The Banjo Boys, dal Malawi a Glastonbury
Il regista Johan Nayar racconta il documentario sulla Madalitso Band, in attesa di vederlo al Festival Seeyousound
02 marzo 2026 • 6 minuti di lettura
Era luglio dello scorso anno quando m’imbattei in Ma Gitala, album di un duo proveniente dal Malawi il cui nome è Madalitso Band.
Iniziai a scandagliare il web alla ricerca di informazioni sui due musicisti utili per completare l’articolo; a lavoro praticamente ultimato ecco la notizia di un docufilm in uscita girato da Johan Nayar, fratello di Neil, il manager di Yobu Maligwa e Yosefe Kalekeni. Buttai giù un post scriptum che si concludeva così: «Attraverso interviste intime, esibizioni elettrizzanti e momenti spontanei di dubbio o di trionfo, The Banjo Boys celebra la capacità della musica di elevare, unire e riscrivere i destini contro ogni previsione. Speriamo di riuscire a vederlo».
Ogni tanto i desideri vengono esauditi e il docufilm è entrato a far parte del cartellone di SYS 12. La recensione la trovate qui.
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The Banjo Boys narra una storia lunga ormai quasi 25 anni, dalle strade di Lilongwe ai palchi internazionali di Glastonbury e Coachella, attraversando una terribile carestia, la pandemia di COVID-19, la fatica per superare le difficoltà burocratiche e le tragedie personali. È anche (o soprattutto) la storia di un’amicizia inossidabile, così forte da condurre i tre – sì, Neil Nayar ha un ruolo fondamentale in questa storia, è davvero il terzo membro del gruppo – a realizzare i loro sogni.
Ho avuto la possibilità di porre alcune domande al regista, che sarà in sala durante la proiezione del 4 marzo al Cinema Massimo di Torino: ne è uscita una chiacchierata piacevole che vi riporto.
Innanzi tutto grazie per il tempo che mi stai dedicando e per rispondere ad alcune domande sul film che ho visto ben due volte. Ho scoperto Madalitso Band ascoltando per caso il loro disco dello scorso anno Ma Gitala: è stato amore a prima vista (o meglio, al primo ascolto). Perché hai deciso di girare un film su un gruppo in fin dei conti poco famoso e per di più originario di un Paese abbastanza piccolo e poco conosciuto, almeno in Occidente?
«Sono felicissimo che tu abbia visto il film due volte, è fantastico, e mi fa piacere che tu abbia scoperto la band per conto tuo. Sono sempre stato interessato al cinema del mondo e alle narrazioni fuori dal mainstream di Hollywood. Il mio percorso di studi mi ha portato a conoscere il cinema espressionista tedesco, il neorealismo italiano (come Ladri di biciclette) e la Nouvelle Vague francese».
Ho deciso di raccontare la storia di questa band, nonostante non fosse famosa, perché me ne sono innamorato.
«Ho deciso di raccontare la storia di questa band, nonostante non fosse famosa, perché me ne sono innamorato. Mio fratello, che è il loro manager, mi ha dato l'opportunità di filmarli durante un tour di una settimana nel Regno Unito. Scavando nel passato dei musicisti, ho scoperto una storia potente: tra le altre cose, uno dei membri originari, Rice, aveva lasciato il gruppo perché si trovava in prigione per omicidio».
Il film mi è piaciuto molto: oltre a essere la storia di due ragazzi poveri che s’incontrano per caso nelle strade di Lilongwe e che decidono di suonare insieme, è anche una finestra sul Malawi, con la sua bellezza e la sua estrema povertà.
«Volevamo mostrare il Malawi in una luce diversa rispetto alla solita rappresentazione dominante di un povero paese dell'Africa subsahariana. Visitandolo, sono rimasto colpito dalla sua bellezza e dal calore della gente e ho sentito fin da subito un forte legame con quel luogo».
Immagino che non sia stato facile girare questo film, soprattutto nelle parti ambientate in Europa e negli Stati Uniti: veniamo a conoscenza dei problemi con i visti, dei voli cancellati, dei problemi coi trasporti. Però Yosefe e Yobu sembrano affrontare i problemi con fatalismo e pazienza: possiamo parlare di resilienza africana?
«Yobu e Yosefe sono persone straordinarie. Fin dal primo incontro abbiamo scherzato molto, tanto che dicevano fossi io il loro nuovo manager. Un dettaglio che non siamo riusciti a inserire nel film è la loro passione per Kung Fu Panda: hanno visto quel film più di 100 volte. Spesso, dopo un concerto importante, invece di andare a festeggiare, tornano in hotel per guardarlo di nuovo. Hanno un'innocenza e una dolcezza quasi ingenue che volevamo catturare e far conoscere agli spettatori».
