Afrika Bambaataa, continuiamo a ballare
Se l’hip hop oggi è una forza culturale globale lo deve anche al più visionario di tutti: Afrika Bambaataa
14 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
Nato Lance Taylor nel 1957 nel Bronx, Afrika Bambaataa non si è limitato a mixare dischi: ha codificato un linguaggio e trasformato l'energia violenta delle gang in un movimento di pace e creatività.
"Bam" è deceduto giovedì 9 aprile e abbiamo deciso di ricordarlo ricostruendo brevemente la sua carriera.
Ho tre ricordi legati ad Afrika Bambaataa: il primo risale all'aprile del 1982 quando - all'epoca ero il co-conduttore di un programma radiofonico specializzato in black music - entrai in possesso di un 12" a nome Afrika Bambaataa & The Soulsonic Force.
«Ehi - pensai -, ma sono rime sparate su "Trans Europe Express" dei Kraftwerk ». Del resto qualche anno dopo Derrick May avrebbe definito la techno «qualcosa come i Kraftwerk e George Clinton chiusi insieme in un ascensore con solo un sequencer a tenergli compagnia».
Non lo capii subito ma era arrivata una vera rivoluzione: "Planet Rock" - questo il titolo del brano -, fondendo i ritmi funk americani con le sonorità sintetiche dei tedeschi Kraftwerk e l'uso innovativo della drum machine Roland TR-808, aveva dato vita alll'Electro-Funk. Senza questo brano, generi come la techno, la house e il Miami Bass non sarebbero mai nati come li conosciamo oggi.
Due anni dopo, dicembre 1984: sui muri di Londra compaiono manifesti con la dicitura Time Zone e i volti di Bam e John Lydon, voce dei Sex Pistols prima e dei PIL poi. Presto, alla metropolitana, direzione Notting Hill Gate. Il tempo di entrare da Rough Trade e Geoff Travis in persona mette sul piatto il disco prodotto da Bill Laswell: «We are Time Zone, we've come to drop a bomb on you, world destruction, kaboom, kaboom, kaboom!».
E chi non salta ascolta i Boomtown Rats...
E arriviamo al terzo ricordo: 17 luglio 2010 e finalmente riesco a vedere Bambaataa dal vivo, grazie al mai abbastanza rimpianto Traffic Free Festival di Torino (per quell'edizione in trasferta alla Reggia di Venaria Reale) che per la serata "From BEAT to BIT" lo propose in cartellone in compagnia di Seun Kuti & Fela's Egypt 80, Next One, Daniele Baldelli, Fabrizio Fattori e DJ Ebreo, vale a dire alcuni dei nomi che crearono la leggenda della Baia degli Angeli, il locale di Gabicce Mare riconosciuto come "il paradiso dell'italo-disco".
Finiti i ricordi, torniamo alla storia di Afrika Bambaataa. Negli anni Settanta, il Bronx si poteva definire, senza tema di esagerare, un territorio di guerra (oddio, da quattro anni a questa parte stiamo assistendo a ben di peggio).
Taylor era un leader, un warlord dei Black Spades, una delle gang più grandi e temute di New York. Tuttavia, dopo un viaggio in Africa che lo segnò profondamente e la perdita di un amico in uno scontro con la polizia, decise di cambiare rotta.
Cambiò il suo nome in Afrika Bambaataa (ispirandosi a un capo Zulu del XIX secolo) e fondò la Universal Zulu Nation. Il suo obiettivo era semplice ma rivoluzionario: sostituire le battaglie in strada con le battaglie di rime, ballo e graffiti. È a lui che si deve la definizione dei cinque pilastri dell'hip hop:
- MCing (il rap)
- DJing (il giradischi come strumento)
- Breaking (il ballo)
- Graffiti Art (l'arte visiva)
- Knowledge (la conoscenza di sé e della storia)
Musicalmente, Bambaataa era soprannominato il "Master of Records" per la sua capacità di pescare campionamenti dai generi più disparati, anche grazie alla collezione di dischi di sua madre, di origine caraibica: rock, soca, salsa e musica classica.
Nonostante il suo status leggendario, l'eredità di Bambaataa è stata pesantemente scossa negli ultimi dieci anni. A partire dal 2016 infatti sono emerse numerose accuse di abusi sessuali su minori risalenti agli anni Settanta e Ottanta.
Tali accuse hanno portato a una frattura profonda all'interno della comunità hip hop e della stessa Zulu Nation. Nel maggio dello scorso anno una sentenza civile negli Stati Uniti lo ha visto soccombere in una causa per abusi e traffico di minori, dopo che non si era presentato in tribunale per rispondere alle accuse. Questi eventi hanno portato molte istituzioni a distanziarsi dalla sua figura, sollevando, come già successo in altri casi simili, un dibattito complesso: è possibile separare l'arte visionaria dall'uomo che l'ha creata?
Al di là delle vicende personali, il contributo artistico e oserei dire filosofico di Bambaataa rimane innegabile. Ha portato l'hip hop fuori dai confini di New York, organizzando i primi tour europei (come il leggendario tour francese del 1982) e promuovendo il messaggio "Peace, Love, Unity and Having Fun".
La sua eredità rappresenta ancora oggi un profondo paradosso: pur avendo infuso identità e spirito a un movimento di emancipazione, le zone d'ombra della sua vita privata continuano a sfidare la coscienza del mondo che egli stesso ha contribuito a forgiare.
In ogni caso io, che ho mai sopportato i Boomtown Rats, continuo a saltare, finché ce la faccio.
P.S. Il nome "Bambaataa" significa "Capo affettuoso". Abbastanza ironico per un uomo che iniziò la sua carriera come uno dei guerrieri più temuti del Bronx. Vi lascio con la sua collaborazione con Leftfield, "Afrika Shox", brano che incendiò i dancefloor di tutto il mondo sul finire dello scorso millennio.