Suoni oltre il confine alla Biennale Teatro
Al festival curato da Willem Dafoe quattro spettacoli da Grecia, Indonesia e Pacifico riscoprono il teatro come rito sonoro, dove musica, voce e memoria precedono la parola
22 giugno 2026 • 6 minuti di lettura
Venezia, Teatro Verde & Teatro alle Tese
Biennale Teatro 2026
07/06/2026 - 21/06/2026Tracciare una linea di demarcazione chiara fra teatro, danza e musica è impresa sempre più ardua. E nonostante la Biennale di Venezia continui a tenere separate le tre discipline, dedicando a ciascuna un proprio festival, le invasioni di campo sono sempre più frequenti. Non sorprende dunque che nel cartellone della Biennale Teatro 2026, la seconda diretta da Willem Dafoe, fresco di rinnovo per le prossime due edizioni, compaiano numerosi spettacoli in cui la musica costituisce la vera matrice della rappresentazione. Una scelta del tutto coerente con il tema di questa edizione, Alter Native, pensato – come ha spiegato lo stesso Dafoe – sia come cambiamento della propria natura sia come apertura a culture altre. Un invito ad ascoltare e guardare il mondo da prospettive differenti, che trova alcune delle sue espressioni più convincenti nel greco Cries, nei due lavori della compagnia indonesiana Bumi Purnati e nello spettacolo visionario del samoano Lemi Ponifasio.
Un oratorio del dolore
Prodotto dal Festival Atene-Epidauro 2025, Cries arriva in prima italiana al Teatro Verde dell'Isola di San Giorgio, tornato luogo della musica dopo un lungo silenzio. La vasta cavea affacciata sulla laguna, con la sua architettura anni Cinquanta che rilegge il teatro classico, contribuisce in modo decisivo all'esperienza.
Cries dà voce alla sofferenza di chi ha conosciuto schiavitù, sradicamento e migrazione, intrecciando poesia e teatro antico e moderno: da Giorgos Seferis alle Troiane di Euripide, da Brecht a Manolis Anagnostakis, da Nikoforos Vrettakos fino a Warsan Shire. Testi raccolti da Taxiarchis Deligiannis e Vasilis Tsiouvaras che confluiscono nelle musiche originali di Alexandros Drakos Ktistakis, in scena con il suo ensemble, il baritono Georgios Iatrou e l'attore-regista Christos Stergioglou. Più che raccontare una storia, Cries costruisce un itinerario emotivo attraverso le molte forme dello sradicamento umano. I profughi delle guerre contemporanee si sovrappongono agli esuli della poesia greca moderna e ai vinti della tragedia antica, fino a fare della figura dell'esule un archetipo che attraversa epoche e civiltà.
La drammaturgia procede per montaggio di testi, canti e frammenti poetici provenienti da epoche e tradizioni diverse, in una struttura che assomiglia più a un oratorio contemporaneo che a uno spettacolo narrativo. Eschilo ed Euripide dialogano con Seferis, Brecht, Warsan Shire e Vrettakos, mentre canti popolari greci, italiani e afroamericani ampliano ulteriormente l'orizzonte dell'opera. Tra le molte voci che attraversano lo spettacolo emerge il lamento di Ecuba, emblema di tutte le madri private della casa, dei figli e del proprio mondo. Ma la forza di Cries sta soprattutto nella capacità di far dialogare tragedia antica, poesia moderna e tradizioni popolari all'interno di una memoria collettiva dello sradicamento.
La partitura di Ktistakis tiene insieme questo mosaico di testi e memorie. Il flauto e sax di Dimitris Tsakas, il basso di Giorgos Georgiadis, il pianoforte di Yiannis Papadopoulos e le percussioni dello stesso Ktistakis disegnano paesaggi sonori di ascendenza jazzistica che fungono da collante fra materiali letterari molto diversi. Non sempre il dialogo fra musica e parola appare perfettamente risolto e talvolta le traiettorie musicali sembrano procedere lungo percorsi autonomi. Resta tuttavia notevole la capacità dell’ensemble di costruire una dimensione sonora coerente e di sostenere la complessa architettura dello spettacolo. Iatrou offre una prova solida e versatile, mentre Stergioglou mette al servizio del progetto il suo carisma scenico. Il risultato è un autentico lavoro d'ensemble nel quale nessuno prevale sugli altri e dove musica, voce e parola convivono in un equilibrio raro.
Calorosa l'accoglienza del pubblico che affollava gran parte dei circa millecinquecento posti del Teatro Verde e ha salutato lo spettacolo con lunghi applausi.
Il suono della vita fra vulcani e maree
Se Cries guarda al Mediterraneo e alla genealogia universale dell'esilio, i due spettacoli della compagnia indonesiana Bumi Purnati presentati al Teatro alle Tese, nel cuore antico dell’Arsenale, conducono il pubblico nel cuore di una cultura nella quale teatro, musica, danza e rito sono da sempre inseparabili.
