali la voce di Nicol spazia libera e senza imposizioni preconfezionate: ne deriva un sound inafferrabile ma estremamente affascinante.

Sara Gioielli, Gioielli neri

L’influenza di Laurie Anderson è ancora più evidente nella title track che apre Gioielli neri, l’album d’esordio della napoletana Sara Gioielli: un vocalizzo campionato e iterato a oltranza – ed è subito “O Superman”. Ma sarebbe molto riduttivo parlare di questo album senza considerarlo nel suo insieme, perché è di valore notevole.

Costruito attorno alla voce di Sara, con un solo pianoforte ad accompagnarne le evoluzioni, la sentiamo muoversi tra mille umori diversi, il sussurro delicato, la nenia dolente, l’intimismo profondo, con toni cangianti che arrivano fino alla performance da cantante d’opera. Una voce straordinaria.

Ilaria Graziano, Rive

In sospeso tra sensibilità acustica e canzoniere folk (che talvolta sconfina nell’avanguardia alla (ancora!) Daniela Pes), Rive è un album eclettico che allinea filastrocche quasi banali a canzoni sofisticate che flirtano col jazz.

Anche Ilaria Graziano viene da Napoli (ultimamente una fucina di talenti miracolosa), e nella produzione di questo disco si è fatta aiutare da Simone De Filippis e soprattutto Gnut – il suo contributo è chiaramente percepibile, e rende il tutto permeato di una meravigliosa serenità, che trasmette sensazioni estremamente positive.

Flaminia, Al porto

Ho iniziato col disco dal sound più tradizionale, chiudo con quello che suona più anomalo. Flaminia, livornese, a dispetto del suo background classico ha una predilezione per una sorta di pop elettronico dalle tinte urban (e qui entra in gioco Madame, che si sente un po’ anche nella scansione vocale), che rende Al porto il disco più ‘moderno’ di questa mini rassegna.

Paradossalmente, il margine di miglioramento dell’autrice è proprio nella scrittura, in cui manca ancora il guizzo melodico vincente – cosicché l’album è soltanto ‘carino’. Ma sul futuro di Flaminia io ci scommetterei.