Il pianismo nordico di Malofeev
Con l'Orchestra Leonore di Daniele Giorgi per Bologna Festival 2026
29 maggio 2026 • 4 minuti di lettura
Auditorium Manzoni, Bologna
Alexander Malofeev, Daniele Giorgi e Orchestra Leonore
26/05/2026 - 26/05/2026Il talento cristallino del giovane Alexander Malofeev è ormai di casa a Bologna, essendosi esibito sul palco del Teatro Manzoni per ben tre volte nell’arco di due anni. Eccolo, dunque, tornare a calcare la scena della massima sala da concerto felsinea in occasione di Bologna Festival 2026 e, soprattutto, non più in un recital solistico, bensì accompagnato dal direttore Daniele Giorgi e dalla sua Orchestra Leonore. Fondata nel 2014, la compagine pistoiese è mossa dalla volontà di creare un ecosistema musicale in cui internazionalità e identità locale si completino vicendevolmente. Effettivamente, le due traiettorie che convergono nell’ensemble guidato da Giorgi possono adeguatamente essere ricondotte anche all’autorialismo di Malofeev nella scelta dei programmi. Il pianista moscovita ha, infatti, optato per due concerti invero scritti da due compositori scandinavi come il finlandese Selim Palmgren e il più noto norvegese Edvard Grieg, eppure contenenti una serie di suggestioni atmosferiche e aurali che riconducono alla grande musica russa tardoromantica (non a caso, nella seconda parte della serata il protagonista assoluto è stato proprio Čajkovskij).
Il Concerto n. 2 op. 33 “Il fiume” per pianoforte e orchestra di Palmgren è scivolato via con brio e letizia; caratterizzato da una scrittura melodica sufficientemente ruffiana, in cui non mancano quadri sonori di grande commozione e passaggi più liquidi tendenti all’estetica impressionista, il brano composto nel 1913 ha evidenziato la brillantezza del tocco di Malofeev, a volta inasprita da rutilanti e corporei confronti con la tastiera. L’unico neo di un’esecuzione, comunque, molto buona è stato rappresentato dall’eccessiva foga orchestrale, che talvolta non ha potuto evitare di coprire le note del pianoforte. Un episodio che, tuttavia, ha permesso all’uditorio di riflettere sullo stile in divenire di un giovane talento come Malofeev; dopo averlo ascoltato in due occasioni come solista, il confronto con un’orchestra è apparso allora come un banco di prova per comprendere al meglio il carattere bifronte dell’artista: riservato e ritroso in alcuni frangenti e anche capace, in altri, di esplosivi guizzi rabbiosi.
In particolare, è ciò che si è desunto ascoltando e vedendo l’interprete russo nella bellissima resa del Concerto in La minore op. 16 per pianoforte e orchestra di Grieg. Già dai prorompenti e assertivi accordi iniziali, Malofeev ha rivelato un’interessante veemenza intima, costruita e raffinata a partire da un’interiorità psicologica profonda, ove il virtuosismo tecnico (ammirevole nei rapidi arpeggi e scale che decorano l’opera) è sempre funzionale all’espressione emotiva del gesto. Osservare Malofeev piegarsi e contorcersi (tutte le volte con grande eleganza) sulla tastiera significa contemplare un intrigante tutt’uno tra musica e musicista, una condizione che rende immediatamente intellegibile il pensiero critico dietro a ogni interpretazione dell’artista ventiquattrenne. Per Malofeeev, suonare Grieg (in questo caso) significa dialogare con l’anima dell’autore, celata ovviamente dietro le note, e rileggerla attraverso la propria e inedita sensibilità. Da questo punto di vista, è illuminante notare la concentrazione intellettuale e sentimentale che il musicista ha dedicato alla magnetica cadenza che chiude il primo movimento. Daniele Giorgi ha offerto, felicemente in opposizione al concerto di Palmgren, una conduzione ben più morigerata e apprensiva circa gli esiti acustici del solista. Pertanto, ecco che il movimento “Adagio” è stata esaltato da Malofeev e dall’ottima Orchestra Leonore in tutta la sua bellezza melodica e timbrica; sospeso nostalgicamente tra le prime nevi norvegesi e gli spazi freddi e natalizi dei laghi scandinavi, il brano non ha potuto che emozionare e far sognare, in primis grazie al dialogo soffice e tenero tra la tastiera e gli ottoni. Nell’ultimo movimento, Malofeev ha giustamente incantato tutti con le sue strabilianti doti tecniche, come l’abilità nel fraseggio e la forza dinamica, che insieme alla pasta sonora nitida e travolgente dell’ensemble hanno condotto al tripudio il pubblico felsineo. Per ringraziarlo, il pianista russo ha offerto due avvolgenti bis, due brani da lui eseguiti in occasione del suo debutto bolognese nel 2024 e ripresentati a mo’ di dolci madeleine: Ground in Do minore di Purcell e Preludio op. 9 n. 1 per mano sinistra di Scriabin.
Dopo l’intervallo, Daniele Giorgi ha regalato una direzione vibrante e appassionata della Sesta sinfonia di Čajkovskij, riuscendo, nello specifico nel primo movimento (aperto positivamente dal vellutato fagotto di Andrea Bressan), a equilibrare lo spettro agogico della partitura in modo da farne emergere la struttura a episodi. Allo stesso modo, lungo tutta l’esecuzione, non è venuto meno quel sottile e struggente abbraccio tra la poetica e malinconica elegia di alcuni passi e la gravosa tragicità di altri, un connubio che Giorgi ha elargito con un buon temperamento dinamico e una gestualità espressiva e spettacolare (a tratti, forse, leggermente eccessiva). In relazione alla prova della compagine orchestrale, si è percepita una notevole preparazione tecnica condivisa da tutti i reparti, le cui doti interpretative sono state giustamente sottolineate dal direttore.
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