Ilya Gringolts per Chačaturjan

A Bologna con la Filarmonica del Teatro Comunale diretta da Roberto Abbado

GD

28 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

Ilya Gringolts, Roberto Abbado e la Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna (foto di Andrea Ranzi)
Ilya Gringolts, Roberto Abbado e la Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna (foto di Andrea Ranzi)

Auditorium Manzoni, Bologna

Ilya Gringolts, Roberto Abbado e la Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna

26/10/2026 - 26/10/2026

Nell’ambito della ricca stagione sinfonica del Teatro Comunale di Bologna sono sempre molto attesi i concerti che vedono protagonista la Filarmonica, guidata dal podio dal suo Direttore principale Roberto Abbado. L’attesa è ben giustificata se si considera la qualità generale dell’ensemble, nonché l’autorevolezza di Abbado, in grado di proporre spesso programmi tutt’altro che scontati. Stavolta, inoltre, la serata era impreziosita dal talento cristallino di un violinista solidissimo come Ilya Gringolts, il quale si è cimentato nell’esecuzione del Concerto per violino e orchestra in re minore di Aram Il'ič Chačaturjan.

Scritto nel 1940 in seguito al viaggio del compositore in Armenia, terra d’origine della sua famiglia, il brano richiede al solista un equilibrio parecchio spiccato tra il vorticoso virtuosismo che soggiace all’intera composizione e una certa sensibilità lirica in corrispondenza dei passaggi più cantabili.
Gringolts ha elargito con convinzione una bella duttilità espressiva, in cui il suono del violino a tratti scivolava egregiamente sull’adeguatamente annaspante manto orchestrale, in modo da sottolineare l’aspetto profondamente danzante del concerto. In altre occasioni, invece, l’approccio del solista è risultato più orientato all’esaltazione timbrica dello strumento, secondo una prospettiva perfettamente in linea con i parametri della scrittura di Chačaturjan.

L’esecuzione del primo, scomposto e variopinto movimento ha messo in luce anche l’elevata concentrazione di Gringolts, perfettamente credibile sia nei momenti più melodici e sentimentali, sia in quelli assoggettati a un virtuosismo astruso ma appagante (ne è esempio la cadenza, interpretata con carisma e disinvolta naturalezza).
L’orchestra si è rapportata con il solista all’insegna di un dialogo serratissimo (merito dell’ottimo controllo ritmico da parte di Abbado), in cui le incursioni dei rapidissimi archi e dei bofonchianti legni hanno ben illustrato tutto il brio e l’inventiva del compositore russo e consegnato all’uditorio un ritratto sufficientemente autentico del folklore armeno.

Nel secondo tempo, il tema misterioso e umbratile introdotto doviziosamente dai fagotti e poi moltiplicato dagli altri legni è stato presto raggiunto dalla melodia depressa e sofferente del violino solista, amministrato da Gringolts con il giusto piglio drammatico e sempre abile nel dischiudere, anche un po’ sorprendentemente, dei graziosi inserti lirici. Anche in questo, Abbado ha lavorato con successo su un fraseggio fatto di incastri; il mosaico generato al termine è risultato coerente con i caratteri dell’opera, intesa come una discreta (e quasi modernista) cornucopia di effetti sonori e umorali differenti.

Da questo punto di vista, occorre evidenziare proprio lo scarto emotivo riscontrabile tra il sontuoso e tragico crescendo, poi esauritosi in un morendo, che chiude l’“Andante” centrale e il dirompente attacco dell’“Allegro” conclusivo, un godurioso mix tra le esuberanze percussive dell’accompagnamento orchestrale e le agili fughe del violino di Gringolts nel reame della danza popolare.
Roberto Abbado ha guidato con sicurezza ed entusiasmo la compagine bolognese nei gangli poliritmici di Chačaturjan, grazie a una concertazione precisa e attenta. Il solista, invece, ha offerto in generale una performance più che soddisfacente, tanto che il pubblico non ha potuto che acclamarlo al termine dell’esecuzione. Gringolts ha ringraziato proponendo un ipnotico e divertente bis sulle note di Labirinto Armonico di Pietro Antonio Locatelli.

Dopo l’intervallo, l’Auditorium Manzoni è stato immerso nel mondo irresistibilmente grottesco del giovane Dmitrij Šostakovič a partire dall’esecuzione della Sinfonia n. 1 in fa minore.
Completata dal compositore russo nel 1925 all’età di diciannove anni, l’opera seppur giovanile già porta in dote tutte le caratteristiche del suo stile congiuntamente enigmatico e beffardo. Non a caso il primo movimento si muove tra la serenità dei fiati, a tratti idilliaca e a volte ludica, e la prorompenza, parodisticamente militaresca, delle percussioni e degli ottoni. Abbado ha colto tutte queste istanze con notevole perizia espressiva, proponendo un fraseggio alquanto vibrante.

Lo Scherzo vede l’introduzione del pianoforte nell’organico, la cui brillantezza timbrica e spigliatezza ritmica si scontrano con la cantilena misteriosa, arrancante e quasi dal sapore orientale che è stata profusa dai competenti flauti e clarinetti e a sua volta sorretta dalla buffa pedanteria marziale del triangolo e del tamburo.
Abbado è stato bravo a legare insieme tutte le sollecitazioni timbriche proposte da Šostakovič, mettendo in risalto la bravura dei singoli strumentisti e rendendo giustizia all’indiavolata (talvolta, anche in senso macabro) ironia del compositore.

Il carattere malinconico e fragile (e un po’ stentato per quanto riguarda l’emissione) dell’oboe ha inaugurato l’ampio movimento lento che, nonostante qualche intenso exploit di tragica monumentalità, ha mantenuto la propria cifra di lugubre raccoglimento (ben amministrata dalla dinamica e dal tempo proposti dal direttore). Lasciatosi invadere dalla stentorea insistenza delle percussioni, il “Largo” si è riversato, senza soluzione di continuità, nel movimento conclusivo.

Il colloquio tematico tra il romantico lirismo del violino e del violoncello e il carattere grottesco della grande fanfara a tutta orchestra è stato gestito con efficacia da parte di Abbado, esperto ponderatore sulla bilancia dei sentimenti di tutte le scherzose ma emotivamente vivide invenzioni di Šostakovič.
La Filarmonica del Comunale è sembrata piuttosto a suo agio nell’esecuzione, sebbene non sia mancata qualche piccola sporcatura, soprattutto nel reparto dei fiati.

Al termino del concerto, il pubblico bolognese ha tributato calorosi applausi a tutti gli artisti coinvolti.