Il canto spezzato di un popolo-bambino

La potente reinvenzione del Nabucco verdiano nella nuova produzione di Lenz Fondazione proposta per il Festival Verdi

AR

18 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Niccolo' Morelli)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Niccolo' Morelli)

Parma, Complesso monumentale della Pilotta, Galleria Petitot

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato

12/10/2026 - 15/10/2026

Presentato in prima assoluta nei giorni scorsi e commissionato dal Festival Verdi per la sezione Ramificazioni, Nabucco_Canto del Mondo Mutilato di Lenz Fondazione propone una rilettura – o, meglio, una reinvenzione – dell’opera verdiana attraverso un allestimento site-specific concepito per alcuni spazi del Complesso della Pilotta. Il progetto assume il Nabucco come punto di partenza per una riflessione sui rapporti tra guerra, esilio e memoria (e, se vogliamo, futuro). La scelta di intervenire in uno spazio architettonico la cui stratificata natura monumentale conserva ancora oggi le ferite dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, trasferisce il nucleo drammaturgico del lavoro in un luogo in cui il patrimonio culturale – vale a dire, l’identità di una comunità e di una società civile – e la sua vulnerabilità diventano parte integrante della proposta scenica.

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Niccolo' Morelli)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Niccolo' Morelli)

L’operazione non mira naturalmente a riprodurre il modello dell’opera verdiana, ma lo sottopone a una trasformazione linguistica e concettuale. Il libretto di Temistocle Solera viene messo in relazione con versi di Salvatore Quasimodo e Friedrich Hölderlin, secondo una drammaturgia che accosta materiali poetici differenti e li riconduce a una comune esperienza di frattura. Guerra, deportazione, perdita della patria e bisogno di ricordare costituiscono i principali tracciati tematici di questo percorso. Il titolo stesso, rimandando a un “mondo mutilato”, orienta la lettura verso una condizione storica e umana segnata dal trauma, nella quale la memoria non appare come semplice conservazione del passato, ma come necessaria e costante rilettura del presente.

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)

Il rapporto con Nabucco si concentra sulla funzione del coro “Va, pensiero”. Il celebre brano non viene assunto come scontato emblema di un’ideale identità dai rimandi risorgimentali (o, peggio, nazionali), ma come materiale la cui immediata riconoscibilità viene sbriciolata e ricomposta alla luce dei concetti di esilio e di perdita, declinati in ottica contemporanea. Affidato a ventisette voci bianche del Teatro Regio di Parma – ben preparate da Elena Scamuzzi – il brano si frantuma, acquisendo una funzione legata alla memoria e a una sorta di esistenza-resistenza senza speranza. La presenza di un coro di bambine e bambini introduce la dimensione di un’infanzia che non restituisce – come di solito avviene, anche ipocritamente – una rappresentazione tenera e rassicurante: il canto si colloca piuttosto all’interno di un paesaggio segnato da una immanente e disarmata fragilità.

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)

La Galleria Petitot – con le sue pareti-librerie dense di tomi che testimoniano il sapere, il passato, nonché la storia plasmata dalle azioni e dalle responsabilità del mondo adulto – viene trasformata in una sorta di tunnel della memoria articolato in dodici quadri. La scansione sembra rispondere a una costruzione per nuclei visivi e drammaturgici, nella quale ogni momento contribuisce alla composizione di una geografia della perdita. In questa prospettiva assumono valore simbolico gli spazi della Pilotta segnati dai bombardamenti del 1944. Il riferimento alla storia materiale del complesso monumentale lega la vicenda di Nabucco a una memoria circoscritta e concreta, sottraendo il tema del conflitto, dell’esilio – e, soprattutto, della perdita di una prospettiva futura per le giovani generazioni – a una dimensione esclusivamente astratta.

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Niccolo' Morelli)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Niccolo' Morelli)

Lo spazio storico diventa così elemento attivo di un percorso drammaturgico che ha condotto lo spettatore dall’imponente scalone a forbice, primo esempio in Italia sul modello della escalera imperial del Monastero Reale di San Lorenzo del Escorial in Spagna (luogo che evoca un’altra opera verdiana come Don Carlo) – al soffitto dipinto a cassettoni e rosoni a chiaroscuro e alle pareti rivestite dagli scaffali di noce disegnati dall’architetto Ennemond Alexandre Petitot. La Pilotta appare così come luogo da custodire e come testimonianza di una distruzione avvenuta e che potrebbe ripetersi. In quest’ottica, questo lavoro mette in relazione la fragilità dell’infanzia e quella del monumento-patrimonio storico-artistico: due forme diverse di esposizione alla violenza delle guerre, accomunate dalla necessità di una cura e di una trasmissione della memoria.

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)

Accanto al coro, la presenza performativa individuale delle brave Valentina Barbarini e Agata Pelosi concorre alla costruzione di una drammaturgia che non si affida esclusivamente all’identità plurale. Il rapporto tra le due figure singole e il coro introduce una dialettica tra esperienza personale e memoria condivisa, tra il singolo corpo più o meno esposto e una collettività che può rivelarsi comunità (con un’identità condivisa, attiva e consapevole) oppure gregge (con una fede ottusa in una guida/capo). In questo dispositivo rientra anche la distesa di orsetti di peluche, oggetti associati all’infanzia che, inseriti in un contesto che evoca conflitti e fragilità, assumono la funzione ambivalente di un esercito di sagome inermi, come distese di soltati – ma anche dei bambini che ne prendono il posto – copri abbattuti, mutilati e abbandonati sul campo di battaglia.

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)

Un panorama, questo, che può anche riflettere idealmente il nostro mondo quotidiano, sempre più animato da una crescente varietà di forme di violenza che vengono sistematicamente diffuse, rappresentate, condivise e, per certi aspetti, addirittura giustificate, in una sorta di generalizzata e dilagante apatia di coscienza e di valori. Un dato che investe anche i bambini, le giovani generazioni – il futuro, insomma – quando li vediamo rincorrersi tra la distesa di peluche-cadaveri e urlarsi in faccia frammenti di un canto che da lamento/preghiera di un popolo afflitto si trasforma in gesto violento, arma vocale di aggressione e sopraffazione. Di fronte a queste scene pare emergere una domanda: dove avranno imparato questi bambini a decontestualizzare, travisare, violentare e disumanizzare in questo modo l’arte, se non da noi adulti?

Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)
Nabucco_Canto del Mondo Mutilato (foto Roberto Ricci)

Un lavoro, questo Nabucco_Canto del Mondo Mutilato, che aggiunge un’altra tappa al dialogo di Lenz con l’opera di Verdi, iniziato dal 2014 con le traduzioni teatrali contemporanee elaborate per diverse edizioni del Festival Verdi (Verdi Re Lear_L’opera che non c’è, Autodafé dal Don Carlos, Paradiso_Un Pezzo Sacro, Verdi Macbeth, Apocalisse Requiem, Disdemona_Cattiva Stella) e che finisce per interrogarci come individui e come collettività – come, in fondo, dovrebbe fare il teatro e l’arte in generale – grazie dall’ispirata e originale visione creativa di Francesco Pititto (drammaturgia e imagoturgia) e di Maria Federica Maestri (composizione, installazione e involucri), qui coadiuvata dall’intelligente consulenza musicale di Adriano Engelbrecht. Una rappresentazione potente, insomma, salutata in occasione della “prima” dai lunghi applausi di un pubblico numeroso e partecipe.