Il dialetto musicale dei Third Coast Percussion
In Vernacular fiorisce la collaborazione fra il quartetto di Chicago e la produttrice Jlin
27 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura
Third Coast Percussion
Vernacular
Vernacular è il nuovo album dei Third Coast Percussion, versatile quartetto di Chicago che nell’arco di un ventennio ha scalato le gerarchie nel circuito della classica contemporanea: vincitore di un Grammy Award nel 2017 grazie a un lavoro su Steve Reich e sei anni dopo a un passo dal Pulitzer per interposta persona con il progetto Perspective, di cui è autrice la concittadina Jlin, produttrice che partendo dal “footwork” germinato nel sottobosco locale ha formulato una sorta di “avant-garde del ghetto”.
Basandosi su quel materiale, fra il 2022 e il 2023 gli uni e l’altra avevano ricavato dischi simmetrici, oltre a sviluppare in parallelo “un vocabolario musicale condiviso”, come si legge nella pagina di Bandcamp dedicata a Vernacular, che nella metà iniziale documenta appunto l’esito della partnership, esposto dal vivo lo scorso 15 ottobre al Museum of Contemporary Arts di Chicago e in replica il prossimo 14 novembre all’Auditorium Parco della Musica, nel quadro del “Romaeuropa Festival”.
- Akoma, il cuore pulsante di Jlin
- Un gioiello intimista per Peter Hammill
- La California in chiaroscuro di Jessica Pratt
Si tratta di sette brani, alcuni già pubblicati individualmente da Jerrilynn Patton e altri da lei creati appositamente. Alla prima categoria appartengono ad esempio “Grannie’s Cherry Pie” e “Summon”, inclusi ambedue in Akoma e qui rielaborati collettivamente in chiave pressoché acustica. Apre invece la sequenza una coppia d’inediti: “Premonition”, frutto di un fitto dialogo tra fiati sintetici, percussioni e vibrafoni memore del nervosismo orchestrale di Stravinskij, autore prediletto da Jlin, e l’episodio che dà titolo all’intera raccolta, animato da complesse poliritmie contrappuntate dalla pulsazione elettronica.
Integra il repertorio del disco una suite in cinque movimenti firmata da Dave Longstreth dei Dirty Projectors: “Butterfly Dancing Over a Barrel”. “Un viaggio musicale di proporzioni sinfoniche”, a detta degli esecutori, che dal tambureggiare minimalista di “All Right All Along” sfocia nel quieto crescendo conclusivo di “Coda”, avendo attraversato frattanto l’astrattismo “afro” di “What You Call” e il paesaggio jazz dipinto con gusto puntillista in “21st Twentieth Century”.
Ciliegina sulla torta, all’epilogo, è la rivisitazione del tema di chiusura composto da Philip Glass per Mishima di Paul Schrader: affidato in origini agli archi del Kronos Quartet e viceversa interpretato nell’occasione dall’ensemble protagonista con la strumentazione che gli è propria.