Suoni, rumori e macchine, l’avventura di Fluxus

Un concerto di Tempo Reale per “Maggio Elettrico” con lavori di Giuseppe Chiari, Yoko Ono, Toshi Ichiyanagi e John Cage

ET

23 giugno 2026 • 4 minuti di lettura

(Foto: Simone Petracchi The Factory prd)
(Foto: Simone Petracchi The Factory prd)

Sala Orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Firenze

Fluxus TREE, Tempo Reale per Maggio Elettrico

20/06/2026 - 20/06/2026

Anche per quest’edizione n.88 del festival del Maggio Musicale Fiorentino, il progetto “Maggio Elettrico” affidato a Tempo Reale di Francesco Giomi & C. ha proposto un programma concentrato, coerente e molto affascinante, Fluxus Tree, che prendeva spunto dal centenario della nascita del pittore e compositore Giuseppe Chiari (Firenze 1926 – 2007) per indagare e riproporre alla nostra attenzione il mondo variegato di Fluxus di cui Chiari fu esponente: una rete internazionale e interdisciplinare di artisti il cui nome fu coniato all’inizio degli anni Sessanta dall’architetto lituano naturalizzato statunitense George Maciunas. Nel presentare il concerto, Giulia Sarno, etnomusicologa dell’Universita di Firenze, nonché autrice di un libro sulla storia e gli archivi di Tempo Reale (Una storia di Tempo Reale. Carte e memorie intorno a un’esperienza fiorentina di ricerca musicale 1987-2022, Roma, Squilibri, 2023), ha illustrato il contesto della nascita e della ramificazione di Fluxus: artisti accomunati dalla contestazione dell’arte intesa come tecnicismo di setta e conseguente separazione fra creatori “autorizzati” e no, dall’esaltazione della libertà performativa di gesti apparentemente gratuiti, dalla creazione di una comunità interagente nel momento unico della creazione. E poi, aggiungiamo per segnalare i parallelismi con tante altre esperienze di quegli anni, capacità di farsi abitare e attraversare da quanto ci sta intorno con la sua materialità e sonorità, radicale oltrepassamento della soglia fra suono e rumore, sviluppando azioni che andavano dalla contestazione radicale dell’arte contemporanea “ufficiale” agli happening sonori in appartamenti (come quelli organizzati a New York da Yoko Ono e La Monte Young), studi di artisti e altri luoghi non convenzionali; e, come sembra inevitabile, costellando la propria storia sia di contatti e tangenze (come quella con John Cage) che di fratture e sconfessioni.

Questa vicenda è stata restituita da Tempo Reale Electroacustic Ensemble (Monica Benvenuti voce e oggetti, Milena Punzi violoncello e live electronics, Francesco Canavese chitarra elettrica, Simone Faraci live electronics, pianoforte, oggetti, Francesco Giomi radio, live electronics, pianoforte, oggetti, Giovanni Magaglio e Francesco Vogli, tecnica) in un unico, appunto, flusso, della durata di un’ora circa, che nell’ambiente quanto mai idoneo della Sala Orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ci immergeva in questo mondo, creando un continuum sonoro in cui il suono propriamente detto, con tutte le svisature che possono derivarne dalla manipolazione elettronica in tempo reale, si mescolava alla rumoristica di radio fuori sintonia, piccoli elettrodomestici, sirene, giocattoli parlanti e altre possibili fonti, in escursioni dinamiche e timbriche variatissime ma, diremmo, dominate nel complesso da una sottile eleganza immersiva. Un flusso che si apriva con la gestualità e l’invito all’azione, singola, oppure collettiva e pertanto creatrice di una comunità, dei pezzi di Giuseppe Chiari (Suonare la stanza, 1968, Quel che volete, 1964) e Yoko Ono (Wood Pièce, versione per una comunità, 1963) in cui gli spazi e gli oggetti emergono come protagonisti invitando a sperimentare i suoni-rumori scaturenti dal “suonare” percuotendo i vari materiali di una stanza (in questo caso le superfici lignee, metalliche e altro della sala, o gli oggetti lignei forniti al pubblico), messi in contrasto però con Sapporo (1962) di Toshi Ichiyanagi, un pezzo che in questa esecuzione ci è sembrato molto bello, e in cui dalla stessa estetica generale di Fluxus, in particolare dal rilievo dato all’aspetto materico del suono, scaturisce un risultato diverso, una sorta di lirismo magico o che almeno è parso tale in questa esecuzione.

Poi, alla fine di questo percorso, c’era Variations VI per ensemble (1966) di John Cage, che, benché non sia un esponente di Fluxus in senso stretto, è comunque fondativo per qualsiasi esperienza che voglia ridefinire il rapporto fra progetto e esecuzione, pensiero e azione, definito e indefinito, ciò che è “fuori” e ciò che è “dentro”; e, come sempre quando è messo in mano a esecutori competenti, John Cage risulta provocante e anche divertente, com’è certo il vedere gli esecutori alle prese con quanto di udibile scaturisce, per esempio, da una frusta per montare la panna, ma anche dalla gola della housewife da pubblicità anni ‘60 (Monica Benvenuti) che la usa… . Non per la prima volta, pensando a quanto circonda, accarezza o aggredisce violentemente (com’è avvenuto alla fine di questo pezzo) le nostre orecchie, veniva fatto di riflettere sulla filosofia dell’ascolto di Cage, sul fatto che tutto è ascoltabile, e chiede la nostra attenzione, in qualche modo pacificandoci con quell’orizzonte sonoro di trilli, ronzii, macchinari rumoreggianti, segnali, sirene, allarmi, che ci circonda.