Yazz Ahmed, Psychedelic-Arabic-Jazz
La trombettista inglese di origini bahreinite fra le protagoniste di Jazz Is Dead 2026: l'intervista
27 maggio 2026 • 6 minuti di lettura
Il jazz britannico degli ultimi dieci anni è stato particolarmente ricco di artisti di grande valore, citiamo solo Shabaka Hutchings o Ezra Collective, capaci di portare nel genere suoni originali e innovativi, contaminati con le tendenze musicali più recenti e con un sound in grado di abbracciare la tecnologia più aggiornata.
Tra i nomi di spicco del settore c’è anche la trombettista Yazz Ahmed, inglese di passaporto ma con una famiglia originaria del Bahrain, che fin dagli esordi (il suo primo album, Finding My Way Home, è del 2011) ha convogliato nella sua musica la sua eredità mista, creando una sorta di jazz elettronico dalle forti influenze mediorientali.
Pur avendo solamente 4 album pubblicati ad oggi (l’ultimo, del 2025, è l’eccellente A Paradise In The Hold), il suo nome si può senz’altro considerare di livello assoluto, e per Yazz sono già arrivati numerosi riconoscimenti ufficiali nonché un notevole successo di pubblico, come lo testimoniano numerosi tour in giro per il mondo.
La prossima tappa di Yazz Ahmed sarà il 30 maggio a Torino, quando si esibirà nell’ambito del Jazz Is Dead 2026 insieme con Ralph Wyld – attenzione agli orari: il concerto è previsto alle 11 di mattina! (Qui il programma completo e le info).
Ne abbiamo approfittato per scambiare due chiacchiere con lei e presentarla al pubblico italiano.
Quando hai scoperto la tua passione per la musica? E quando hai deciso che saresti diventata una musicista di professione?
«Il mio amore per la musica è iniziato fin da piccola. Mia madre era una ballerina e faceva ascoltare a me e alle mie sorelle dischi della sua musica preferita. Era soprattutto musica classica, ma aveva gusti molto eclettici, ascoltavamo anche reggae, hip hop e jazz».
«Suo padre, mio nonno, Terry Brown, era stato un trombettista jazz negli anni Cinquanta; non solo mi diede le mie prime lezioni di tromba, ma condivise con me anche il suo amore per il jazz a partire dai miei nove anni. Fu allora che mi trasferii dal Bahrain all’Inghilterra. Prima di quell’età non conoscevo affatto la tromba e non avevo minimamente pensato di diventare una musicista professionista. Quel desiderio è però cresciuto lentamente, e quando iniziai a valutare l’idea di frequentare l’università, avevo ormai capito che quella era la strada che volevo seguire».
Sei una musicista jazz molto preparata. Devo supporre che, quando hai iniziato a comporre la tua musica, il jazz fosse la tua influenza principale?
«Sì, le mie prime composizioni sono state create durante i miei studi alla Kingston University, come parte del lavoro del corso di laurea. Sebbene stessi frequentando un corso di musica generale, fui incoraggiata a esplorare il mio interesse per il jazz quando si trattava di comporre. Non ricevetti vere e proprie lezioni di composizione jazz fino a quando non mi iscrissi a un Master in jazz alla Guildhall School of Music. Fino a quel momento stavo semplicemente sperimentando in modo organico».
La tua particolarità però è il mix molto affascinante tra jazz occidentale e musica tradizionale mediorientale. È nato naturalmente oppure è stata una scelta deliberata?
«È stata sicuramente una scelta deliberata. La prima ispirazione fu la scoperta casuale di un album di Rabih Abou-Khalil, suonatore di oud libanese, nel quale compariva il mio eroe della tromba, Kenny Wheeler. Quando ascoltai questa fusione di jazz con strumenti, melodie e ritmi arabi, scattò la scintilla e accese un fuoco nella mia anima. Mi parlava a un livello profondo e mi faceva sentire a casa».
La prima ispirazione fu la scoperta casuale di un album di Rabih Abou-Khalil, suonatore di oud libanese, nel quale compariva il mio eroe della tromba, Kenny Wheeler. Quando ascoltai questa fusione di jazz con strumenti, melodie e ritmi arabi, scattò la scintilla e accese un fuoco nella mia anima. Mi parlava a un livello profondo e mi faceva sentire a casa.Yazz Ahmed
Quali sono state le principali influenze (non solo musicali) che hai avuto quando hai iniziato a definire il tuo stile?
