Le 11.000 corde di Haas risuonano a Reggio Emilia
Successo per 11.000 Saiten, la “folle idea” di Georg Friedrich Haas riproposta da Festival Aperto e Reggio Parma Festival
27 settembre 2026 • 4 minuti di lettura
Reggio Emilia, Reggiane Parco Innovazione
11.000 Saiten
26/09/2026 - 26/09/2026Pieno successo per 11.000 Saiten di Georg Friedrich Haas, riproposto in Italia per la seconda volta a distanza di tre anni dalla prima assoluta – avvenuta a Bolzano nel 2023 – grazie all’impegno produttivo di Festival Aperto e Reggio Parma Festival che ha inaugurato con questo titolo il suo cartellone 2026. Nata da una commissione della Fondazione Busoni-Mahler e ripresa nell'ambito dell'edizione 2023 del festival Wien Modern, l’imponente partitura del compositore austriaco – che nel frattempo è stata eseguita nelle città di Praga, Amsterdam, Düsseldorf, Hannover, New York, Hangzhou, Berlino e Anversa – ha trovato un suo originale contesto nello spazio postindustriale del Capannone 15 delle Reggiane, nel Parco Innovazione di Reggio Emilia, che ha accolto i cinquanta pianoforti e i venticinque strumentisti del Klangforum Wien, diretti da Vimbayi Kaziboni.
«È una di quelle idee così folli da non lasciare altra scelta se non dire 'Sì!'». Questa ormai celebre frase di Haas sintetizza bene un impianto performativo che prevede i cinquanta pianoforti verticali, tutti identici ma con accordature differenti, disposti lungo il perimetro esterno, circondando l’ensemble strumentale e il pubblico posto in una platea centrale che in questa occasione ha fatto registrare il “tutto esaurito” dei circa 560 posti previsti per entrambe le due sessioni in programma (noi abbiamo seguito la prima). Un pubblico chiamato a partecipare a una sorta di rovesciamento della prospettiva concertistica intesa in senso tradizionale, trasformando l’ascolto in un esercizio di orientamento, seguendo un suono che animava lo spazio attraverso dinamiche e variegate traiettorie, addensamenti e rifrazioni.
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Una sorta di performance musicale che varia e si rinnova a ogni esecuzione – condizionata com’è dal luogo nel quale viene eseguita, ridisegnandosi di volta in volta a seconda dello spazio e relativa rispondenza acustica – capace di restituire in maniera emblematica la ricerca di Haas sull’intonazione. Il pianoforte, normalmente vincolato al temperamento equabile, mette qui in crisi quella stessa regolarità. Ogni strumento è infatti accordato in modo diverso, secondo un identico “stiramento” degli intervalli (i 50 pianoforti sono accordati a distanza di 2 centesimi di semitono l’uno dall’altro). Le scale musicali tradizionali si sciolgono così in un magma sonoro nel quale le altezze scivolano e interferiscono. Più che ricorrere alla “microtonalità” come categoria definita, la composizione organizza gli scarti d’intonazione e li assume come fluido materiale strutturale.
In questa prospettiva, il tracciato compositivo si è qui tradotto in una sequenza di variazioni sviluppate per densità e concentrazione timbrica. Ora agglomerati più densi e compatti saturavano l’ambiente, ora nei passaggi più rarefatti emergevano battimenti e filamenti timbrici capaci di ridisegnare la percezione del suono stesso. Il contrasto fra potenti blocchi di cluster sonori e tratteggi strumentali più sottili e sparpagliati, lungi dal delineare una qualsivoglia parvenza di narrazione di segno melodico, restituiva un percorso espressivo dal disegno originale, dove la fluida densità sonora della falange pianistica si fondeva con i variegati profili timbrico-strumentali di ottoni, legni, percussioni, oltre a clavicembalo, celesta, e così via.
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Un carattere di fondo, nel quale parevano emergere riflessi armonico-timbrici che richiamavano alla memoria – pur nella distanza estetico-linguistica di fondo – sia atmosfere cinematografiche appartenenti a una fantascienza più o meno distopica – certe campiture dei sintetizzatori di Vangelis nel Blade Runner di Ridley Scott, per esempio – sia contesti situazionali-performativi associabili a lavori anche molto distanti tra loro come, per esempio, Prometeo. Tragedia dell'ascolto di Luigi Nono, o ancora un Happening – ma senza la partecipazione attiva del pubblico – alla John Cage.
Un quadro, questo, nel quale i musicisti del Klangforum Wien hanno restituito la complessa partitura di Haas con magistrale consapevolezza, capace di assecondare la natura di un lavoro nel quale minime differenze di attacco, intensità e intonazione incidono sull’equilibrio complessivo. La direzione – non esposta e, per molti aspetti, agita sottotraccia – di Vimbayi Kaziboni ha significativamente privilegiato la leggibilità dell’impatto comunicativo, oltre all’equilibrio dei rapporti strumentali interni, coordinando con efficacia le sorgenti sonore più o meno lontane e regolando l’emersione dei singoli colori sonori e timbrico-strumentali.
Qui a Reggio Emilia, dunque, l’architettura industriale di sfondo ha conferito un’originale coerenza visiva alla prospettiva e alla natura di questa ripresa dell’opera del compositore austriaco, offrendo la rara occasione di fruire di una pagina difficilmente inseribile in una normale programmazione concertistica. Un lavoro, questo di Haas, la cui forza consiste anche nel modificare concretamente il modo in cui l’orecchio distingue il suono – tra altezza, timbro e movimento – ridisegnando l’instabilità armonico-timbrica come forma novamente organizzata e qui salutata dagli applausi convinti di un pubblico palesemente coinvolto.