The Avalanches, un viaggio nella nostalgia analogica

Dopo una pausa discografica di 6 anni, The Avalanches ritornano con No Bad Memories

EB

24 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

The Avalanches
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Copertina
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The Avalanches

No Bad Memories

Modular Recordings 2026

A sei anni dall'enciclopedico We Will Always Love You, il collettivo australiano  The Avalanches torna sulle scene con il quarto album in studio, No Bad Memories. Questa volta Robbie Chater e Tony Di Blasi, accompagnati da Andy Szekeres, entrato in pianta stabile all'inizio di quest'anno, scelgono di deviare dalle sterminate autostrade cosmiche per immergersi in un territorio d'esplorazione decisamente più terreno, caotico e ironico: la memoria sonora della società dei consumi e dell'era analogica sul punto di diventare digitale.

Il concetto attorno a cui ruota No Bad Memories è tanto bizzarro quanto brillante: cosa succede se trasformiamo in arte il rumore di fondo delle nostre vite? Invece di affidarsi esclusivamente a rarità soul, disco o jazz scovate nei mercatini dell'usato, i "campionatori australiani" espandono la propria tavolozza sonora includendo jingle pubblicitari d'epoca e frammenti di spot per cereali o console di videogiochi, suoni d'avvio nostalgici - dalle storiche suonerie Nokia fino ai classici chime, gli allarmi di errore dei vecchi sistemi MS Windows) - e skit surreali, brevi interludi parlati firmati da ospiti d'eccezione come il cantautore e compositore statunitense Mike Patton e l'attore e doppiatore, anche lui statunitense, Haley Joel Osment.

Il risultato è un'opera di plunderphonics - per chi non lo sapesse, si tratta di un genere musicale e una tecnica compositiva basata sul riutilizzo, il montaggio e la manipolazione di campionamenti tratti da registrazioni audio preesistenti e riconoscibili; l'origine del termine si deve al compositore canadese John Oswald che nel 1985 scrisse il saggio Plunderphonics, or Audio Piracy as a Compositional Prerogative -,  satira della "tecnologia obsoleta" e del branding, orchestrata con la solita maestria nel taglia-e-cuci che da sempre contraddistingue il gruppo di Melbourne.

Direi che è il momento di darvi un esempio di quanto avete appena letto; 4 mesi fa usciva "Every Single Weekend", il singolo con il compito di annunciare l'album, canzone che vede la collaborazione di Jamie XX, un altro che per quanto riguarda i campionamenti può a ragion veduta dire la sua. Come spesso succede, The Avalanches riescono a suonare gioiosi e felici facendoci sentire al contempo malinconici.

L'album è concepito come un lungo, ininterrotto e stimolante zapping radiofonico e televisivo. Tra le 31 tracce - alcune brevissime, pochi secondi e niente più, che però non impediscono al disco di avere una durata di poco inferiore all'ora - che compongono l'opera spiccano collaborazioni sfaccettate e a volte spiazzanti: in "One More Fantasy" la leggendaria Carly Simon ci regala due minuti di pura delizia su campioni synth-pop anni 80,  mentre in "Blue Shadows" una sorprendente Karen O (Yeah Yeah Yeahs) offre una performance vocale inedita, intima e calibrata.

"Together" (con la presenza di Jessy Lanza, Nikki Nair e Prentiss), con la già citata "Every Single Weekend", è pronta a diventare un inno da dancefloor, sapendo unire beat euforici a campionamenti stralunati (Nokia, Famous 5 e un estratto di una vecchia pubblicità Toshiba): The Avalanches al loro meglio.

Se "Our Love is Alive" vede la partecipazione di Suzanne Ciani, una delle pioniere nel campo della musica elettronica, e di Barry Can't Swim, all'anagrafe Joshua Spence Mainnie, dj e produttore di Edimburgo con due album all'attivo, entrambi per l'etichetta Ninja Tune, la traccia di chiusura "The Pavements Light" annovera la presenza del maestro Haruomi Hosono (Yellow Magic Orchestra), regalando un tocco di sci-fi jazz elegante dopo i glitch digitali dei brani che l'hanno preceduta.

E ora un brano che non vedo l'ora di ascoltare (e ballare) dal vivo giovedì 29 ottobre a C2C Festival: è uno dei miei preferiti del disco anche se, a ben vedere, un difetto ce l'ha: è troppo corto! Il video è interpretato dal già citato Haley Joel Osment, qui nei panni di Ken, un dipendente della società Takumi Digital Archives: tutto perfetto, direi.

No Bad Memories contiene molte idee, persino troppe, e a ben vedere tale eccesso è sia la benedizione che la maledizione del disco. Se il debutto Since I Left You manteneva una fluidità perfetta, qui la presenza continua di piccoli interludi e spot "interrotti" può risultare a tratti appesantente e sovrabbondante. Alcune delle migliori intuizioni melodiche (come la stessa title-track o "Magic Wand", ancora con Barry Can't Swim, un instant classic da ascolti ripetuti) sfumano o vengono tagliate di netto dopo appena un paio di minuti per far spazio a un nuovo finto spot promozionale, lasciando all'ascoltatore un po' di amaro in bocca.

L'ottima produzione ci restituisce un montaggio audio maniacale e di altissimo livello ed è senz'altro audace l'idea di rendere "poetici" i jingle e i suoni di sistema, però la scorrevolezza risulta penalizzata dalle tante interruzioni, anche se brevissime. In ogni caso l'impressione finale è quella di trovarsi calati all'interno di un carnevale sonoro gioioso, caotico ed euforico.

No Bad Memories dimostra che, a distanza di oltre vent'anni dal loro esordio, The Avalanches sanno ancora come sorprenderci e farci divertire. Un album certamente imperfetto nella sua frammentarietà, ma incredibilmente vitale, capace di trasformare il "rumore" del capitalismo digitale e della nostra adolescenza in quanto consumatori in una festa elettrizzante a cui è impossibile non voler partecipare.Più che un disco, un floppy disk da 5".