Due diverse preghiere in musica chiudono il Festival Verdi 2026
Da Mantra di Stockhausen con Longobardi e Rebaudengo, anche nel programma del Reggio Parma Festival, alla Messa da Requiem diretta da Rustioni
24 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura
Parma, Auditorium del Carmine – Teatro Regio
Mantra – Messa da Requiem
22/10/2026 - 23/10/2026Un ideale filo conduttore – spirituale ma anche laico e distante quanto si vuole, comunque animato da un umano anelito alla meditazione e al trascendente – ha legato i due appuntamenti che hanno chiuso il programma del Festival Verdi 2026: Mantra (1970) di Karlheinz Stockhausen e la Messa da Requiem (1874) di Verdi. Due pagine distanti poco più di un secolo e che rivelano plasticamente quando l’arte musicale abbia percorso, in quel lasso di tempo, distanze siderali.
Mantra
- Alzira e Aida, così lontane così vicine
- L’essenza di Nabucco
- Il canto spezzato di un popolo-bambino
- Zenobia, una regina tra guerre e migrazioni
Mantra, collocato anche nel cartellone del Reggio Parma Festival e affidato a Ciro Longobardi e Andrea Rebaudengo – rispettivamente seduti al Bösendorfer e allo Steinway che si fronteggiavano sul palco dell’Auditorium del Carmine del Conservatorio "Arrigo Boito" – ha chiuso la sezione orientata al panorama contemporaneo Ramificazioni. Evitando ogni orientalismo descrittivo, l’opera, concepita da Stockhausen nel 1970 dopo un’intuizione avuta in Giappone, assume dal pensiero indiano l’idea di una formula generatrice. Le tredici note del “mantra” – in generale, una formula sonora, sillaba, parola o frase ripetuta ritmicamente durante la meditazione o la preghiera – associate ad altrettanti caratteri esecutivi, governano i tredici cicli: ripetizioni, tremoli, accordi, staccati, trilli e arpeggi sono le diverse condizioni attraverso cui il medesimo materiale viene osservato.
Longobardi e Rebaudengo, entrambi al debutto al Festival Verdi, hanno affrontato questa architettura sonora privilegiando elementi quali la precisione degli attacchi, la leggibilità delle sovrapposizioni dialogiche e la coerenza delle trasformazioni strutturali. Il rapporto speculare tra i pianoforti è emerso con chiarezza, così come la funzione dei cimbali antichi nel passaggio tra i cicli.
Determinante è stato il lavoro di Walter Prati e Massimo Mariani (MMT Creative Lab), responsabili dell’elettronica e della regia del suono. La modulazione ad anello, ricostruita secondo il sistema concepito dallo stesso Stockhausen, ha interagito con i due pianoforti modificandone progressivamente lo spettro timbrico-espressivo, facendo affiorare ora risonanze metalliche e sonorità di campana, ora passaggi dalla consonanza all’asprezza materica, il tutto innestato in una ideale coerenza rispetto alla distanza dalla nota fondante di ciascun ciclo. Un fluire musicale capace di restituire con efficacia l’essenza di uno dei lavori più interessanti del compositore tedesco, salutato dagli applausi dell’attento pubblico presente rivolti a tutti gli artisti impegnati.
Messa da Requiem
La sera successiva, al Teatro Regio di Parma, l’ormai tradizionale appuntamento con la Messa da Requiem del maestro di Busseto ha riportato il Festival Verdi al suo nucleo storico. Daniele Rustioni, sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio – come sempre ben preparato da Martino Faggiani – ha adottato nei confronti dell’edizione critica curata da David Rosen una lettura fondata su una sorta di contrasto analitico. Significative in questo senso sono apparse le riprese del celeberrimo “Dies irae”, restituito non come puro effetto sonoro ma quale forza destabilizzante capace di spezzare ogni anelito consolatorio. Un carattere che nei passaggi più emotivamente riflessivi – come, per esempio, nel “Lacrimosa” – hanno lasciato spazio ad un passo estremamente controllato, fino a risultare a tratti eccessivamente dilatato ed espressivamente diluito.
Nel complesso l’orchestra ha risposto con solida compattezza, soprattutto nelle transizioni fra le sezioni che compongono questa pagina e nei repentini mutamenti dinamici. Il Coro del Teatro Regio ha confermato in questa occasione disciplina negli attacchi e chiarezza della dizione, qualità decisive in una composizione nella quale la massa collettiva deve alternare rimandi alla violenta (e laica) ineluttabilità della morte, supplica di salvezza e timore della (presunta) divina giustizia.
Il quartetto vocale ha visto la bella voce di soprano di Eleonora Buratto affrontare le frasi più esposte con sorvegliata ed efficace ampiezza di emissione e attenzione alla parola, mentre il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk ha restituito la sua parte con tratteggio interpretativo pregnante, sostenuto da una presenza vocale incisiva e a tratti forse oltremodo drammatizzata. Saimir Pirgu ha restituito i suoi interventi con una partecipazione nella quale la sua voce di tenore è emersa per contrasti a tratti eccessivamente esposti, mentre il basso Roberto Tagliavini ha plasmato il suo ruolo con bella profondità di timbro ed efficace equilibrio espressivo.
A fine serata gli applausi del folto e variegato pubblico che riempiva la sala del teatro Regio di Parma hanno salutato a lungo e con calore tutti gli artisti impegnati, chiudendo di fatto e nel migliore dei modi quell’esplorazione di “Mondi lontani” che è stata al centro di questo XXVI Festival Verdi.