Il cuore pulsante di Fortissimissimo

Il quartetto di percussioni Eidos a Firenze per il festival dei giovani talenti ideato da Andrea Lucchesini

ET

29 settembre 2026 • 2 minuti di lettura

Foto di Giulia Nuti
Foto di Giulia Nuti

Sala Grossi del Conservatorio "Cherubini", Firenze

Quartetto Eidos al festival Fortissimissimo

25/09/2026 - 25/09/2026

Il festival Fortissimissimo degli Amici della Musica di Firenze, che anche stavolta precede la stagione degli Amici che comincerà a ottobre, è una creatura di Andrea Lucchesini, noto pianista ma anche esperto docente, attualmente alla Scuola di Fiesole di cui è stato anche direttore artistico, ed è indubbiamente dotato di quell’intuito speciale che fa scoprire i talenti in erba.

Infatti a Fortissimissimo abbiamo visto passare giovani che poi si sono segnalati ai concorsi importanti e nelle stagioni di rilievo, come il violoncellista Ettore Pagano. Importante da sottolineare anche la formula dell’affidare il giudizio di gradimento sui programmi ascoltati ad una giuria composta da allievi di due licei fiorentini, il Galileo e l’Alberti-Dante, che per tutto il festival assistono alle prove e realizzano materiali, interviste e brevi filmati, il tutto nella prospettiva di lavorare ad un concetto diverso, più caldo e partecipato, del rapporto fra esecutori e pubblico.

Venerdì 25, nel concerto ospitato nella Sala Pietro Grossi (già Sala del Buonomore) del Conservatorio di Firenze, il quartetto Eidos (Giuliano Caposeno, Alessandro Morsuillo, Giuseppe Padalino, Simone Piacentini), formatisi presso il Conservatorio “Giordano” di Foggia, giovani ma già evidentemente esperti della situazione concerto, ha riempito il palco della Sala Grossi di un’imponente varietà di percussioni, che rispecchiava i diversi indirizzi e stili degli autori presentati (Steve Reich, Jerrilyn Patton più nota come Jlin, Carmen Fizzarotti, Giovanni Sollima, John Cage).

Ill battito secco e primordiale di certi strumenti, come i piccoli bonghi della tradizione africana nella prima parte di Drumming di Steve Reich, che apriva il concerto, poteva lasciare il posto ai suoni liquescenti e intonati delle marimbe, a suoni etnici e variamente evocativi, a tecniche peculiari di produzione del suono come il sollecitare le lamine con archetti di contrabbassi cavandone sonorità da canto delle Sirene, a paesaggi e racconti sonori.

Andando più in dettaglio sui pezzi che ci hanno colpito di più, abbiamo apprezzato in Reich un elemento noto della concezione di questo autore, e cioè come il continuum minimalista, qui affidato, come detto, ad una percussività primordiale, subiva le scosse sottili di quella delicata sfasatura che Reich chiama phasing e che conoscevamo da altri suoi pezzi, come Violin Phase; la turbinosità di Millennium bug (I movimento) di Giovanni Sollima; la strana magìa di Living Room Music di John Cage, in cui, con l’ausilio della rumoristica cageana, l’ambiente sonoro domestico, evocato da squilli, trilli, rombi e altri segnali, è come invasa da un apprendista stregone. Successo ottimo.