The Cramps: rock’n’roll dall’oltretomba
Gravest Gravy documenta le primissime registrazioni del quartetto statunitense
08 settembre 2026 • 3 minuti di lettura
The Cramps
Gravest Gravy
Con Gravest Gravy riaffiorano dalle catacombe i Cramps, band creata esattamente mezzo secolo fa a New York da Erick Lee Purkhiser e Kristy Marlana Wallace, di lì in avanti definiti dagli pseudonimi Lux Interior e Poison Ivy: coniugi appassionati di rock’n’roll, B-movie e fumetti vintage dalla conturbante immagine pubblica, tipo Boris Karloff e appropriata Dominatrix.
Il quartetto, completato dal lugubre chitarrista Bryan Gregory e da sua sorella Pam “Balam”, poi rimpiazzata alla batteria da Nick Knox, entrò immediatamente nell’orbita del CBGB, covo del sottobosco locale dove li vide esibirsi di spalla ai Ramones il produttore Alex Chilton, che impressionato dalla performance li invitò a recarsi negli Ardent Studio di Memphis. Gravest Gravy documenta appunto quelle sedute di registrazione datate ottobre 1977, da cui all’epoca derivarono i primi due 45 giri della formazione, confluiti in seguito nell’Ep Gravest Hits, mentre il resto fu archiviato.
La coppia rimise mano alle tracce escluse nel 1989 con l’intenzione di pubblicarle, ma non se ne fece nulla, come avvenne pure nel 2009, quando il progetto naufragò per la morte prematura di Lux Interior. Oggigiorno unica superstite dei quattro, Poison Ivy ha accolto infine la sollecitazione di Henry Rollins e Ian MacKaye, colossi nella scena indipendente d’oltreoceano, rispolverando il marchio Vengeance impresso sugli esordi del gruppo per rendere disponibile quel materiale.
Allora 16enne, il 3 febbraio 1979 MacKaye era andato a un loro concerto nel salone della Georgetown University: “Continuo a considerarlo il migliore in assoluto al quale io abbia mai assistito, fu un’esplosione talmente catartica che tavoli e sedie vennero distrutti e le finestre andarono in frantumi”, ha raccontato qualche settimana fa al “New York Times”.
Convinse così l’amico e coetaneo Rollins a replicare l’esperienza insieme a lui il 20 aprile in un minuscolo bar di Washington DC: “Non mi sono mai ripreso da quello show, con Ian ne parliamo ancora adesso”. Sconvolgente l’effetto che facevano dal vivo, dunque: lo potrebbe confermare chi li osservò immolarsi un anno più tardi nei palazzetti di Milano e Torino, aprendo le date italiane dei Police di fronte a un pubblico in larghissima maggioranza ostile.
Ciò accadde perché Miles Copeland, fratello del “poliziotto” Stewart, li aveva scritturati per la sua etichetta I.R.S., editrice del folgorante album d’esordio Somgs That Lords Taught Us, introdotto dal quadretto domestico alla American Psycho (“Ti ho tagliato la testa e l’ho messa nel mio televisore, uso i tuoi bulbi oculari come manopole”) intitolato “Tv Set”, che ritroviamo qui in versione brutalmente essenziale.
Compaiono inoltre in forme differenti alcuni brani del successivo Psychedelic Jungle (1981), fra cui il deragliante “The Natives Are Restless” (“Ho un boogie dentro di me, datemi qualcosa per sfogarmi”) e il mortifero blues “Can’t Find My Mind” (“Ho un abito in pelle di squalo, scarpe di coccodrillo, ho raggiuto il successo e pagato il mio debito”).
Di certe canzoni, tra le quali spicca l’indemoniata “Domino”, si era avuta notizia nel corso della carriera, mentre altre sono del tutto inedite: ecco ad esempio “Hungry” di Paul Revere And The Riders rifatta con Chilton all’organo, oppure “Problem Child” – scritta da Sam Phillips per Roy Orbison – tramutata in creatura selvaggia.
In prevalenza si tratta di cover, essendo in quel momento i Cramps pressoché neonati, eppure già capaci di evocare un mondo totalmente alieno con un suono primitivo (doppia chitarra e niente basso) che combinava rockabilly e punk in un’ambientazione fra gotico e kitsch: alchimia battezzata a quei tempi “psychobilly”. Gravest Gravy ha il merito di restituirne la travolgente vibrazione originaria.