Le aure nordiche di Daniel Bjarnason

All'Auditorium Manzoni di Bologna

GD

01 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura

Daniel Bjarnason e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna (Foto Andrea Ranzi)
Daniel Bjarnason e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna (Foto Andrea Ranzi)

Auditorium Manzoni, Bologna

Daniel Bjarnason e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

31/01/2026 - 31/01/2026

Dopo le numerose collaborazioni con la Los Angeles Philharmonic Orchestra (tra cui quella – a dimostrazione della sua ampia versatilità – per la produzione dell’acclamato album Lux di Rosalia), il direttore Daniel Bjarnason, talentuoso alfiere della nuova scuola islandese, è giunto sul palco dell’Auditorium Manzoni per guidare l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna nella prima esecuzione italiana di due opere da lui composte. 

La serata si è aperta con Fragile Hope, allo stesso tempo nenia inquietante e preoccupata sui pericoli del cambiamento climatico e accorato omaggio allo scomparso direttore Jóhann Jóhannsson, definito da Bjarnason “una voce forte e coraggiosa”. Il brano, divagando fantasmaticamente tra gli strazi urlanti di György Ligeti e i manti atmosferici della musica da film contemporanea, vuole rappresentare, o quantomeno ricordare, gli spazi vuoti e sconfinati dell’Islanda, attraversati da sinistri moniti percussivi e grevi perturbazioni timbriche. Non a caso, l’intensità sonora dell’opera è strettamente connessa alla ricerca, conclusasi evidentemente con successo, anzitutto di violente soluzioni coloristiche, a testimonianza non solo del valore compositivo di Bjarnason, ma pure della sua spiccata intelligenza di orchestratore sofisticato. 

Subito dopo, l’autore islandese ha diretto il suo Concerto per violino e orchestra, un unico movimento coronato da due cadenze riservate al virtuosismo del solista, a cui è affidato anche il compito di inaugurare l’esecuzione fischiettando una melodia dal vago stile folk alternata con le sue note pizzicate. L’ottima violinista Ava Bahari si è calata molto bene nella generale instabilità umorale della composizione, elargendo un suono stratificato e appropriato a ogni sezione del brano. Il concerto di Bjarnason vive di grandi squarci acustici e di continue deflagrazioni dinamiche, a cui si aggiungono le interrotte melodie microtonali che invadono il magma sonoro quasi come delle interferenze cantilenanti. A rendere molto interessante il progetto artistico dell’autore è anche il recupero della tecnica barocca di abbassare l’accordatura della corda più bassa del violino (particolarità che cementifica, se ancora ce ne fosse bisogno, la straordinaria modernità della musica barocca, in questo caso adeguata perfettamente a quella contemporanea): il risultato è l’attribuzione alla voce dello strumento solista di una spettrale raucedine, la quale cala l’ascoltatore in una dimensione alterata e in uno stato piacevolmente allucinato e disagevole. 

Dopo l’intervallo, l’esecuzione nitida e controllata della Passacaglia dal Peter Grimes di Britten fa da ponte verso le lande innevate della Finlandia, ben affrescate dai toni sfocati e fuggevoli della Settima sinfonia in Do Maggiore di Sibelius. In questa occasione, Bjarnason ha sfoggiato la vasta raffinatezza della propria concertazione: eseguito senza soluzione di continuità, l’ultimo gioiello sinfonico del compositore scandinavo è stato esaltato in tutta la sua misteriosa enigmaticità. I temi del brano fluttuavano nell’etere del rarefatto manto orchestrale ricamato dal direttore islandese; all’apparenza interrotti proprio quando l’udito era in procinto di incastrarli nelle maglie della comprensione logica, in realtà trasfigurati prontamente in altre melodie, a loro volta inabissate a causa delle preponderanti articolazioni coloristiche del brano e dell’esecuzione. Se inizialmente sembra che Bjarnason badi esclusivamente alle coordinate acustiche di ciò che dirige, prediligendo dunque la materialità del suono orchestrale, ecco che a un ascolto più attento si percepisce come l’effetto acustico a lungo perseguito si sostanzia a partire da una profonda comprensione melodica e ritmica della partitura. Comunque, lo stile “emersivo” del direttore islandese è riuscito perfettamente a centrare tutti gli obiettivi preposti: inchiodare il pubblico in un vortice di sensazioni mutevoli, tra sospese estasi di irreprensibile candore e indecifrabili attimi di riflessivo turbamento. 

L’Orchestra del Comunale ha offerto una prova maiuscola: la penetrante incisività degli archi, il calore dei legni, la robusta intonazione dei bravissimi ottoni e la veemenza ritmica delle percussioni hanno dimostrato il valore di una compagine a proprio agio sia con il tradizionale repertorio di una stagione sinfonica, sia con la musica contemporanea, risultando sempre credibile ed esibendo, a tratti, un suono di abissale bellezza.