Il pianismo libero di Pletnev

A Bologna con l’Orchestra del Comunale diretta da Dian Tchobanov

GD

02 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

Mikhail Pletnev, Dian Tchobanov e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna (Foto Andrea Ranzi)
Mikhail Pletnev, Dian Tchobanov e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna (Foto Andrea Ranzi)

Auditorium Manzoni, Bologna

Mikhail Pletnev, Dian Tchobanov e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

27/02/2026 - 27/02/2026

Quello del grande virtuoso Mikhail Pletnev con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta da Dian Tchobanov era sicuramente uno dei concerti più attesi di questa prima parte della stagione sinfonica felsinea. Per la gioia del pubblico bolognese, le aspettative non state disattese, considerando il magnifico concerto che si è consumato sul palco di un Auditorium Manzoni completamente sold out. Inoltre, il programma era quello delle grandi occasioni: i due concerti per pianoforte e orchestra di Chopin, presentati nel riarrangiamento (limitato esclusivamente alla parte orchestrale) a cura dello stesso Pletnev, desideroso di concedere maggiore libertà al solista e di conferire, al contempo, maggiore sofisticazione all’accompagnamento orchestrale. 

Il pianismo di Pletnev si è immediatamente contraddistinto per la sua estrema libertà, tanto che in alcune improvvise variazioni ritmiche (soprattutto all’insegna del rallentamento generale) sembrava di assistere a una performance dallo spirito quasi jazz, dove anche le sparute imprecisioni tecniche del solista apparivano come dei programmati sacrifici sull’altare di un’interpretazione tanto personale da risultare quasi impressionista. Il pianista russo ha puntato tutto sulla chiarezza e sull’espressività delle melodie chopiniane: lo si è percepito sia ascoltando le note dense di sentimento appartenenti al solista, sia la nuova orchestrazione dell’accompagnamento. 

Il Concerto in Mi minore è stato eccellentemente colto nella dicotomia tra vigore sinfonico e intimismo cameristico che lo caratterizza, così come nell’alternarsi tra acquerelli sonori di nostalgica tristezza e ludici teatrini popolari (l’ultimo tempo, condito brillantemente da una colorata cornucopia di divertenti virtuosismi). A rappresentare l’apice del concerto è stata sicuramente la trascinante esecuzione del movimento centrale (Romanza-Larghetto): Pletnev ha scelto di dilatare i tempi il più possibile, esibendo un fraseggio così personale da far risultare il brano un’autentica narrazione emotiva. Il dialogo tra il solista e l’orchestra ha assunto i toni di un colloquio a distanza non tanto nello spazio, quanto nel tempo; come se i commenti dell’ensemble non fossero altro che i ricordi del pianoforte stesso, forse quei segreti affidatigli proprio dal musicista. Da questa punto di vista, è stata ammirevole anche la direzione controllata ed equilibrata di Tchobanov, a cui la compagine felsinea ha risposto con una notevole compattezza tecnica e sonora. 

Il Concerto in Fa minore, dopo la breve e assertiva introduzione sinfonica, si sviluppa nella consueta forma-sonata bitematica, in cui Pletnev è riuscito comunque a sviluppare, grazie alla certosina gestione dinamica, una propria dimensione interpretativa: l’energia del primo movimento (Maestoso) è rimasta invariata nei volumi sonori generati dall’acribia del solista nell’esposizione del primo tema, mentre la drammaticità romantica del secondo motivo è stata opportunamente tutelata dalla vorticosità delle volatine e dei passaggi più virtuosistici, nonché dagli appassionati interventi orchestrali. Cuore dell’opera resta, tuttavia, il celebre Larghetto, amatissimo da Schumann e Liszt: climax assoluto della serata, il secondo movimento è stato illuminato da Pletnev in tutta la sua cantabilità sentimentale. La lenta dolcezza con cui il pianista ha scolpito lo sviluppo sintattico di alcune frasi si è posta come un autentico riflettore sulle radici italiane di questa melodia prodigiosa. Come in un’aria di Bellini, il pianismo libero del musicista classe 1957 passava da attimi di quiete lacrime introspettive a turbate meditazioni tensive. La liquida corposità sonora estratta dal registro acuto dello strumento, la tenerezza dei trilli e la sospesa trasparenza del legato anche negli arpeggi più ampi hanno contribuito a edificare un monumento dedicato alla purezza delle melodie di Chopin, tanto intellegibili da apparire straordinariamente moderne. L’Allegro finale ha garantito una conclusione all’insegna dei ritmi e dei colori folk di una leggera e variopinta mazurka, di cui Pletnev ha sottolineato l’impeto giocoso e travolgente attraverso la propria esperienza tecnica. Allo stesso modo, Tchobanov ha guidato con morigerato ardore l’orchestra del Comunale, risultata omogenea e tecnicamente solida in tutti i reparti.

Al termine, convinti applausi per tutti i musicisti e calorose ovazioni per Mikhail Pletnev, che si è congedato proponendo come bis un’intensa esecuzione del Notturno in Re bemolle Maggiore op. 27 n. 2.