E così Sal Da Vinci ha vinto il Festival di Sanremo
Canzoni, memi e noia: ecco il senso del Festival 2026, da Tony Pitony a "Per sempre sì"
01 marzo 2026 • 8 minuti di lettura
E così ha vinto Sal Da Vinci, chi ci avrebbe mai scommesso un tornese? Non molti, visto che le quote dei bookmakers all’indomani della prima presentazione dei pezzi lo davano intorno a un poco incoraggiante 66,00, alla pari con Chiello e Mara Sattei (finiti rispettivamente venticinquesimo e ventinovesima).
Di sicuro non molti giornalisti, e probabilmente neanche Carlo Conti: l’ascolto del suo pezzo, nella sessione dei preascolti, era stato accompagnato da un ironico applauso finale, con quel sorriso a mezza bocca che le "persone che sanno di musica" riservano alle cose trash. Lo stesso Carlo Conti, non appena il conclusivo invito ad accettare Dio nelle proprie vite di amanti aveva finito di risuonare nello studio di Corso Sempione («Davanti a Dio / Saremo io e te accussì / sarrà pe sempe sì»), si era sentito in obbligo di giustificarsi bonariamente per averlo incluso nei trenta brani: «Nell’insieme ci voleva», aveva detto sorridendo a mezza bocca. Ma “Per sempre sì” sembrava un meme più che una canzone, una roba da riderci su, appunto – ci torneremo.
E ora siamo qui, a portare (probabilmente) a Eurovision, dopo anni in cui ci siamo fatti rappresentare da Mahmood, Blanco, Lucio Corsi, Angelina Mango, Maneskin – tutta gente che ha vinto Sanremo quando aveva fra i 19 e i 26 anni – un cantante napoletano di 56 anni che canta una canzone sul matrimonio cristiano. Grande è la confusione sotto il cielo.
L’anno scorso scrivevo: «Sanremo è tornato noioso, è tornato vecchio. Forse non ha mai smesso veramente di esserlo, ma qualcosa nell’edizione 2025 sembra essere cambiato, qualcosa sembra essersi rotto». Ora – ed è la risposta più facile che ci possiamo dare – quella tendenza alla Restaurazione che molti analisti (me compreso) hanno riconosciuto nella direzione artistica di Carlo “von Metternich” Conti è finalmente giunta a compimento.
Leggi anche
Certo, non è che Amadeus fosse Robespierre, ma dobbiamo ammettere che la sua gestione (insieme a quella di Claudio Baglioni) aveva tolto un po’ di polvere dal format. Erano arrivati dei giovani veri, nel senso di giovani che i giovani ascoltano veramente: musicisti nuovi, con una loro idea di musica, e che erano approdati al Festival non come prodotto confezionato da lanciare sul mercato ma al culmine di un percorso di costruzione di una fandom e spesso con ascolti già importanti. Per gente come Madame, Rose Villain, Lucio Corsi, Ariete, Blanco, il primo Achille Lauro, La rappresentante di lista, Lazza, Geolier e compagnia Sanremo significava rompere la bolla del proprio pubblico per raggiungere il “vero” mainstream: Sanremo è, a oggi, l’ultimo vero evento mediale condiviso tutta la nazione oltre le generazioni e le classi sociali, e per chi è cresciuto artisticamente in bolle magari potenti, ma comunque chiuse, è l’unico modo per trasformarsi in un fenomeno pienamente nazionalpopolare, con tutto ciò che ne consegue in termini di prestigio (e di ricavi).
Negli ultimi anni quella spinta era venuta meno, e anche i musicisti più innovativi erano tornati a Sanremo ripetendosi o normalizzandosi in una banale medietà (un fenomeno noto come «Sindrome di Achille Lauro», nato incendiario e finito Antonello Venditti).
Commentando la desolazione delle canzoni, sempre l’anno scorso scrivevo:
Ora una fascia di età che prima si sarebbe amputata un arto piuttosto che rimanere a casa con i genitori a guardare RaiUno è rilevante nel successo del Festival: interagisce sui social, ascolta su Spotify, usa RaiPlay. Sanremo inciderà – al ribasso – sui gusti giovanili, convincendo una nuova generazione che il rap sia questo, e che Cristicchi sia un bravo cantautore e non un pornografo dei sentimenti? Oppure, naturalmente, i giovani smetteranno (di nuovo) di guardare Sanremo?
Sarebbe dunque facile riconoscere nella vittoria di Sal Da Vinci il chiodo nella bara di quell’utopia di Sanremo, aperta da “Soldi” di Mahmood nel 2019 e chiusasi oggi con “Per sempre sì”. Il Festival però è a lì che ricordarci che i fenomeni culturali complessi – e Sanremo è senza dubbio uno dei più complessi – non contemplano risposte facili. Qualche pacchetto di voti che si sposta e saremmo qui a commentare la vittoria di Sayf, ventiseienne rapper di origine tunisina. E allora ci serve una risposta più articolata, che più che dalle scelte di Amadeus o Conti – che comunque lavorano con quello che gli passano le case discografiche – rifletta sull’ecosistema economico e della cultura in cui Sanremo esiste, prospera e ci annoia mortalmente.
Il “nuovo Sanremo” di cui ora piangiamo la morte a prescindere dalla vittoria di Sal Da Vinci nasceva nel nuovo mondo dei social e delle piattaforme, che dal 2016-2017 erano diventate il motore del rilancio economico di un music business in crisi profonda. La benzina a quella crescita del comparto veniva da musicisti e generi non ancora pienamente mappati dal mainstream – trap, urban, un certo it-pop – e che erano sfuggiti a logiche di irregimentazione proprio perché non necessitavano del mainstream per vendere dischi (e infatti non dovevano vendere dischi).
