L’avventura sperimentale di Marina Herlop

In Dja Dja l’artista catalana esplora una terza via fra Björk e Rosalía

AC

12 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura

Marina Herlop
Marina Herlop
Dja Dja
Dja Dja

Marina Herlop

Dja Dja

autoproduzione 2026

Dja Dja è il nuovo album di Marina Herlop, quinto in dieci anni di attività discografica per la 34enne compositrice e performer catalana ammirata nel 2023 a C2C, quando esponeva in concerto il materiale del precedente Nekkuja: esperienza che si appresta a replicare presentando nella giornata conclusiva del festival i contenuti del lavoro appena pubblicato in regime di assoluta autoproduzione. Si tratta di un’opera complessa, progettata come “un gigantesco sudoku” seguendo lo schema narrativo del monomito (il “viaggio dell’eroe”, secondo la formulazione di Joseph Campbell mutuata dal vocabolo coniato da James Joyce in Finnegans Wake) e sviluppata in un ininterrotto flusso musicale di 52 minuti.

Provando a decifrare la neolingua dei testi, un mosaico di spagnolo, inglese, giapponese e semplici fonemi (esemplare il caso di “Vas Volant”), possiamo ricostruire un itinerario disegnato sulla rotta dei sette mari, descritti appunto in “Siete Mares” e simboleggiati dalla figura mitologica di Thálassa, invocata nell’habitat amniotico del brano omonimo e nel crescendo epico di “Jaque”. Movimentato da tamburi impulsivi e cori nevrotici, il tragitto conduce a incontrare streghe (nell’atmosfera da sabba di “As Meigas”), la demoniaca creatura delle religioni antiche evocata con vocalizzi sincopati in “Lilit“ e angeli: rassicuranti sulla melodia squisita di “Hay Ángeles” e viceversa capaci di uccidere in “Bliss”, aggirandosi fra solennità orchestrale e guizzi “avant-pop”.

L’impianto sonoro di fattura elettroacustica si basa sul dialogo tra software digitali e una strumentazione nella quale risaltano fiati (dal flauto dell’iniziale “Flor de los Precipicios” agli ottoni squillanti in “Los Dos Lobos”), pianoforte (strumento studiato dall’autrice in gioventù al conservatorio di Badalona) e gamelan, registrato a Bali con musicisti locali e apprezzabile in “Average Evil”. Su quella trama si dispiega, sovente manipolato, il canto della protagonista e di altre voci imprecisate, rianimando in chiave irrituale la tradizione della polifonia femminile tipica della Catalogna.

In un’intervista di qualche anno fa Herlop affermava: “La musica è quasi qualcosa di marziano, che potrebbe esistere in un mondo senza esseri umani”. Suona così quella contenuta in Dja Dja, avventura sperimentale molto sofisticata ma immune dall’autocompiacimento: un ascolto non facile, collocato idealmente al crocevia fra Björk e Rosalía. Sarà interessante a questo punto verificarne la resa dal vivo.