Pauline Black, una vita in bianco e nero

La vita di Pauline Black, voce dei The Selecter, in un film – fra razzismo, musica e stile: l'intervista

EB

10 marzo 2026 • 9 minuti di lettura

The Selecter
The Selecter

Pauline Black: a 2-Tone Story è il film che la regista Jane Mingay ha dedicato alla vita e alla carriera di Pauline Black, la front woman del gruppo The Selecter, in buona parte basato sull’autobiografia della cantante Black by Design – A 2-Tone Memoir, pubblicata nel 2011.

Dal punto di vista formale si tratta di un film abbastanza convenzionale – per lo più Pauline che narra la sua vita mentre scorrono immagini di repertorio, con colloqui sporadici coi suoi collaboratori e interruzioni di opinionisti –, ma è una storia così coinvolgente, e così la storia di Black che alla fine funziona. Fra gli intervistati compare più volte Daniel Rachel, l’autore di quello che possiamo considerare il libro definitivo sul fenomeno dello ska revival in Inghilterra e sull’etichetta 2-Tone, cioè Too Much Too Young, The 2-Tone Records Story, nonché di This Ain’t Rock ‘n’ Roll: Pop Music, the Swastika and the Third Reich, libro di cui mi sono occupato su queste colonne lo scorso gennaio.

Per onestà confesso che ritengo che ci siano (anche dopo aver visto questo documentario) davvero poche canzoni dei Selecter che io abbia ascoltato e che ritenga valide: “The Selecter”, vale a dire il lato B di “Gangster” degli Special AKA, il primo singolo dell’etichetta 2-Tone, "On My Radio", “Missing Words” e “Three Minute Hero”. All’epoca preferivo di gran lunga gli Specials, i Beat e i Madness.

Vado oltre: Pauline Black non mi era molto simpatica, con quel trilby hat perennemente indossato. Ed ecco che questo film mi ha fatto cambiare idea e al termine della visione ho provato un enorme rispetto per lei come persona. Ho anche capito la ragione (ovvia, col senno di poi) per cui ce l'avevo con quel cappello: in realtà sono gli uomini che indossano il trilby a essere dei veri stronzi, e io avevo giudicato la povera Pauline per associazione. Penso che gli unici due cappelli che ti facciano sembrare più stronzo di un trilby siano un berretto rosso MAGA e un cappello promozionale della Guinness in gommapiuma extralarge per il giorno di San Patrizio. 

Ma questo non è un film sui cappelli e, a ben vedere, nemmeno propriamente sui Selecter; è un film su come Pauline Black si è mossa nel mondo professionalmente e personalmente — come donna nera che, fino ai suoi 40 anni, non si è sentita «abbastanza nera». Infatti, come spiega lei stessa, non solo non ha conosciuto la sua madre biologica bianca, ma la famiglia bianca che l'ha adottata nell'Essex era razzista.

E se pensate sia improbabile che una neonata nera possa essere stata adottata da sostenitori del National Front nei brutti vecchi tempi, allora non avete seguito la storia di George Knight in EastEnders.

La voce narrante di Pauline occupa praticamente l'intero film, e le viene concesso ampio spazio per descrivere in maniera vivida le difficoltà di essere una ragazza nera nella Romford degli anni Settanta, essere l'unica donna in una band con sei uomini, essere una donna nera in un Paese dove troppi bianchi non riescono ancora a vedere le minoranze se non come una diversa categoria di persone, ovviamente inferiore.

È senz’altro salutare sentirsi ricordare questa deprimente realtà ed è sorprendente riceverla nel contesto di quella che è, apparentemente, la biografia di una pop star. Di solito l'esperienza del razzismo vissuta dal soggetto è menzionata brevemente, ma poiché questa è un'autobiografia, lei è in grado di mantenerla centrale nella narrazione, così come presumibilmente lo è stata per tutta la sua vita e carriera. E per me questo è cento volte più interessante che sentirmi raccontare i minimi dettagli di come è stata registrata "Missing Words" o qualsiasi altra canzone.

Come già detto il documentario A 2-Tone Story narra la vita di Pauline Black basandosi sulla sua autobiografia. Il titolo racchiude un doppio significato: fa riferimento sia alla scena musicale multiculturale degli anni Settanta e Ottanta di cui l'artista faceva parte, sia alle sue origini miste: infatti Black è figlia di un uomo nigeriano (scoperto in seguito essere un principe Yoruba) e di una donna anglo-ebrea. Negli anni Cinquanta, quando era ancora una neonata, fu adottata da una famiglia bianca dell'Essex. Pauline racconta, a proposito del razzismo di alcuni membri della sua famiglia adottiva: «Dovevi costruirti una sorta di armatura intorno».