Quella spinta iniziale si stava già affievolendo negli ultimi anni di Amadeus, e forse ha cominciato ad affievolirsi non appena si è innescata: Spotify ha smesso rapidamente di essere una cosa per ragazzini per diventare il modo normale in cui tutti ascoltiamo musica, e poco dopo è toccato a TikTok. Sanremo è ritornato a un ruolo più istituzionale nella gestione dei flussi delle nuove uscite discografiche, le anomalie della superficie sono state piallate, e la verve di Carlo Conti ha finito il lavoro.
Sal Da Vinci, da questo punto di vista, non è un parvenu. Sui social andava già forte, ad esempio. Nell’agosto del 2024 si era lamentato in un’intervista al Messaggero, come un qualunque trap boy, di essere «virale su TikTok ma non mi invitano in tv e non mi passano in radio». “Per sempre sì” è un brano “vecchio”, ma ha – neanche troppo nascosto – il suo bravo ballettino tiktokkabile, e in un’epoca in cui persino le suore hanno TikTok, era facile prevederne il successo.
Da un lato, dunque, il suo potenziale pubblico “adulto” e regionale è sui social, dall’altro Sal Da Vinci ha tutto per piacere a prescindere dalle generazioni e dalle regioni. Certo, è importante che sia napoletano, ma non basta: a Sanremo (soprattutto negli ultimi anni) vince chi riesce a unire più pubblici. Sayf è arrivato secondo perché ha saputo e voluto proporre un brano e una performance potenzialmente votabili anche da un target che sulla carta non è il suo: la mamma sul palco, il sorriso confortevole, scarse menzioni alle sue origini arabe (ad esempio nella scelta di non prendere posizione sulla pronuncia del suo nome: Sayf all’italiana, Seyf in arabo: «Chiamatemi come volete»). Non una parola fuori posto nonostante un pezzo che, potenzialmente, si poteva prestare ad alzare qualche polverone e qualche sopracciglio di assessore leghista.
E allora, alla fine, si torna all’idea della canzone-meme, su cui noi giornalisti avevamo ridacchiato.
Sal Da Vinci ha vinto proprio perché è un meme. Per il “suo” pubblico – quello più tradizionalista, interessato alla canzone napoletana (neo)melodica – era già un idolo. Per i giovani, lo è diventato perché è instagrammabile. Il video delle suore che cantano Sal Da Vinci intercetta più utenti: quello che ride perché è trash, e quello che ci crede.
Ancora, però, è più complesso. Diventare meme prescinde da un apprezzamento nel brano in termini “tradizionali” e dall'idea di trash, che sempre di più mostra la corda: per molte persone sopra i trent’anni è molto difficile capire che le sfumature fra un ascolto serio e uno sarcastico sono infinite, e che si può ascoltare Sal Da Vinci perché ci fa ridere o perché ci fa commuovere o perché riesce a fare due cose insieme. Da questo punto di vista, Sal Da Vinci che invita a sposarsi in chiesa e Tony Pitony che dice di voler distruggere il culo della fidanzata mentre dorme – all’apparenza lo yin e lo yang della musica italiana del 2026 – non sono poi così diversi. Sono solo ai due poli di uno spettro di ascolti memetici, ironici o post-ironici e insieme dannatamente seri (e, non a caso, Tony Pitony è stato il vincitore assoluto della serata cover).
Sal Da Vinci che invita a sposarsi in chiesa e Tony Pitony che dice di voler distruggere il culo della fidanzata mentre dorme non sono poi così diversi.
E qui entra di nuovo in gioco Carlo Conti – ve lo eravate dimenticato? La sua idea di televisione impiegatizia è, su uno spettacolo lungo ore come è Sanremo, inevitabilmente noiosa. Se aggiungiamo l’uniformazione delle canzoni, il risultato non può essere altro che un supplizio di cinque ore. E però, se Sanremo è così importante per tutti noi è perché – since 1951 – è una pratica eminentemente sociale. Si ascolta e guarda insieme, si prende in giro il giorno dopo in ufficio e a scuola. Soprattutto – da oltre un decennio – si commenta in diretta sui social, su Whatsapp, via messaggio. È lì che stanno il suo senso e la sua fortuna nel nuovo millennio, in quella rete di discorsi e relazioni che riesce a innescare e che danno un senso insieme alla sua esistenza e alla nostra.
La musica pop, in quanto campo condiviso, serve soprattutto per dare alla gente qualcosa di cui parlare, un modo per stare insieme e ritrovarsi. E di che cosa parliamo, quando nulla buca la nostra attenzione e le canzoni sono un sottofondo tutto uguale, svaccati sul divano, spossati dalla giornata, mentre scrolliamo Instagram?
Ci serve qualcosa che ci coinvolga, in qualsiasi modo. La maschera sorridente e abbronzata di Sal Da Vinci è un meme instantaneo così come lo è la volgarità di Tony Pitony. È qualcosa da mandare all’amico o all’amica per un saluto, per ridere, per dire quanto ci fa schifo e quanto era meglio una volta.
Rimane da capire che cosa succederà nei prossimi anni.
Quest’anno, per la prima volta, da un po’, gli ascolti sono crollati e in generale – per quanto può valere un’impressione non sostenuta da altri dati – sembra che il pendolo dell’interesse per Sanremo da parte dei pubblici a cui storicamente non interessava, quelli che si sarebbero fatti «amputare un arto» piuttosto che rimanere a casa a seguirlo, stia infine tornando indietro. Il format è logoro – questo sembra essere un parere ampiamente condiviso – e Stefano Di Martino, annunciato come nuovo direttore nell’epoca post-Conti non sembra essere una scelta nel segno della rivoluzione, diciamo così.
Per sopravvivere, le canzoni si memizzeranno ancora di più?