Francesca Dego e Diego Ceretta, che bell’apertura per l’Orchestra della Toscana

Con Brahms, Campogrande e Cajkovskij un’inaugurazione trascinante per la stagione 2026/2027 del complesso regionale toscano

ET

23 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

Francesca Dego, Diego Ceretta (Foto Eugenia Cesari)
Francesca Dego, Diego Ceretta (Foto Eugenia Cesari)

Teatro Verdi, Firenze

Inaugurazione della stagione '26 - '27 dell'Orchestra della Toscana

22/10/2026 - 22/10/2026

Nata quasi mezzo secolo fa con l’impronta della direzione artistica di Luciano Berio, l’Orchestra della Toscana, nei decenni caratterizzati dalle direzioni artistiche di Berio e poi Aldo Bennici e Giorgio Battistelli, svolgeva, anche per la sua taglia di orchestra sinfonica piccola, o orchestra da camera grande che dir si voglia, un repertorio costruito prevalentemente sul primo stile classico, su scavi curiosi nel Novecento storico, su qualche avventura nel contemporaneo. Più recentemente e come già più volte riferito sul GdM, nelle ultime stagioni, con la direzione artistica di Daniele Spini, l’Ort ha rimodulato il suo repertorio verso la grande musica romantica e tardoromantica, seguendo le inclinazioni e i progetti del suo giovane direttore principale Diego Ceretta, oramai al secondo anno del suo secondo mandato in questo ruolo.

Questa evoluzione è anche il diario di una crescita, la crescita direttoriale di Ceretta che non ci è mai parsa così evidente come in questo concerto inaugurale della stagione ‘26 /27, e diremmo che viene seguita con entusiasmo e profondo affetto nei suoi confronti dal pubblico del Teatro Verdi a Firenze, la sede fiorentina dell’Orchestra della Toscana, un pubblico significativamente incrementato dalla provincia con il progetto”Le vie della musica” che trasporta qui parecchi aficionados non fiorentini.  Erano in programma il concerto per violino di Brahms, solista Francesca Dego, un pezzo nuovo di Nicola Campogrande di cui meglio diremo, e la Patetica di Cajkovskij.

Forse a chi ha una lunga pratica d’ascolto può sembrare che fare la Patetica di Cajkovskij con file di archi così corte - per dare un’idea, dieci violini primi e tre contrabbassi -  tolga qualcosa in termini di pienezza al sound sinfonico. D’altra parte oggi sono tanti gli esempi di questa, per dir così, concentrazione dei ranghi (ad esempio le formazioni nate nella musica antica e poi transitate su repertori posteriori, come l’orchestra di Gardiner), che impone anche a chi dirige una gradazione diversa di tante cose, per esempio nella scelta degli andamenti e nel rapporto fra i volumi di archi e fiati, e dunque una lettura che può risultare nuova e attraente – in questo caso lo è stata - e in cui comunque, almeno stando a questo bel concerto inaugurale, le cose che contano di sicuro non vengono a mancare.

Anche la scelta del solista proponeva qualcosa di differente, con Francesca Dego nel concerto per violino di Brahms, all’insegna del suo suono e del suo fraseggio così particolari e che, rispetto ai tanti ascolti che ricordiamo di questo capolavoro, spicca per l’originalità di quella che ci è sembrata l’assenza di un’espressione romantica più facile, più espansiva e suadente, a vantaggio di qualcosa di più nettamente profilato, ma certo non privo di fascino: ad esempio, in particolare nel primo tempo, il modo veramente singolare in cui agganciava con il suo vibrato così serrato l’acme di frasi e idee di carattere lirico e sognante, anche in contrasto con il tumulto dell’orchestra; e poi la grinta e l’affondo dei suoi bicordi, importanti per la gioiosa aggressività del terzo movimento con il suo stile “all’ungherese”.

Ha avuto tantissimi applausi, veramente tanti, e quando ha imbracciato di nuovo il suo violino non era per fuori programma, era Io cammino muovendo le dita per violino solo (2025, questa era la prima esecuzione italiana) di Nicola Campogrande, che fa parte di “Piume nel tempo”, una collana di lavori per violino solo commissionati da Francesca Dego a compositori contemporanei, che traggono ispirazione dalle poesie del padre Giuliano Dego: in questo caso, il poeta risponde a qualcuno che gli chiede perché cammini muovendo le dita, “Conto sillabe, amico, che pago con la vita”, esprimendo incisivamente e con semplicità il millenario tormento metrico dei poeti, e ne è nato un pezzo virtuosistico, gradevolissimo, un po’ alla Ysaye.

Chiudeva il programma, come detto, una Patetica di Cajkovskij che ci ha conquistato.  Qui come in Brahms Ceretta dava grande risalto al gioco polifonico fra archi e fiati, per così dire alle stratificazioni che rendono così nutrite queste scritture, e si faceva seguire dall’orchestra con una fedeltà e condivisione assoluta nell’ardore dei fraseggi. Ricordiamo almeno la scansione così elastica, con una distribuzione di accenti così sciolta e convincente, della misura “irregolare” in cinque quarti del secondo movimento, l’Allegro con grazia; il carattere estremamente agile, brioso, vibrante, del terzo movimento, l’Allegro molto vivace; e poi, alla fine, l’intensità con cui Ceretta e la sua orchestra abbiano espresso nel finale il culmine tragico di questa sinfonia e il suo spegnersi, realizzati in modo davvero eccellente. Successo ottimo, caldo e prolungato in un Teatro Verdi pienissimo.