A ciò aggiungiamo che all’età di 10 anni subì molestie sessuali da parte di un vicino, senza che la sua famiglia intervenisse in sua difesa dopo l’episodio. Nel documentario descrive il senso di solitudine e isolamento provato durante l'adolescenza. Sentendo la propria identità modellata dalla famiglia adottiva, iniziò a cercare modelli di riferimento neri. Il trasferimento a Coventry negli anni Settanta per studiare scienze segnò un punto di svolta fondamentale nella sua vita: in città conobbe persone con i suoi stessi ideali e incontrò Terry, suo marito da quasi 45 anni. Iniziò a lavorare come radiografa per il servizio sanitario nazionale e si unì a una band reggae per poi dare vita ai Selecter. Il film documenta quindi l’intero percorso di Pauline Black, dal senso di isolamento vissuto durante l’adolescenza al successo con i Selecter, fino alla scoperta della sua famiglia biologica e alla definitiva accettazione della propria identità.

Prima della proiezione del film a Seeyousound 12 ho avuto l’opportunità di parlare con Pauline Black e questo che segue è il frutto della chiacchierata.

Come ti ho già detto, il 13 dicembre 1980 tu eri sul palco e io ero tra il pubblico. Dopo quasi 46 anni siamo ancora qui. Questa è una buona notizia.

«Beh, sì, questa è una buona notizia, è davvero una buona notizia».

La sera prima avevate suonato a Roma, i Selecter aprivano per i Talking Heads. Ricordi qualcosa di quella sera?

«Beh, ricordo che alcuni skinhead, non so per quale motivo, ce l'avevano con noi e decisero di scatenare una sorta di piccolo "pogrom" al di fuori della sala del concerto. E la cosa non andò molto bene, ci dovettero far uscire di nascosto».

Voglio dire, penso che il 90% delle persone fosse lì per i Talking Heads, ovviamente.

«Beh, sì, erano lì per i Talking Heads. Non è che noi fossimo andati male, quest’episodio è successo dopo».

Nel 1980 i Talking Heads erano fantastici, assolutamente fantastici. Una big band con Bernie Worrell dei Funkadelic: devi capirmi, questa sera vedrò il documentario We Want the Funk, sono già in versione P-Funk.

«Io preferivo quando c'era solo Tina. Non c'era bisogno di quel tizio lì. Tina è fantastica. È una grande bassista. Perché ha preso quel tizio al basso (in realtà alle tastiere)? Sì, era bravo, un po' di colore e tutto il resto, ma no, Tina era fantastica. E David Byrne…»

Non ha mai voluto Tina nel gruppo fin dagli inizi.

«Beh, non preoccuparti, c'era uno che non voleva nemmeno me nella band. Non è finita molto bene neanche per lui».

Torniamo al film: l’ho visto, è una storia per molti versi commovente, sia personalmente che politicamente. Hai imparato qualcosa di nuovo su te stessa durante la lavorazione di questo film?

«Sì, dalla mia manager, Julia. Tutto quello che ha detto era nuovo per me. Probabilmente perché non ero nella stanza con lei. Non sapevo di fare quello che diceva lei, ma quando ho visto il film, ho potuto constatare che sì, lo stavo davvero facendo».

Avevi già scritto un’autobiografia: perché hai deciso di trarne un film?

«Perché?!? Per i soldi! I soldi! No, no, no, sto scherzando. Nessuno di noi ci ha guadagnato, te lo assicuro (risate)». 

(Interviene Jane Mingay, la regista).

«Cos'è il denaro? Questa storia è qualcosa che il denaro non può comprare. A me importava solo la passione che avevo per Pauline e per tutto ciò che rappresentava. E il modo così potente in cui la storia si rivelava. Nell’autobiografia raccontava davvero la storia della Gran Bretagna moderna, dal post-colonialismo a oggi. Pauline la incarnava con così tanti elementi diversi. E poi la storia femminile, sai, ero molto interessata alle donne nel punk e in quella scena e a come non fossero state rappresentate correttamente. Quella era la mia motivazione principale. E inoltre era anche una storia brillante».

Pauline, cinque anni fa, a questo festival, c'era in programma un film intitolato Poly Styrene: I'm a Cliché. In quel film compare una tua amica, Rhoda Dakar. È una tua amica, giusto?

