I dolori del non più giovane Beck
Nel nuovo album Ride Lonesome l’artista californiano riecheggia lo spleen dei precedenti Sea Change e Morning Phase
18 settembre 2026 • 3 minuti di lettura
Beck
Ride Lonesome
Beck torna a farsi vivo con Ride Lonesome, album che arriva dopo la pausa più lunga in tutta la sua carriera, essendo il precedente Hyperspace datato 2019. Rispetto a quel lavoro, segnato dall’impronta elettronica di Pharrell Wiliams, lo scarto è considerevole, ma con l’artista californiano, ora 56enne, la mutevolezza è regola: prerogativa che ha finito per renderlo incarnazione musicale dello spirito post-moderno, come verosimilmente testimonierà l’imminente racconto biografico The Last Temptation of Beck della saggista statunitense Josephine Riesman.
Intervistato in estate da NPR, ha confessato: “A volte faccio musica eccessivamente pretenziosa; credo che il massimo sia scrivere qualcosa di semplice e universale, che non richieda troppa fatica per essere decifrato”. Risponde a quella caratteristica il brano incaricato in primavera di fare da battistrada al disco, preannunciandone il titolo; accompagnato dai lamenti di una pedal steel, in un habitat da California anni Settanta modello Eagles, lo ascoltiamo cantare sconsolato: “Lei se n’è andata e non puoi abbracciare un ricordo”.
Ride Lonesome completa idealmente la trilogia aperta nel 2002 da Sea Change e proseguita nel 2014 con Morning Phase (insignito poi di tre Grammy Awards): impressione rafforzata dalla cadenza dodicennale. Non a caso ad affiancarlo in studio è un gruppo di fedelissimi già all’opera in quelle circostanze: comfort zone costituita da Smokey Hormel (chitarra), Justin Meldal-Johnsen (basso), Roger Joseph Manning Jr. (tastiere) e Joey Waronker (batteria), con Nigel Godrich al mixer e l’anziano padre David Campbell ad arrangiare gli archi, artefici collettivamente di “un suono maturato in decenni di lavoro insieme”.
Le orchestrazioni sono in prevalenza acustiche, l’atmosfera è autunnale e l’ambientazione predilige le ore notturne. Cosicché il vocabolo più ricorrente nei testi è “oscurità”: lo ritroviamo in “If You Don’t Know What Love Is” (“Sono nato nell’oscurità, con la notte nell’anima”), “Bleed” (“Non so dove sto andando, ma è come se ci fossi stato prima, un posto da qualche parte nell’oscurità della notte”, modula la voce in falsetto), “Disappearing Act” (“Cavalca l’oscurità verso un posto nuovo, prova a disimparare le cose che sapevi, c’è una strada per uscire da qui che non porta da nessuna parte”) e “In the Night” (“È scesa l’oscurità, storie dal cielo, per seppellire tutte le tue bugie”, parole sottolineate dal crepuscolare bordone imbastito dagli archetti).
Analogamente a Sea Change, la persistente sensazione di spleen è dovuta a una rottura sentimentale. Questa volta sono i postumi del divorzio dall’attrice Marissa Ribisi, alla quale si rivolge direttamente “It Ends Right Here” (“Te ne sei andata senza preavviso”), mentre “Run Away”, ombrosa ballata a “fari spenti nella notte”, parla di “giorno della desolazione” e “Beyond the Light” scorre in chiusura su un registro malinconico degno del migliore Tenco (“Non ho nulla in cui credere, solo la distanza nei tuoi occhi”).
Anziché invito a farci gli affari suoi, è metodo terapeutico: “Penso che le canzoni ti aiutino”, ha ammesso, interpellato a proposito dal “New York Times”. La serenità cameristica di “Failed Words” e “For Your Love” sembra ne confermino l’efficacia e allora noi non possiamo che ammirare l’equilibrio di un album formalmente impeccabile a dispetto dell’alta intensità emotiva del suo movente originario.