Italodischi #2 2026 – Cantautori e Cantautrici, dark wavers e outsiders
Seconda puntata dell'anno per la nostra rubrica dedicata ai migliori album italiani
20 maggio 2026 • 8 minuti di lettura
L’aria di primavera evidentemente è uno stimolo irresistibile per chi fa musica in Italia: da marzo a maggio le uscite arrivano a vagonate, e operare una selezione è sempre più difficile. Tant’è vero che il periodo di copertura di questa puntata di Italodischi, che doveva inizialmente includere marzo e aprile, è stato ridotto mettendo come limite di pubblicazione il 17 aprile; la puntata successiva coprirà invece la seconda metà di aprile e il mese di maggio. Marzo è anche stato il mese dei Subsonica, che hanno festeggiato i 30 anni di carriera con 4 concerti memorabili alle OGR di Torino: lo segnalo perché il loro Terre rare, non recensito perché non ne ha veramente bisogno e ho preferito dare spazio a nomi meno celebrati, è comunque un disco da tenere in grande considerazione. E per il resto… ecco la mia selezione.
DISCO DEL MESE (E MEZZO)
Mirco Passione Mariani, – Brutture Moderne
Mirco Mariani (l’intercalare "Passione" è un soprannome che si è guadagnato in giovane età a causa dell’entusiasmo mostrato nelle cose che faceva) è uno di quei personaggi a torto considerati minori nel panorama italiano. Dopo aver frequentato episodicamente l’ambito del jazz, aver suonato la batteria per Vinicio Capossela e, in tempi più recenti, aver messo in piedi progetti sia solisti (Saluti da Saturno) che in gruppo (Extraliscio), ha fattualmente esordito a suo nome solo lo scorso anno, con un mastodontico album di 3 cd e oltre 150 brevi pezzi intitolato Musica per sconosciuti: strambi, affascinanti bozzetti elettronici di minimalismo alla Residents, che non somigliavano a nulla di quanto aveva fatto in precedenza.
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Con Canzoni in solo Mariani riconsidera appena l’abitudine del formato maxi: 2 cd e 30 canzoni, scelte però da un repertorio di oltre 60. Lo stile invece è molto più tradizionale e prevede una strumentazione abbastanza scarna, basata su chitarra e voce ma con un accompagnamento occasionale di tastiere, percussioni e cori. Malgrado la scelta minimale, l’album presenta una notevole varietà di suoni e atmosfere, dall’intimismo acustico alla ballata corale a un mood a metà tra il crooner e il cabarettista; e altrettanto eclettica è la tipologia delle canzoni presenti: diverse riletture di brani già pubblicati precedenza, cover di colleghi (“Cerchi nell’acqua” di Paolo Benvegnù) o di classici popular (“Cuccuruccucù Paloma”), una manciata di inediti.
Su tutto, è tangibile la sensibilità dell’autore, che sembra stare a proprio agio in mezzo a questa musica come mai gli era successo prima: ispirato, intenso ed emotivo, Mariani sembra essere giunto allo zenith del suo percorso artistico, e confeziona un album che è un meraviglioso caleidoscopio di sensazioni positive.
MILANO E IL POST LA CRUS
Mauro Ermanno Giovanardi, E poi scegliere con cura le parole – Woodworm
Giovanardi ha recentemente dichiarato che la reunion dei La Crus di ormai quasi due anni fa è destinata a rimanere un episodio isolato – e questo è un peccato, considerando anche il valore intrinseco dell’album Proteggimi da ciò che voglio. Per fortuna torna in pista almeno lui, con una prova solista che mancava da quasi dieci anni. In E poi scegliere con cura le parole ritroviamo il Joe che ben conosciamo, l’autore di canzoni di straordinaria eleganza formale che rimandano al Tenco più ispirato, se vogliamo restare in ambito nostrano, come allo Scott Walker più classico, col quale ha anche una relativa somiglianza nel timbro vocale. Ma se i sixties sono indubbiamente il tempo storico di riferimento per questo disco (melodie intense, arrangiamenti lussuriosi di orchestre possenti, una forte sensazione di classicismo sempre presente), va riconosciuta anche la sua modernità, soprattutto nei testi, ma anche nel rinnovo del suono, che solo superficialmente può apparire nostalgico.