È anche vero che il tuo è un film che parla di musica ma non solo: può essere visto anche da chi non conosce il gruppo perché è una storia di resistenza, di volontà, fatta di momenti di sconforto e di dolore ma anche di gioia. L’ingenuità dei due musicisti fa sorridere, a volte ridere (penso a quando ci tengono a far sapere che hanno rifiutato l’invito di due ragazze svizzere a passare la notte a casa loro dopo un concerto), ma in altri momenti che non posso svelare è la loro umanità a commuoverci fino alle lacrime.
«La positività di Yobu è contagiosa e cattura il pubblico con la sua energia. Questo spirito ha portato a grandi traguardi, come il coinvolgimento di Neil e la selezione per il festival Sauti za Busara a Zanzibar. È incredibile come le persone riescano a connettersi con l’energia positiva dei due. Amo i viaggi e le esperienze on the road; uno dei miei libri preferiti è proprio Sulla strada. Questi due musicisti malawiani hanno viaggiato più del 99% delle persone ed è un'esperienza che il pubblico può vivere attraverso di loro».
Ho apprezzato che il tuo sia sì un road movie ma anche una testimonianza dell’amore che provi verso il Malawi e della stima che provi verso tuo fratello, una persona che riesce ad affrontare i problemi col sorriso sulle labbra e con un umorismo contagioso.
«Lavorare con mio fratello è stata una sorta di riunione. Dieci anni fa suonavamo insieme in una band chiamata Dharma Bums – come il titolo di un romanzo dell’amato Jack Kerouac – ma ci eravamo lasciati in cattivi rapporti a causa di molti conflitti. Questo progetto, pur presentando delle sfide, ci ha permesso di risolvere creativamente le nostre questioni in sospeso».
Madalitso significa benedizioni: non trovi incredibile che malgrado una vita molto dura, fatta di povertà e fame, Yosefe e Yobu abbiano scelto questo nome per il loro gruppo?
«Attraverso mio fratello ho imparato che in Malawi la consapevolezza della mortalità è quotidiana. Credo che affrontare questo aspetto ogni giorno permetta loro di vivere un'esperienza più gioiosa. Anche il cambio del nome della band da Tiese ("ci proviamo") a Madalitso ("benedizioni") segna un passaggio potente: smettere di provare e iniziare a farlo davvero. Associo alla band due parole, resilienza e operosità. È incredibile come abbiano costruito i loro strumenti partendo da latte d'olio, cavi di motociclette o camion per le corde e persino una carta di credito, ovviamente scaduta, come plettro».
A quanti festival ha partecipato questo film? Che cosa ti aspetti da questa proiezione a Torino dove, te l’anticipo, pochissimi conoscono i Madalitso Band?
«Il film ha partecipato a quattro festival e siamo entusiasti di venire a Torino per il Seeyousound, un festival di film e documentari musicali perfetto per noi. Una delle nostre ispirazioni è Searching for Sugar Man: speriamo che il film aiuti la band a essere riconosciuta a livello internazionale, proprio come accadde a Sixto Rodríguez. Dopo Torino, andremo in Oklahoma per il Bare Bones Film Festival».
Immagino che sia stata una grande soddisfazione ricevere l’Audience Award al London Breeze Film Festival lo scorso ottobre: evidentemente il pubblico ha trovato nel tuo film una storia e dei sentimenti in cui si è riconosciuto.
«È stato un onore ricevere il Premio del Pubblico ai Riverside Studios; l'energia in sala era magica. Abbiamo appena vinto un secondo Premio del Pubblico al LAFAM Independent Film Festival».
Mi sono documentato e ho visto che in precedenza avevi realizzato dei cortometraggi; questo dunque è il tuo primo lungometraggio: com’è stata l’esperienza, sia lavorativa sia umana, e quali saranno le tue prossime mosse? Hai già un nuovo progetto su cui stai lavorando?
«Sebbene questo sia il mio quarto lungometraggio come montatore, è il mio debutto come regista. In precedenza ho diretto cortometraggi e un documentario intitolato The Chase. Avendo studiato psicologia, amo i generi thriller e horror con risvolti psicologici. Attualmente ho due progetti in fase di sviluppo: Death Coach, un thriller psicologico ambientato tra India e Inghilterra, e Wainwright, un film d'epoca ambientato nel tardo XIX secolo su un gruppo di persone che lascia il Regno Unito per il Paraguay».
Non perdetevi questo film, sono pronto a scommettere che vi innamorerete di Madalitso Band.
La proiezione avverrà mercoledì 4 marzo alle ore 21.00 al Cinema Massimo, via Verdi 18, Torino.