Marta Salogni: mixer, nastri magnetici ed empatia

Intervista alla musicista e produttrice bresciana, protagonista a Jazz Is Dead in duo con Valentina Magaletti

Marta Salogni Jazz Is Dead
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Fra le presenze rilevanti nel cast del festival Jazz Is Dead! spicca la figura di Marta Salogni. 

– Leggi anche: Jazz Is Dead e le donne

Trentatrenne bresciana, Salogni è da tempo espatriata oltremanica, dove si è affermata a tal punto da essere nominata nel 2022 “produttore dell’anno” dall’associazione di categoria Music Producers Guild, firmando nel frattempo lavori di pesi massimi quali Björk e Depeche Mode.

Abbiamo dialogato con lei alla vigilia dell’esibizione in coppia con Valentina Magaletti, altro “cervello in fuga” da tempo residente a Londra.

Prima del concerto, insieme a Valentina partecipi nel pomeriggio a un incontro con Fanny Chiarello, autrice del libro Basta Now: che opinione ne hai?

«È un libro unico nel suo genere, perché finalmente rimuove tutte le scuse di chi afferma che nella scena sperimentale ci siano poche donne, “non binary” e trans: esistono, basta avere voglia di cercare fuori dal consueto recinto della classe media bianca maschile di mezza età».

«Basta Now porta in superficie ciò che c’è sempre stato ma ha subito l’ostracismo dell’ignoranza, o forse soltanto della pigrizia. Il pezzo con cui apriamo il set dal vivo parte dal frammento di un’intervista in cui un giornalista uomo chiede a una musicista: “Perché non ci sono donne nel panorama della musica sperimentale?”. E lei risponde: “Non è vero, ce ne sono eccome!”».

Il pezzo con cui apriamo il set dal vivo parte dal frammento di un’intervista in cui un giornalista uomo chiede a una musicista: “Perché non ci sono donne nel panorama della musica sperimentale?”. E lei risponde: “Non è vero, ce ne sono eccome!”».

Hai percepito personalmente il “gender gap” nell’ambiente musicale?

«Quando ho iniziato ad avere a che fare con la musica, soprattutto durante la gavetta dietro le quinte come fonico da palco, non conoscevo altre donne che facessero quel lavoro: così ero diventata “la fonica”».

«Ora la situazione è migliorata e ci sono molti esempi in cui mi vedo rispecchiata: la rete si sta allargando e il numero di donne impegnate nella musica sta crescendo esponenzialmente. Sento di essere parte di questo cambiamento cominciato un mucchio di tempo fa, con le pioniere degli anni Sessanta e Settanta.

Una storia rivelata in Sisters With Transistors

«Ho curato il sound design di quel documentario e vederlo è stato fantastico, perché racconta come la musica elettronica sperimentale abbia consentito alle donne di eludere le istituzioni maschiliste e patriarcali dell’epoca, che ne ostacolavano l’accesso alle opportunità di lavoro. Era un percorso parallelo tracciato con determinazione da artiste quali Pauline Oliveros, Daphne Oram, Delia Derbyshire e Maryanne Amacher, che hanno definito i paesaggi della musica elettronica contemporanea: donne a cui mi sento personalmente debitrice».

Nell’attività in sala di registrazione e anche dal vivo prediligi l’analogico dei nastri magnetici: come ne spiegheresti il valore aggiunto a un profano?

«Permettono una relazione più umana e imprevedibile con le macchine, perché non c’è la sicurezza garantita dai codici binari: una necessità crescente, tant’è vero che spesso chi usa il digitale tende a introdurre dei sistemi random per ottenere qualcosa di inaspetttato».

«Io preferisco ricavarlo naturalmente, usando le mie macchine a nastro in maniera differente da quella per cui erano state costruite, ad esempio utilizzandole in coppia, aggiungendo o togliendo tensione ai nastri: in quel modo ne esploro i limiti».

Dovessi dire qual è il tuo ingrediente segreto da produttrice?

«Mi piace pensare che sia l’empatia, una qualità che tento di coltivare perché facilita la comunicazione e permette di immedesimarsi con chi hai di fronte, mettendoti sullo stesso piano con gli artisti. Attraverso l’empatia puoi sperare di fare qualcosa di speciale, non necessariamente clamoroso, direi timidamente speciale: qualcosa che riguardi i motivi per cui gli artisti e io stiamo in studio per giorni, settimane o mesi a registrare, mixare e produrre un’opera d’arte, nella speranza che abbia in sé la forza per riecheggiare in altre persone, trasmettendo emozioni».

Qual è stata l’esperienza più elettrizzante in quel ruolo?

«Davvero non saprei: è un’emozione che provo abbastanza spesso. Quando accade, ne ho consapevolezza, tanto che la mia espressione cambia: dicono che mi si legga in faccia cosa sto pensando. Nei momenti in cui capisco che dalle casse sta uscendo qualcosa più grande della somma delle parti che la compongono, sento come un formicolio e m’illumino, stupita di quanto è accaduto. È benzina per me: mi tiene in vita e dunque la cerco, rincorro questa emozione e tento di essere ricettiva. Ogni volta è frutto di un duro lavoro e capita che ti colga di sprovvista: a fine giornata, magari, riascolti a distanza di ore ciò che hai registrato al mattino e ti sorprende. Perciò sarebbe ingiusto indicare un caso in particolare: preferisco guardare oltre e non legarmi a chissà quale “momento magico”».

Com’è l’Italia musicale osservata da Londra?

«C’è grande rispetto, forse inimmaginabile per chi vive in Italia. Vale in termini assoluti, ma anche sul piano della contemporaneità: gli artisti italiani che vengono a Londra, soprattutto nell’area sperimentale, sono riveriti. Penso al Cafe Oto, dove mi è capitato di assistere a concerti di connazionali che nemmeno conoscevo, tipo Alessandra Novaga o Silvia Tarozzi, con la quale si è deciso di registrare a Bologna un disco insieme, che ultimeremo a giugno».

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