The Dining Rooms, Lost in the Spinning Sound – Schema
Senza farlo apposta, esce quasi in simultanea un nuovo disco dei Dining Rooms, il ben noto duo milanese metà del quale è proprio il membro fondatore dei La Crus Cesare Malfatti (l’altra è il dj e producer Stefano Ghittoni). Nati oltre 25 anni fa come gruppo downtempo, per poi espandere la propria ricerca in vari altri settori dell’elettronica evoluta, da qualche tempo i DR sembrano aver ripreso gusto a proporre atmosfere molto vicine al sound classico del trip hop; lo sanno fare con classe sopraffina e questo nuovo album ne è una conferma a pieni voti. Anche perché c’è un valore aggiunto nella presenza alla voce, in 8 brani su 10, di Chiara Castello, già membro effettivo di I’m Not A Blonde e incidentalmente presente anche nella band live di Giovanardi. Ispiratissima, limpida e perfettamente integrata nel mood del disco, la voce di Chiara è una vera novità nel sound dei Dining Rooms (in passato le parti vocali erano sempre state occasionali e delegate a cantanti diversi), e potrebbe costituire un ulteriore salto di qualità.
GIRLS GIRLS GIRLS
Madame, Disincanto – Sugar
Non ho mai fatto mistero di vedere in Madame una figura chiave per la rinascita del cantautorato femminile in Italia. Ora che mi trovo nella posizione di dover giudicare un suo disco, non posso che confermare che anche dal punto di vista strettamente artistico il suo valore è veramente notevole. Disincanto, il suo terzo album, mostra addirittura un progresso rispetto alle pubblicazioni precedenti, e continua in quel percorso di divulgazione della canzone d’autore in un contesto sonoro estremamente moderno. Questo album ha anche l’accortezza (o la furbizia, penserà qualcuno) di non eccedere in quei dettagli che potrebbero risultare troppo destabilizzanti per un ascoltatore medio: le melodie sono molto più cantate che rappate, l’uso dell’autotune è contenuto, perfino lo stile canoro biascicato e a volte poco comprensibile di Madame è stato corretto. Declamando i suoi testi, che sono sì espliciti ma non pruriginosi, l’autrice non sembra neanche provocatoria, ma semplicemente sé stessa, e si conferma come uno dei personaggi più importanti dell’Italia musicale degli anni Venti.
Carolina Bubbico, Vocàlia – GroundUp Music – The Orchard
Ci aveva già provato, tra gli altri, Todd Rundgren negli anni Ottanta: in A Cappella tutti i suoni erano fatti con la voce, non solo le armonie con mille sovrapposizioni, ma anche le simulazioni di basso e batteria. In Vocàlia, Carolina Bubbico fa la stessa cosa, ad eccezione delle componenti ritmiche, registrate a parte; per il resto, la voce solista della cantante salentina, che qui giunge al quarto album, si inerpica fiera su tappeti armonici forniti da altre 5, 10, 100 voci stratificate. L’effetto è bellissimo e quanto mai originale, sembra di sentire Mina con il coro dei Beach Boys sullo sfondo. Interessante anche la scelta del repertorio, in cui le musiche di Carolina si integrano in testi di diversi autori (a volte presenti come ospiti alla voce solista) in italiano, inglese, portoghese e spagnolo. Sicuramente un album fuori dal comune, tuttavia accessibile e pienamente godibile.