«Oltre a tutta la musica che ho ascoltato, studiato e assorbito durante la mia vita, traggo ispirazione anche dalla poesia, dall’arte, dall’architettura e, più recentemente, dalla natura. Il potere curativo del mondo naturale è il tema della mia ultima pubblicazione, Shinrin-yoku, che è la pratica giapponese del “bagno nella foresta”, cioè trascorrere del tempo nella quiete silenziosa della natura e respirarne la bellezza».
Quanto è importante l’uso dell’elettronica nel tuo processo di composizione?
«Inizio ancora molte delle mie composizioni improvvisando con la tromba, usando matita e carta da musica per trascrivere le idee che mi vengono in mente, ma ultimamente ho iniziato a incorporare l’elaborazione elettronica nel mio processo creativo, lavorando con suoni acustici trattati nel mio studio domestico».
«Il set elettronico che utilizzo per i miei concerti dal vivo è assolutamente cruciale per il suono che voglio presentare al pubblico. Il set compatto di pedali ed effetti che porto con me è davvero parte del mio strumento, della mia voce».
Un’altra qualità straordinaria della tua musica è a mio parere il groove dei tuoi brani. Pensi al groove di una canzone come a qualcosa da perseguire, oppure nasce spontaneamente in conseguenza della tua composizione? Inoltre, pensi mai a un pubblico che potrebbe ballare sulla tua musica?
«Non penso davvero di comporre per far ballare le persone, ma sono molto felice quando si sentono spinte a farlo. Il ritmo è centrale nel mio processo compositivo; spesso un particolare groove o beat che ho studiato è il punto di partenza della creatività. Sono anche molto fortunata ad avere nel mio gruppo di amici alcuni musicisti straordinari, che so comprenderanno pienamente il groove sotteso che sto cercando. Compongo sempre avendo in mente persone specifiche, è una parte importante della costruzione di una comunità, o della formazione di una band. La maggior parte dei musicisti con cui registro ed eseguo musica lavora con me da molto tempo ormai, anche se continuo sempre a creare nuove connessioni».
Dal momento che non hai moltissimi album nella tua discografia, ti dispiacerebbe spendere qualche parola su ciascuno di essi, dirmi quale sia il tuo preferito e quale consiglieresti a un ascoltatore che si avvicina alla tua musica per la prima volta?
«Quando ho firmato per Night Time Stories [la label che ha pubblicato l’ultimo disco], prima dell’uscita del mio ultimo album, A Paradise In The Hold, hanno colto l’occasione per ristampare il mio back catalogue, cioè i tre album precedenti. È successa una cosa interessante: un giornalista recensì tutte e quattro le pubblicazioni come se fossero una progressione, ciascuna una componente di un’unica opera in evoluzione. Non era il modo in cui erano state concepite, ma il suo punto di vista era del tutto credibile».
«Per questo, potrei suggerire a un nuovo ascoltatore di iniziare dall’inizio con Finding My Way Home. Questo album segna l’inizio del mio viaggio alla scoperta di me stessa, la ricerca della mia identità musicale, e comprende una fusione di jazz contemporaneo più tradizionale insieme ai miei primi esperimenti con influenze arabe».
«Anche il mio secondo album, La Saboteuse, sarebbe un buon punto di partenza. Con mia grande sorpresa questo disco ha avuto un grosso impatto a livello globale. Penso che il mio stile musicale fosse diventato molto più definito; inoltre, accanto alle influenze arabo-jazz, c’era anche una grande quantità di tecniche di produzione per aggiungere strati sonori, talvolta in modo volutamente disturbante. Questo album portò la mia musica a essere descritta come Psychedelic-Arabic-Jazz, una definizione che sono stata molto felice di accogliere».
«Il terzo album, Polyhymnia, si concentra maggiormente su composizioni ampliate e orchestrazione, con un grande ensemble di oltre 24 musicisti. Mentre La Saboteuse era introspettivo, concentrato sui miei sforzi creativi e sul mio viaggio interiore, Polyhymnia guarda verso l’esterno: è una celebrazione delle donne coraggiose e dei cambiamenti che hanno apportato al mondo che condividiamo».
«A Paradise In The Hold, il mio quarto album, è probabilmente il mio preferito; è sicuramente il più personale e rappresenta davvero un concentrato di tutto ciò che ho sviluppato negli ultimi 15 anni. È ispirato alla musica folk del Bahrain, ai ricordi della mia casa d’infanzia, e include persino contributi di mio padre e delle mie zie, registrati nella casa di famiglia».