La Fenice dopo il fuoco
Prodotto dal Teatro Stabile del Veneto Comeradovera di Stefano Fortin rievoca l'incendio della Fenice e interroga il significato della promessa pronunciata da Venezia nel 1996: ricostruire tutto “com’era, dov’era”
26 giugno 2026 • 4 minuti di lettura
Venezia, Teatro Goldoni
Comeradovera. Venezia è un rogo
24/06/2026 - 28/06/2026Ci sono parole che, nella storia di una città, diventano una promessa. Quando il 29 gennaio 1996 le fiamme divorarono il Teatro La Fenice, distruggendo uno dei luoghi simbolo della musica internazionale, Venezia reagì aggrappandosi a una formula che sembrava insieme una consolazione e un impegno civile: “com’era e dov’era”. Lo ripeterono le istituzioni, lo ribadì anche l’allora sindaco Massimo Cacciari, assicurando che la città avrebbe restituito ai veneziani e al mondo il loro teatro identico a se stesso, nella stessa posizione, con la stessa magnificenza. Quella promessa richiese più tempo del previsto, ma fu mantenuta: la Fenice riaprì nel dicembre 2003 e riprese progressivamente la sua piena attività artistica nel corso del 2004.
A trent’anni da quella notte, il Teatro Stabile del Veneto, in collaborazione con La Biennale di Venezia, torna su quella ferita con Comeradovera. Venezia è un rogo, testo inedito di Stefano Fortin scritto per gli allievi dell'Accademia Teatrale Carlo Goldoni del Teatro Stabile del Veneto. Dopo la prima nazionale alla Biennale Teatro di qualche giorno fa, lo spettacolo viene riproposto per alcune recite al Teatro Goldoni di Venezia, con attori e spettatori sul palcoscenico in una dimensione volutamente raccolta, prima di trasferirsi al Teatro Maddalene di Padova. La scelta appare particolarmente felice. Non è frequente che un teatro nazionale investa su una drammaturgia originale dedicata a una vicenda ancora così vicina alla memoria e alla sensibilità di una città. E Fortin e il regista Giorgio Sangati evitano sia la celebrazione sia la semplice ricostruzione documentaria, scegliendo invece la forma di una cronaca polifonica, affidata ai nove neodiplomati dell'Accademia Teatrale Carlo Goldoni – Chiara Antenucci, Laura Maria Babaian, Mosè Bächtold, Pietro Begnardi, Daniele Capitani, Greta Nola, Luca Passera, Margherita Russo e Margherita Scotti – tutti convincenti nel dare voce ai molteplici registri del racconto.
Al centro della vicenda ci sono i due elettricisti in subappalto, Carella Enrico e Marchetti Massimiliano, rispettivamente responsabile materiale e complice dell'incendio doloso appiccato nel tentativo di evitare le penali dovute ai ritardi nei lavori. Lo spettacolo segue la loro storia umana (miserie comprese) e giudiziaria, azzardando anche un parallelo con la coppia shakespeariana formata da Amleto e Orazio: un accostamento forse eccessivo, ma alleggerito da una salutare vena ironica che impedisce alla narrazione di appesantirsi e contribuisce a mantenere uno sguardo problematico sui personaggi.
Il titolo stesso contiene il cuore dell'operazione. A Venezia “com’era, dov’era” non è soltanto una formula urbanistica, ma quasi un principio esistenziale. Una città fragile e bellissima, sospesa tra la necessità di cambiare e il desiderio di restare fedele a sé stessa, sembra vivere costantemente dentro questa tensione. Lo spettacolo intercetta proprio questo nodo: davvero qualcosa può tornare com'era? O ogni ricostruzione porta inevitabilmente con sé una trasformazione?
A fare da contrappunto alla narrazione è la voce di Daniela Santi, diffusa da una cassa che attraversa lo spazio scenico quasi fosse una presenza viva. Figlia di due coristi della Fenice e violinista dell'Orchestra del teatro per quarant'anni, Santi incarna la memoria emotiva del disastro. Le sue parole ricordano come la perdita della Fenice non abbia riguardato soltanto un edificio, ma un luogo dell’anima, uno spazio in cui si era sedimentata la memoria musicale di una città e di un intero Paese.
Non è uno spettacolo musicale, Comeradovera. E tuttavia racconta uno dei luoghi più iconici della storia della musica italiana ed europea, un teatro la cui perdita fu avvertita ben oltre i confini veneziani. Per questo è forse questo l'aspetto più toccante dello spettacolo: il Teatro La Fenice non era soltanto un edificio, ma una macchina sonora: luogo di storiche prime di Rossini, Bellini e Verdi, spazio in cui la musica si era stratificata per quasi due secoli e, soprattutto, cuore pulsante di un'intera città. Per questo, il trauma di trent’anni fa superò i confini veneziani: l’incendio sembrò spegnere una voce e una memoria collettiva. E la ricostruzione “com'era e dov'era” rappresentò il tentativo, per molti versi impossibile eppure forse necessario, di ricucire una frattura nella storia musicale del Paese e restituire a Venezia uno dei simboli più profondi della propria identità.
Giorgio Sangati accompagna con misura questo percorso, evitando ogni enfasi e valorizzando il lavoro corale dei giovani interpreti, tutti convincenti nel dare voce ai diversi frammenti della vicenda. È una prova d’insieme matura e generosa, che conferma la qualità del lavoro svolto dall’Accademia Carlo Goldoni e la capacità del Teatro Stabile del Veneto di investire sulle nuove generazioni anche attraverso testi inediti e temi che interrogano direttamente la memoria collettiva.
E forse la domanda che Comeradovera lascia sospesa oltre il sipario è proprio questa: la Fenice è davvero tornata “com’era e dov’era”, oppure ogni rinascita, anche la più fedele, produce inevitabilmente qualcosa di nuovo? Una domanda che riguarda Venezia, ma anche la musica e il teatro, arti che vivono proprio perché cambiano, pur cercando ostinatamente di restare se stesse.