Due diverse preghiere in musica chiudono il Festival Verdi 2026

Da Mantra di Stockhausen con Longobardi e Rebaudengo, anche nel programma del Reggio Parma Festival, alla Messa da Requiem diretta da Rustioni

AR

24 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura

Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

Parma, Auditorium del Carmine – Teatro Regio

Mantra – Messa da Requiem

22/10/2026 - 23/10/2026

Un ideale filo conduttore – spirituale ma anche laico e distante quanto si vuole, comunque animato da un umano anelito alla meditazione e al trascendente – ha legato i due appuntamenti che hanno chiuso il programma del Festival Verdi 2026: Mantra (1970) di Karlheinz Stockhausen e la Messa da Requiem (1874) di Verdi. Due pagine distanti poco più di un secolo e che rivelano plasticamente quando l’arte musicale abbia percorso, in quel lasso di tempo, distanze siderali.

Mantra (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Mantra (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

Mantra

Mantra, collocato anche nel cartellone del Reggio Parma Festival e affidato a Ciro Longobardi e Andrea Rebaudengo – rispettivamente seduti al Bösendorfer e allo Steinway che si fronteggiavano sul palco dell’Auditorium del Carmine del Conservatorio "Arrigo Boito" – ha chiuso la sezione orientata al panorama contemporaneo Ramificazioni. Evitando ogni orientalismo descrittivo, l’opera, concepita da Stockhausen nel 1970 dopo un’intuizione avuta in Giappone, assume dal pensiero indiano l’idea di una formula generatrice. Le tredici note del “mantra” – in generale, una formula sonora, sillaba, parola o frase ripetuta ritmicamente durante la meditazione o la preghiera – associate ad altrettanti caratteri esecutivi, governano i tredici cicli: ripetizioni, tremoli, accordi, staccati, trilli e arpeggi sono le diverse condizioni attraverso cui il medesimo materiale viene osservato.

Mantra (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Mantra (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

Longobardi e Rebaudengo, entrambi al debutto al Festival Verdi, hanno affrontato questa architettura sonora privilegiando elementi quali la precisione degli attacchi, la leggibilità delle sovrapposizioni dialogiche e la coerenza delle trasformazioni strutturali. Il rapporto speculare tra i pianoforti è emerso con chiarezza, così come la funzione dei cimbali antichi nel passaggio tra i cicli.

Mantra (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Mantra (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

Determinante è stato il lavoro di Walter Prati e Massimo Mariani (MMT Creative Lab), responsabili dell’elettronica e della regia del suono. La modulazione ad anello, ricostruita secondo il sistema concepito dallo stesso Stockhausen, ha interagito con i due pianoforti modificandone progressivamente lo spettro timbrico-espressivo, facendo affiorare ora risonanze metalliche e sonorità di campana, ora passaggi dalla consonanza all’asprezza materica, il tutto innestato in una ideale coerenza rispetto alla distanza dalla nota fondante di ciascun ciclo. Un fluire musicale capace di restituire con efficacia l’essenza di uno dei lavori più interessanti del compositore tedesco, salutato dagli applausi dell’attento pubblico presente rivolti a tutti gli artisti impegnati.

Messa da Requiem

La sera successiva, al Teatro Regio di Parma, l’ormai tradizionale appuntamento con la Messa da Requiem del maestro di Busseto ha riportato il Festival Verdi al suo nucleo storico. Daniele Rustioni, sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio – come sempre ben preparato da Martino Faggiani – ha adottato nei confronti dell’edizione critica curata da David Rosen una lettura fondata su una sorta di contrasto analitico. Significative in questo senso sono apparse le riprese del celeberrimo “Dies irae”, restituito non come puro effetto sonoro ma quale forza destabilizzante capace di spezzare ogni anelito consolatorio. Un carattere che nei passaggi più emotivamente riflessivi – come, per esempio, nel “Lacrimosa” – hanno lasciato spazio ad un passo estremamente controllato, fino a risultare a tratti eccessivamente dilatato ed espressivamente diluito.

Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

Nel complesso l’orchestra ha risposto con solida compattezza, soprattutto nelle transizioni fra le sezioni che compongono questa pagina e nei repentini mutamenti dinamici. Il Coro del Teatro Regio ha confermato in questa occasione disciplina negli attacchi e chiarezza della dizione, qualità decisive in una composizione nella quale la massa collettiva deve alternare rimandi alla violenta (e laica) ineluttabilità della morte, supplica di salvezza e timore della (presunta) divina giustizia.

Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

Il quartetto vocale ha visto la bella voce di soprano di Eleonora Buratto affrontare le frasi più esposte con sorvegliata ed efficace ampiezza di emissione e attenzione alla parola, mentre il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk ha restituito la sua parte con tratteggio interpretativo pregnante, sostenuto da una presenza vocale incisiva e a tratti forse oltremodo drammatizzata. Saimir Pirgu ha restituito i suoi interventi con una partecipazione nella quale la sua voce di tenore è emersa per contrasti a tratti eccessivamente esposti, mentre il basso Roberto Tagliavini ha plasmato il suo ruolo con bella profondità di timbro ed efficace equilibrio espressivo.

Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)
Messa da Requiem (foto Roberto Ricci – Festival Verdi 2026)

A fine serata gli applausi del folto e variegato pubblico che riempiva la sala del teatro Regio di Parma hanno salutato a lungo e con calore tutti gli artisti impegnati, chiudendo di fatto e nel migliore dei modi quell’esplorazione di “Mondi lontani” che è stata al centro di questo XXVI Festival Verdi.