«Beh, abbiamo condiviso il letto, quindi sì, è un'amica mia».

Il letto? Spiegati meglio per chi non ha visto il film.

«In una scena del film Rhoda viene a trovarmi a casa e chiacchieriamo a letto, con le nostre borse. Completamente vestite. Perché a letto? Perché sembrava divertente. Perché no? Mi fa ridere».

Come John Lennon e Yoko Ono.

«Beh, più o meno (risate)». 

In quel film Rhoda diceva: «Poly Styrene e io siamo state accettate dal punk perché quel movimento era pieno di persone che nessuno voleva. Eravamo ospiti gradite perché eravamo già delle estranee fuori dagli schemi».

«Beh, questa è l'esperienza di Rhoda, non è stata la mia esperienza, per me è stato diverso. Mi piaceva davvero molto quello che faceva Poly Styrene. Per me lei incarnava l'essenza di ciò che è stato il punk. Aveva un'idea completamente diversa, tutte le sue idee sulla plastica e sul modo in cui la usiamo. Non aveva nulla a che fare con Malcolm McLaren e tutto quello che succedeva nel suo negozio, o Vivienne Westwood. Poly Styrene era una vera pioniera. Quello che avevamo in comune era… sì, il fatto di avere un'eredità duale, di essere di razza mista e di crescere in Gran Bretagna. Ma la cosa principale era che eravamo donne. E il multiculturalismo funziona. Lo viviamo da più di 40 anni. Se vuoi parlare di "insorgenza punk", è proprio l'arrivo del multiculturalismo a scuotere le cose. Perché la Gran Bretagna era un posto senza colori. Un posto grigio e noioso, con il roast beef la domenica e cibo scadente, non come in Italia (risate). Poi c'è stata improvvisamente questa iniezione di energia e colore. Non era solo lei, c'era anche Grace Jones, e altre persone ancora. Poly Styrene sapeva scrivere canzoni davvero belle. Parlava di identità già allora. "Identity" è la sua canzone migliore, almeno per me».

Sei sempre stilosissima, direi che ti piace l’abbigliamento.

«Sì, mi piacciono i vestiti. Mio padre era nigeriano, anche lui amava i vestiti. E i cappelli, naturalmente. Questo che indosso è un cappello Lumumba».

Sei una delle poche persone che indossa un cappello con classe.

«I cappelli non stanno bene a tutti. È difficile portarli. La gente ha perso lo stile di indossarli. Negli anni Quaranta, ogni uomo in questa stanza avrebbe portato un cappello. Mio padre portava sempre un trilby e pensavo che fosse molto fico». 

Ti piacciono i cappelli italiani? I Borsalino?

«Ne ho uno italiano. Gli italiani negli anni Sessanta erano l'epitome di tutto. È così che i mod in Gran Bretagna volevano apparire. Sono giunta alla conclusione che solo la classe operaia sa come vestirsi in modo elegante».

Molti temi di cui parli nel film sono ancora attuali: sei preoccupata per il futuro ma forse farei meglio a dire per il presente?

«Beh, non siamo tutti preoccupati per il futuro? Se guardi alla Palestina e al fatto che possiamo accettare che quasi 100.000 persone siano state uccise, la maggior parte donne e bambini... se possiamo accettarlo, cosa ci rende ottimisti? E c'è un pazzo seduto sul trono oltreoceano che dovrebbe preoccupare tutti, che diffonde il caos. Non pensavo si potesse arrivare a questo. Pensavo che qualcuno avrebbe risolto il razzismo, perché il razzismo è un meccanismo inserito nella società per tenerci separati. Esattamente come il sessismo. Ma stiamo assistendo a qualcosa di nuovo, di veramente preoccupante. Quello che sta accadendo va anche contro il multiculturalismo. Bisogna trovare il nucleo dell'umanità. Non vogliono che accada. Perché se ci uniamo, potremmo girarci e vedere chi è il vero oppressore. La musica deve lavorare per questo. Dai, il presidente statunitense ha un social che si chiama Truth, Verità. Verità… e tutto quello che dice è falso. Tutto quello che fa è l’antitesi di quello che dice. Verità… ma dai! Sembra uno scherzo ma purtroppo quelli presi in giro siamo noi».

Comunque te lo devo dire: io ai Selecter preferivo gli Specials.

«Se solo per questo, io preferisco Ennio Morricone a Ennio Bruno (risate)». 

Un ringraziamento all’Ufficio Stampa di Seeyousound per aver facilitato questo incontro e naturalmente a Pauline Black, the coolest rude girl of the world.