L'afrosurrealismo di Aja Monet
Aja Monet si conferma come la più promettente esponente della tradizione spoken word statunitense
12 giugno 2026 • 4 minuti di lettura
Aja Monet
The Color of Rain
«Aja Monet è una poetessa blues surrealista nel campo delle verità che causano la pelle d'oca e sensazioni viscerali. Le sue poesie sono armolodiche, vulnerabili e ribelli. Lei segue le orme della tradizione dei poeti organizzati in movimenti sociali per il cambiamento» – questa la sua breve presentazione su Bandcamp.
In un'intervista apparsa un paio di mesi fa su The Guardian, Monet approfondisce il concetto: «Da molti anni mi definisco una poetessa blues surrealista (...) The Color of Rain è stato pesantemente influenzato dalle mie letture su come il surrealismo sia stato un vero espediente intenzionale usato dagli artisti in risposta all'ascesa del fascismo».
E ancora: « Gli africani sono surreali, il modo in cui ci muoviamo attraverso il mondo è attraverso lenti surrealiste. Abbiamo sempre dovuto combattere contro le cose più assurde: cosa c'è di più assurdo del razzismo e del sessismo?”.
Tre anni dopo l'eccellente e acclamato debutto When the Poems Do What They Do, Aja Monet torna a far tremare le nostre certezze. Il suo secondo album, The Color of Rain, non è una semplice raccolta di poesie recitate su basi musicali: è un'opera densa, ipnotica e dolorosamente urgente che fonde lo spoken word con il jazz spirituale, il neo-soul e l'attivismo politico.
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Sotto la sapiente direzione musicale di Meshell Ndegeocello, che guida una band stellare (con musicisti del calibro di Ambrose Akinmusire e Josh Johnson), l'album si muove in maniera fluida tra la catarsi emotiva e la critica sociale più affilata.
Se il primo album esplorava le radici e la comunità, The Color of Rain risponde direttamente al caos opprimente e distopico della realtà contemporanea. Monet osserva il mondo, fa doomscrolling tra notizie di guerre, incendi e corruzione, e si chiede ad alta voce come proteggere la propria anima senza cedere all'apatia e allo sconforto.
I 15 brani che compongono l'album si dividono tra la ferocia della critica e la morbidezza della guarigione: in "Hollyweird" - il singolo che ha preceduto l'album -, Monet attacca l'ipocrisia dei milionari di Hollywood in fuga dagli incendi di Los Angeles del 2025, mentre ignorano i veri drammi geopolitici del mondo. Le sue parole tagliano l'aria sopra un tappeto sonoro di bassi distorti e pulsazioni elettroniche incalzanti: «Un milionario può essere un senzatetto?», domanda lanciata con cupa ironia.
Lo stesso livello di cruda onestà si ritrova in un episodio posto quasi in chiusura, "Every Media Minute", dove Aja denuncia la spettacolarizzazione del dolore e della guerra attraverso i media e gli schermi dei nostri smartphone.
Un brani come "Skinfolk" celebra con orgoglio e sensualità la pelle nera e la sorellanza della diaspora, mentre siamo cullati dai synth caldi che ricordano le atmosfere di Beverley Glenn-Copeland.
In For the Congo, la poetessa usa il ritmo ancestrale delle percussioni (conga, djembe) per gridare contro i conflitti dimenticati e la violenza dei dittatori.
Come posso sopravvivere a questa incapacità di fermare i peggiori atti conosciuti dall'umanità?"Aja Monet, "For the Congo"
Non mancano momenti di pura introspezione: "Elsewhere" (dove compaiono la già citata Ndegeocello e Georgia Anne Muldrow) e "Working Class Musicians" mostrano il lato più umano dell'artista, tra la stanchezza fisica ed emotiva e il sorriso fiero di chi riconosce la fatica quotidiana, ma anche la gioia, della vita da musicista onesta.
L'affitto è dannatamente caro, il cibo è dannatamente caro, la benzina è dannatamente cara, la scuola è dannatamente cara, gli abiti sono dannatamente cara, le bollette del telefono sono dannatamente care e anche quelle della luce. Passare da concerto a concerto, suonando per vivere.Aja Monet , "Working Class Musicians"
Ciò che rende The Color of Rain un lavoro pienamente riuscito è il perfetto bilanciamento tra la forza delle parole e la maestria dei musicisti. La musica non sovrasta mai la voce di Aja Monet, piuttosto si espande e si contrae seguendo il flusso del suo respiro e della sua metrica da campionessa del Nuyorican Poets Cafe di Alphabet City, New York.
Monet riesce a dare voce a quel senso di frustrazione esistenziale e impotenza che molti provano di fronte al flusso continuo di informazioni di oggi, offrendo però, al tempo stesso, una via di fuga spirituale e collettiva.
Quando l'album si chiude sulle note accennate di "Indigo" e con la frase sussurrata «I feel like the colour of rain», si ha la sensazione di aver attraversato un rituale terapeutico. Un'opera d'arte magnifica, selvaggia e saggia.
L'obiettivo è quello di essere la poesia che stai cercando di scrivere da tutta la tua vitaAja Monet, intervista a The Guardian
P.S. 1 Nelle righe precedenti non ho mai nominato The Watts Prophets, The Last Poets o Gil Scott-Heron, ma ovviamente la loro presenza aleggia tra i solchi del disco.
P.S. 2 Aja Monet si esibirà il 28 agosto a Cella Monte (AL) all'interno di Jazz:Re:Found Festival.