Under the Volcano prende avvio dal poema Lampung Karam di Muhammad Saleh, testimone della devastante eruzione del Krakatoa del 1883. Ma la catastrofe naturale diventa presto una memoria collettiva evocata attraverso corpo, canto e musica. In scena bastano otto scale di legno che si trasformano con sorprendente efficacia in montagne, villaggi e mercati, generando un universo di immagini in continua metamorfosi. La forza dello spettacolo risiede negli undici interpreti, attori, cantanti e danzatori di impressionante precisione tecnica. Alle loro spalle si avverte la tradizione del “randai”, forma teatrale del popolo Minangkabau nata dall'incontro fra racconto epico, musica, danza e pratiche derivate dall'arte marziale del “silat”, che il regista Yusril Katil rilegge attraverso lenti contemporanee. Ne nasce un'esperienza fortemente sensoriale, a tratti ipnotica, nella quale il racconto della devastante eruzione del vulcano Krakatoa attraverso danza e canto accompagnati dal tipico trio gamelan diventa una riflessione sulla capacità delle comunità di sopravvivere alle catastrofi e ricostruire la propria identità.
Ancora più radicale appare The Tale of the Boat con la regia di Sri Qadariatin, nel quale la dimensione narrativa arretra lasciando spazio a una meditazione musicale e visiva sul viaggio dell’esistenza. Ispirato al poema mistico Syair Perahu, lo spettacolo trasforma la barca in metafora della vita e del suo approdo finale, in un flusso di canti, gesti e immagini di grande delicatezza e suggestione. Le musiche su strumenti tradizionali eseguite da Iqbal Fahreza, Muazin e Zharif Hezarpili, come il canto e le danze non accompagnano l’azione: la generano. E il tempo della rappresentazione sembra sospendersi in una sorta di elegia che parla insieme della morte e della continuità della vita.
Cosmologia della scena
Con Star Returning – Venice il percorso immaginato da Dafoe si allarga ulteriormente. Il samoano Lemi Ponifasio, che firma regia, coreografia, scene, costumi e suono (mentre le preziose luci scure sono di Helen Todd), costruisce uno spettacolo di forte impatto visivo e sonoro ispirato alle tradizioni del popolo Yi della Cina sud-occidentale. Più che raccontare, Ponifasio evoca: voci ancestrali, gesti rallentati, immagini sospese e una scena che si fa progressivamente rito. L'impressione è quella di assistere a una cerimonia arcaica e insieme contemporanea, dove viene continuamente interrogata la relazione fra l’uomo, la natura e la tecnica, e le memorie ancestrali. I lancinanti canti tradizionali affidati alle voci femminili della Wucaiyunxia Company, un suono primigenio di fondo e la qualità quasi ipnotica del movimento generano un’affascinante esperienza immersiva che trascende i confini del teatro di parola e si colloca in uno spazio di frontiera fra musica, performance e ritualità.
Non è un approdo inatteso nel percorso del regista samoano, che già anni fa nel suo Prometheus alla Ruhrtriennale aveva costruito, sulla scarnificata musica di Carl Orff, un dispositivo scenico di forte impatto nella sua essenzialità arcaica, fondato su oscurità, percussività e sospensione del tempo teatrale, riducendo la scena a un campo rituale più che narrativo. Anche in Star Returning – Venice Ponifasio costruisce un universo scenico di grande potenza simbolica nell’essenzialità ieratica di gesti e movimenti e di luci che definiscono lo spazio. Il teatro sembra rinunciare quasi alla narrazione – solo nel sottofinale si apre a immagini che richiamano i disastri del nostro tempo presente, trasfigurandole subito in una visione che sfiora la trascendenza – per farsi esperienza percettiva, spazio dell’ascolto e della meditazione, dove voci e gesti precedono e sostituiscono la parola.
Oltre la scena, dentro il suono
Da angoli opposti del pianeta, Cries, i due lavori di Bumi Purnati e Star Returning sembrano rispondere alla stessa urgenza: riportare la scena a una matrice eminentemente sonora, precedente alla parola. In un caso, la scrittura musicale struttura i testi e li trasforma in materia timbrica; nell’altro, il gesto, il canto e la percussione coincidono in un unico dispositivo rituale; altrove, la rappresentazione si dissolve in una forma di contemplazione vocale e visiva.
È in questa prospettiva che Alter Native acquista una risonanza ulteriore: non soltanto confronto tra culture diverse, ma esplorazione di differenti forme di pensiero musicale del teatro. In tutti e tre i casi la scena si definisce come spazio acustico prima ancora che visivo, dove la memoria collettiva prende forma attraverso ritmo, voce e risonanza. Più che un dialogo tra estetiche teatrali, la Biennale di Dafoe mette così in relazione tre modi di concepire il suono come origine della rappresentazione: dalla tradizione mediterranea del lamento e dell’oratorio civile di Cries, alle pratiche performative del Sud-Est asiatico di Bumi Purnati, fino alla dimensione rituale e arcaizzante del teatro musicale di Ponifasio. Tre spettacoli lontanissimi per lingua, storia e geografia che finiscono così per incontrarsi nello stesso punto: là dove il teatro torna a farsi anzitutto ritmo, voce e suono.