Il fluorescente mondo di Poly Styrene

Un docufilm curato dalla figlia (I Am a Cliché) per riscoprire l'icona punk Poly Styrene

Poly Styrene - I am a cliché
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«Mia madre era un’icona punk»: comincia così I Am a Cliché, il docufilm che Paul Sng e Celeste Bell, figlia di Marianne Joan Elliott-Said, che tutti conoscevano come Poly Styrene – nome scelto sfogliando le Yellow Pages – hanno dedicato a ricostruire la vita di una delle figure più importanti emerse a Londra nella seconda metà degli anni Settanta.

«Mia madre era un’icona punk»

Possiamo definirlo il seguito di Dayglo: The Poly Styrene Story, il libro uscito nel 2019 e curato da Celeste e dalla scrittrice Zoë Howe, già sceneggiatrice del documentario Here to be Heard: The Story of The Slits, uscito nel 2017.

– Leggi anche: All'inizio era il ritmo: la storia delle Slits

Ci sono voluti anni prima che Celeste avesse il coraggio di mettere mano all’archivio della madre, una raccolta fatta di fotografie, video in super 8, manifesti, flyer di concerti e un diario: ne è venuta fuori una storia fatta di razzismo, scontri col National Front, bullismo nei cortili delle case popolari, misoginia, Rock Against Racism, droga, malattia mentale, abbandoni, misticismo indiano, morte e ricerca del tempo perduto. E ovviamente c’è la musica, e che musica.

Settembre 1977: «Alcuni pensano che le ragazzine debbano essere viste e non ascoltate, ma io penso “Oh schiavitù, vaffanculo!”, uno-due-tre-quattro. Bendami, legami, incatenami al muro, voglio essere una schiava per tutti voi, oh schiavitù, vaffanculo, oh schiavitù, mai più».

La cantante ha vent’anni e ha deciso di formare un gruppo dopo aver visto i Sex Pistols in concerto a Hastings l’anno prima, il giorno del suo diciannovesimo compleanno; mette un annuncio su "Melody Maker", organizza le audizioni e in poco tempo il gruppo è operativo. Si chiama X-Ray Spex e per pochi mesi al sax c’è un’altra ragazza, la sedicenne Lora Logic. Il singolo è una fucilata e fa guadagnare al gruppo un contratto con l’etichetta EMI.

Mentre Sid Vicious faceva il cretino con le svastiche, Poly Styrene, di madre inglese e padre somalo, andava alla ricerca della propria identità, denunciando il razzismo di cui era vittima – rifiutata sia dai bianchi sia dai neri – con connotazioni misogine, e il consumismo imperante che riduceva le persone a semplici acquirenti senza volto. E allora niente divisa punk d’ordinanza, fatta di magliette strappate, spille da balia e pantaloni tartan, ma spazio ai tailleur dai colori fluorescenti recuperati nei mercati dell’usato, accessori in plastica, collane di finte perle, apparecchio per i denti esibito nelle interviste e sul palco, in un guazzabuglio DIY, e poi quella voce urlata che chiede di essere ascoltata.

«Quando ti guardi allo specchio, sei tu quello che vedi? Sei tu quello che vedi sullo schermo del televisore? Sei tu quello che vedi sulla rivista? Quando ti vedi, non ti viene da urlare?» – "Identity"

Come spiega Rhoda Dakar, cantante del gruppo ska The Bodysnatchers: «Siamo stati accolti dal punk perché era pieno di gente che nessun altro voleva, eravamo i benvenuti perché eravamo già degli estranei fuori dagli schemi».

Poly Styrene era una persona con cui era facile immedesimarsi, una con una visione del futuro, una che metteva in guardia contro la perdita dell’innocenza, e la conferma di ciò arriva l’anno seguente con l’album Germfree Adolescents, un titolo che si rifà all’ossessione statunitense nei confronti dei batteri e che oggi suona quanto mai sinistro. Siamo di fronte a un capolavoro sfacciato, le cui canzoni passano con impeto misto a gioia dall’identità al femminismo, dalla società dei consumi al razzismo e al post-modernismo.

«Mi sono inerpicata su cumuli e cumuli di schiuma di polistirene, poi sono caduta in una piscina piena di neve fatata e ho guardato il mondo mentre diventava fluorescente» – The Day the World Turned Dayglo

Si parte per un lungo tour, si va negli Stati Uniti, a New York, la capitale della società consumistica dove i negozi non chiudono mai: è fatta? No, perché se gli squat londinesi sono occupati da nuvole di marijuana, le pareti dei loft newyorkesi trasudano eroina. Poly Styrene, in preda all’insicurezza derivante anche dall’inaspettato successo, ci casca e ciò contribuisce da un lato a porre fine alla vita del gruppo e dall’altro al manifestarsi di problemi psichici, curati come schizofrenia quando in realtà era un disordine bipolare.

Per sopravvivere Marianne deve uccidere il personaggio Poly Styrene. Divorziata da Adrian Bell, ottiene la custodia della piccola Celeste e fa un viaggio in India, dove entra in contatto con il movimento Hare Krishna. Tornata in Inghilterra va a vivere con la figlia nel Bhaktivedanta Manor, dimora donata da George Harrison al movimento, dove incontra la vecchia compagna Lora Logic. Momenti di serenità si alternano ad altri di droghe e crisi psichiche, culminati nella fuga di Celeste per andare a vivere con la nonna. Quello che doveva essere un paradiso si era trasformato in un inferno. Le due ci metteranno anni per ricostruire un rapporto, e I Am a Cliché è anche questo, una ricerca del tempo perduto, il tentativo da parte di una figlia di ricostruire e comprendere, per quanto possibile, la personalità di una madre.

Poly Styrene muore il 25 aprile 2011, all’età di 53 anni, in seguito a un cancro al seno spostatosi in tempi brevissimi alle ossa, facendo in tempo a pubblicare il disco Generation Indigo. Chiede alla figlia di spargere le sue ceneri in India ma ci vorranno cinque anni prima che Celeste abbia il coraggio di farlo.

Con contributi di Don Letts, Pauline Black, Rhoda Dakar, John Cooper Clarke, Youth, Thurston Moore, Gina Birch, Ana Da Silva, Vivien Goldman, Neneh Cherry, Vivienne Westwood e Kathleen Hanna, e l’attrice candidata all’Oscar Ruth Negga a dare voce alle pagine del diario di Poly Styrene, I Am a Cliché è un tributo sincero e commovente a una donna complessa e rivoluzionaria.

«Questo è solo l’inizio, anche se sembra davvero la fine» – messaggio finale di Poly Styrene a sua figlia

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