Olivia Santimone, Ciclopedonale – autoproduzione
Lo so, dedicare ogni volta una sezione alle donne puzza un po’ di quote rosa, e sarei ben contento se un giorno non fosse più necessario dare evidenza esplicita di opere ad appannaggio femminile. Se però servisse a dare rilievo a grandi artiste, ben venga. E quindi mi accingo a presentare un’esordiente che mi ha letteralmente stregato, Olivia Santimone. Lei è una cantautrice ferrarese che si definisce “distratta e disordinata”, ne prendiamo atto. Musicalmente questo si traduce in un album dal profumo surreale in cui l’impianto cantautorale collide con suggestioni jazz-prog, ma di quelle belle (pensate alla scuola di Canterbury, e in particolare ai Gong), per niente leziose e anzi ricche di momenti onirici e movimentazioni ritmiche ben controllate. Ciclopedonale per essere un esordio è straordinariamente maturo, e se Olivia si saprà confermare a questi livelli avremo a che fare con un vero e proprio talento.
CHI SI RICORDA DELLA DARK WAVE?
Pinhdar, Comfort in the Silence – PINHDAR/Duskey
La domanda è retorica, poiché se c’è un sottogenere del post punk che sembra non patire l’età (ha superato i 40 anni da un pezzo) è proprio il gothic rock, quello che in Italia si chiamava dark. I Pinhdar, duo misto milanese giunto al quarto album, parte da quelle radici e le rielabora secondo la nuova tecnologia elettronica, finendo con l’avere molte assonanze anche con il trip hop anni ’90. Un po’ come se Siouxsie fosse prodotta da Tricky (un nome citato non a caso, visto che l’album è mixato da Ian Caple, che ha lavorato con lui). Personalmente non sono un grande appassionato del genere, ma ho voluto includere questa band nella rassegna perché il loro lavoro è impeccabile: per chi ama queste sonorità, in Italia non potete trovare di meglio (e infatti non a caso i Pinhdar hanno un buon seguito in tutta Europa).
Charlie Risso, Rituals – Sounzone
Un discorso simile al precedente si potrebbe fare per Charlie Risso, cantautrice di origini genovesi che ha costruito la sua figura artistica tra Milano e Londra. In Rituals il genere di confine è sicuramente il dream pop, fin dalle sue istanze primigenie tipo Cocteau Twins, mentre l’impronta cantautorale fa pensare a certe firme femminili dell’indie americano. C’è però un costante spleen in questa musica, che crea una perenne sensazione di malinconia che, in realtà, ne decreta il fascino.
GLI OUTSIDER
d!base, ;;;risolversi nel buio – Dumba Dischi
Nome strano, titolo ancora peggio, chi è costui? Si tratta di un ‘cantautore’ di Forlì all’esordio, che pubblica un disco, cito la cartella stampa per non sbagliare, come un “flusso di coscienza che attraversa il tema dell’ansia e degli attacchi di panico”. Una sorta di seduta di psicanalisi, insomma, ma se associate questo concetto a una soporifera conversazione sul lettino siete completamente fuori strada: l’album è al contrario un frenetico frullato elettronico in cui entra un po’ di tutto, hyperpop soprattutto, ma anche techno a 160 bpm e sonorità glitch in overdose. A molti questo disco sembrerà un’esibizione pacchiana di suoni buttati a caso, peccato però che i testi non siano affatto scontati e che nell’insieme l’album riesca a suonare dannatamente originale e provocatorio, risultando un paradosso del tutto sensato.
Simone Faraci, [ˈfʊ.mu] – Maple Death
Per finire un titolo di pura elettronica d’avanguardia, il terzo lavoro sulla distanza per Simone Faraci. Enigmatico (e deliberatamente ostico) fin dal titolo, il disco si consolida in una forma di ambient screziata di rumori di varia estrazione (sample vocali, glitch, frammenti disturbanti, etc.), da ascoltare come flusso continuo apprezzando le soluzioni sonore e dimenticando concetti come armonia o melodia. Non di meno è un album che ha il suo fascino, può ricordare certe cose di Basinski; quindi, se siete in sintonia con quel tipo di sonorità, tenetelo d’occhio.