Jazz is Dead, una felicissima decrescita
Nona edizione per il festival torinese, con nuova location e programma ricchissimo
25 marzo 2026 • 3 minuti di lettura
Una delle riflessioni più costanti nei nostri molti articoli su Jazz is Dead! – il festival torinese che negli ultimi anni si è imposto fra i più originali in Italia, per programmazione e concept – riguardava la sua dimensione, in un percorso in cui da iniziativa gioiosamente underground e catacombale (nella prima sede dell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli) si è tramutato in uno degli eventi di punta della programmazione cittadina, nello spazio del Bunker.
Può un festival che vuole essere di avanguardia, di rottura, superare una certa dimensione? Un pubblico più grande porta con sé maggiori investimenti, necessità logistiche diverse, costringe a confrontarsi in maniera diversa con “il mercato”, con tutto ciò che questo comporta.
L’edizione dello scorso anno si era chiusa con una promessa sul futuro di Jazz is Dead: «Sarà l’ultima edizione così come lo si conosce», e il festival «rinascerà aperto a nuove prospettive, evoluzioni e definizioni».
E siamo dunque a verificare quanto promesso, alle prese con il programma della nona edizione, significativamente intitolata Backwards.
Cambia la sede: ci si sposta ancora più in periferia, negli spazi pubblici (bellissimi) di Cascina Falchera, con il supporto del vicino El Barrio e la novità di uno spazio per il campeggio (in fondo, non è un vero “festival” senza un campeggio).
A livello di programmazione, lo stile distintivo del direttore artistico Alessandro Gambo rimane ben riconoscibile nella divisione in tre giornate: «un venerdì che predilige l’elettronica e le sue sperimentazioni, un sabato tra hip hop, ethno, psichedelia e black music, una domenica jazz, noise, rock».
«Un venerdì che predilige l’elettronica e le sue sperimentazioni, un sabato tra hip hop, ethno, psichedelia e black music, una domenica jazz, noise, rock».
Che cosa vedere? Jazz is Dead è un festival dove si va anche e soprattutto per scoprire cose che non si conoscono. Possiamo però provare almeno a scegliere i nomi forti sulla carta, per puro esercizio giornalistico.
Intanto, le anteprime: il 28 marzo, al Teatro Magda Olivero di Saluzzo, Gianluca Petrella con la sua Cosmic Renaissance. Il 26 aprile, a Hiroshima Mon Amour, il quartetto di Marc Ribot (nell’ambito del Torino Jazz Festival).
Venendo al festival vero e proprio: il 29 maggio Alessandro Cortini (Nine Inch Nails), Aya, il duo Bono / Burattini – in interessante abbinamento con un altro Massimo Volume, Emidio Clementi –, la colombiana Lucrecia Dalt, il duo Marta Salogni & Stefano Pilia e i sempre stupefacenti Matmos.
Il giorno successivo – 30 maggio – si balla con A Guy Called Gerald, Alien Dub Orchestra, James Massiah, Lord Spikeheart e si registra il ritorno di Moor Mother, il live degli Heliocentrics, Yazz Ahmed & Ralph Wyld e il solo di Xabier Iriondo.
La domenica si scopre l’Egitto di Dwarf Of East Agouza, l’oriente elettronico di Sanam e il gamelan rivisitato di Ensemble Nist Nah. Poi la super-band Glacial (ovvero Lee Ranaldo dei Sonic Youth, Toby Buck dei The Necks e David Watson), gli americani Horse Lords e gli olandesi The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble.
Ingresso a prezzi calmierati: 15 euro per le singole giornate, 40 per tutti e tre i giorni.
Decrescita felice? Felicissima, sicuramente.