Come Spotify ha cambiato il nostro modo di ascoltare

Esce in Italia il libro di Liz Pelly, puntuale critica a Spotify e allo streaming

EB

12 maggio 2026 • 4 minuti di lettura

Mood Machine
Mood Machine

È uscita la traduzione italiana (a cura di Giovanni Garbellini) di Mood Machine: L'ascesa di Spotify e il prezzo della playlist perfetta (EDT, La Biblioteca di Ulisse, 376 pp. 25€) della giornalista Liz Pelly, uno dei saggi più articolati e di successo usciti negli ultimi anni sulla trasformazione della musica in prodotto “di piattaforma”, e mentre inizio a sfogliare il volume mi chiedo già silenziosamente se le pagine che leggerò non faranno presto la fine di altri celebrati contributi sulla sociologia della fruizione musicale e artistica, rapidamente invecchiati e superati dalla ipersonica velocità dei cambiamenti della realtà che ci circonda.

Me lo chiedo non tanto per sfiducia nei confronti dell’autrice - che ha condotto la propria ricerca con rigore e varietà di fonti encomiabile - quanto per la sensazione un po’ sottopelle che la contraddittorietà di molte dinamiche dell’industria musicale sia più difficile da cogliere che il proverbiale mare di Sant’Agostino.

Spotify non ha “salvato la musica dalla pirateria”, ma ha letteralmente trasformato la musica in un’infrastruttura di estrazione dati, pubblicità e ottimizzazione finanziaria.

La tesi di Liz Pelly è molto chiara e funziona bene: Spotify non ha “salvato la musica dalla pirateria”, come si suole narrare, ma ha letteralmente trasformato la musica in un’infrastruttura di estrazione dati, pubblicità e ottimizzazione finanziaria. A partire dall’analisi delle origini del progetto Spotify nel pieno della cultura del file sharing (ripensare oggi all’isteria con cui le major scompostamente provavano a arginare la questione fa quasi sorridere…), il libro da subito sottolinea come l’idea alla base sia stata da sempre commerciale e poco attenta alle questioni artistiche.

Anche l’idea stessa della democratizzazione dell’accesso, l’idea che il perfetto sconosciuto potesse emergere e “competere” con i nomi più conosciuti, viene drasticamente demolita: l’oligopolio delle major, che possono negoziare o imporre condizioni e strategie, di fatto smentisce anche i sognatori più ingenui.

Nella parte centrale del libro si illustra ampiamente come funziona la cosiddetta “playlist economy”, cioè la trasformazione delle abitudini d’ascolto, da quelle legate al disco o all’artista a quelle della playlist, dettate da mood, funzionalità, dematerializzazione dell'intento artistico dentro logiche algoritmiche. Per Pelly la musica smette di essere esperienza estetica e diventa una sorta di nodo che stringe regolazione emotiva, produttività e accompagnamento passivo.

Il vero business non è la musica, quanto la possibilità di raccogliere dati, abitudini, comportamenti d’ascolto.

In questo senso la presenza di molti “artisti fantasma” (occupandomi io di jazz e quindi di una musica per molti versi “atmosferizzabile”, piccola digressione personale, una delle cose che mi è balzata agli occhi già da tempo era come mai non conoscessi il nome di nessuna delle formazioni che venivano inserite nelle playlist più gettonate), con pseudonimi fittizi e una sotto-industria di musica dapprima commissionata a basso costo, per tacer dell’AI…

In fondo, ci dice Pelly, il vero business non è la musica, quanto la possibilità di raccogliere dati, abitudini, comportamenti d’ascolto (progressivamente guidati dalla piattaforma stessa): agli artisti resta molto poco: non solo le risibili royalties, ma anche la necessità di adattarsi alle modalità che più funzionano nella piattaforma, con brani corti, che vanno subito al sodo e una frenesia di aggiornamento di contenuti che di fatto li fa lavorare più per la piattaforma che per se stessi. In questo quadro fortemente critico, la Pelly prova a suggerire qualche possibile contromossa, dalle cooperative a Bandcamp, per un finale che prova a aprire spiragli.

Frutto di uno scrupoloso lavoro giornalistico e di una solida struttura argomentativa (al netto di qualche piccola ripetitività), il libro riesce nell’intento di problematizzare i meccanismi dell’industria musicale oggi. Per farlo però rischia di adagiarsi in una sorta di romanticizzazione del passato musicale, di modalità indie, DIY, che certo sono state importanti e identitarie, ma che sono esse stesse pienamente incardinate in una complessa infrastruttura socio-economica meno innocente di quanto si pensi. E se l’ascolto passivo, di sottofondo, viene quasi stigmatizzato moralmente, mi sembra che manchi una proiezione nel più ampio frame sociologico - tra arte e consumo, tecnologia e  industrializzazione - in cui ogni analisi relativa alla popular music merita di essere inserita. E che, certo con tempi e modalità differenti, non sembra in molte dinamiche così dissimile dalle “nefandezze” qui denunciate.

Comunque, un libro importante. Quando e quanto invecchierà?

Se volete chiederglielo, Liz Pelly sarà la prima volta in Italia, in occasione del Salone del Libro di Torino, domenica 17 maggio, alle 14, (Sala internazionale), insieme al giornalista del Corriere della Sera, Luca Castelli. A seguire firmacopie dell’autrice allo stand EDT.

Il giorno prima, sabato 16 maggio, alle 18.30, presso Off Topic, Pelly incontrerà il pubblico e parlerà della sua inchiesta sulle piattaforme di streaming, in dialogo con il giornalista della Stampa Paolo Ferrari. La serata, inserita nel calendario di appuntamenti del Salone off, proseguirà con un dj set a cura dello stesso Ferrari.