Salogni e Pilia, musiche per chitarra e nastro magnetico

Phren celebra su disco la collaborazione fra i due artisti italiani

AC

01 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura

Stefano Pilia e Marta Salogni
Stefano Pilia e Marta Salogni
Phren
Phren

Marta Salogni & Stefano Pilia

Phren

Maple Death 2026

La collaborazione fra Stefano Pilia, pregiato chitarrista e compositore audace, e Marta Salogni, cervello in fuga a Londra, dove si è affermata come fonica e produttrice ad altissimo livello (dai Depeche Mode a Björk nel suo carnet), si era rivelata dal vivo a maggio, durante l’ultima edizione del festival Jazz Is Dead!, e trova ora corrispondenza discografica in Phren.

Si tratta del terzo capitolo nella collana Opale, frutto della partnership fra Maple Death e Canicola Edizioni, inaugurata lo scorso anno da Flowers Are Blooming in My Antarctica di Laura Agnusdei. In questo caso il volume illustrato abbinato all’oggetto musicale, firmato dall’artista bolognese Sarah Mazzetti, ha fornito l’iniziale spunto narrativo e indirizzato il senso dell’opera, che gli autori riconducono al processo di elaborazione del lutto.

La parola scelta per l’intestazione appartiene al greco antico ed era riferita in origine al diaframma, divenendo poi definizione della sede deputata a contenere intelletto e spirito, mentre – letti in sequenza – i titoli dei sei episodi in cui è suddiviso l’album formano una poesia introdotta dai versi conclusivi della “Fine dell’infanzia” di Eugenio Montale e chiusa da una parafrasi dell’incipit di “My River Runs to Thee” di Emily Dickinson.

Sul piano sonoro, invece, l’aspetto rilevante riguarda lo schema di lavoro: ciò che si ascolta è infatti il suono dello strumento di Pilia processato da Salogni attraverso il “tape echo system”, ossia un loop di nastro magnetico fra due registratori a bobina accoppiati fra loro. Se l’idea di trasfigurare la chitarra per mezzo delle macchine rimanda agli esempi recenti di Fennesz e Ben Frost, l’influenza dichiarata dal duo è viceversa il canone sperimentato da Robert Fripp e Brian Eno ai tempi di No Pussyfooting.

All’ascolto, tuttavia, l’esito è differente. Le algide geometrie di “Sopra l'acque scavate” e l’astratto paesaggio onirico di “La memoria vacilla” ricordano certe costruzioni ambient di Oneohtrix Point Never, laddove i bordoni sommessi e malinconici che informano “Muti nell’attesa” e “Ma la mia anima è testimone” portano per assonanza a Kali Malone.

Lo scenario muta al momento dell’epilogo, quando a orientare il flusso di “E il mio fiume scorre verso te, oh mare, accoglimi” è un collage di spezzoni polifonici dalle “Lamentazioni di Geremia” di Giovanni Pierluigi da Palestrina: incanto ipnotico che conclude in bellezza un disco misteriosamente affascinante. Prossime verifiche in pubblico il 21 novembre in teatro a Ravenna e il 12 dicembre alla Triennale di Milano.