Beethoven e Cherubini, vite parallele
Diego Ceretta sul podio dell’Orchestra della Toscana per il terzo concerto pianistico beethoveniano con Martina Consonni solista e per la sinfonia di Cherubini del 1815
12 marzo 2026 • 3 minuti di lettura
Firenze, Teatro Verdi
Diego Ceretta, Orchestra della Toscana, Martina Consonni
11/03/2026 - 11/03/2026Il giovane direttore principale dell’Orchestra della Toscana Diego Ceretta, oramai beniamino del pubblico del Teatro Verdi dove l’orchestra ha sede, ha realizzato in questo programma un accostamento quanto mai stimolante fra Beethoven e il compositore che notoriamente egli considerava secondo solo a se stesso, accostando il terzo concerto pianistico beethoveniano all’unica sinfonia del compositore fiorentino, commissionata dalla Royal Philharmonic Society di Londra ed eseguita nella primavera del 1815 (poi rivista da Cherubini come quartetto, e riscoperta nella sua versione originale solo nel XX secolo), che costituiva la seconda parte del programma. Un accostamento azzeccato fra due autori di cui il più anziano, Cherubini, nato a Firenze dieci anni prima di Beethoven, già nel 1791 firma con l’ouverture della Lodoiska una pagina che ha già un piglio eroico ed energico pre-beethoveniano, e fissa in quella stessa opera il modello operistico che sarà poi quello del Fidelio; e due lavori che si pretendono almeno in parte “mancati”, perché se il terzo concerto pianistico, considerato da Beethoven come una svolta rispetto al modello mozartiano, si fa notare per un’urgenza espressiva più marcata e volitiva, che spesso però è stata giudicata non all’altezza delle sue ambizioni sul piano formale, allo stesso modo la sinfonia di Cherubini ha sofferto del pregiudizio derivante dal confronto col modello sinfonico principe della sinfonia dello Stile Classico, quello austrotedesco. Però gli ascoltatori di oggi sono forse oramai oltre questi tradizionali schemi, e più capaci di cogliere le opere nella loro individualità, in ciò che ne costituisce l’essenza più profonda e non necessariamente come parte di uno schema evolutivo in riferimento a un modello.
Ottima nel Terzo beethoveniano la giovane pianista Martina Consonni, peraltro già pienamente affermata nelle principali sale europee, che congiunge una luminosità di tecnica, una giusto dosaggio dell’articolazione, una sonorità piena e lucente, ad una spontanea e sorgiva eloquenza d’espressione, che si commisurava bene tanto con il carattere dell’impetuoso e sanguigno Allegro con Brio iniziale che con il raccolto incanto del secondo movimento. E’ molto piaciuta al pubblico del Verdi che l’ha applaudita a lungo ed è stato ripagato dal fuori programma, il Rondò Capriccioso di Mendelssohn.
Era poi la volta di Cherubini. Dobbiamo dire che la revisione complessiva del giudizio musicologico corrente fino a qualche decennio fa, e le più numerose, anche se pur sempre centellinate, esecuzioni, per merito in gran parte di Riccardo Muti ma non solo (per fare solo un esempio la Medea ha aperto la stagione in corso del San Carlo di Napoli), tutto questo ha portato finalmente a vedere in questo compositore un episodio di formulazione autonoma degli schemi e delle gerarchie dello stile classico, non una sua malcerta applicazione ma uno sviluppo originale; e, in quell’attenzione all’individualità dell’opera e dell’autore di cui si diceva, ciò che a suo tempo Giulio Confalonieri definiva la “materia musicale strana e insolita” di Cherubini, che effettivamente è tale, non ci sorprende più come un difetto, ma come un’espressione, appunto, originale, con il suo portare in direzioni inattese sul piano dell’invenzione tematica, dell’armonia e della costruzione, con scelte formali peculiari (come il Largo introduttivo del primo movimento, che sembra non aver niente a che vedere con le introduzioni lente dei primi movimenti di Haydn e Beethoven), e con una strumentazione fatta di addensamenti e rarefazioni che ha una marcatura tutta sua. Ceretta è stato molto bravo a sottolineare questa individualità, in particolare, a giudizio di chi scrive, nei due movimenti centrali, il Larghetto cantabile e il Minuetto (che però con il suo vigore sarebbe da definire piuttosto come uno Scherzo alla Beethoven), e a coglierne la peculiarità: quel che di saturnino che rende più problematica la cantabilità, e nel Minuetto la vigorosa originalità metrica e il geniale Trio centrale con il suo carattere che è sì popolaresco, ma in un senso più riflesso rispetto alle equivalenti situazioni in Haydn e Beethoven. Ottimo e prolungato successo.