L’indagine di Librasi verso l’essenza del suono

L’album Come vento tra foglie di ulivo rappresenta una nuova tappa della personale ricerca di Ermanno Librasi

AR

21 giugno 2026 • 3 minuti di lettura

Ermanno Librasi (foto Marita Viola)
Ermanno Librasi (foto Marita Viola)
Come vento tra foglie di ulivo, Haze – Auditorium Edizioni, 2026
Come vento tra foglie di ulivo, Haze – Auditorium Edizioni, 2026

Ermanno Librasi

Come vento tra foglie di ulivo

Haze – Auditorium Edizioni 2026

Con Come vento tra foglie di ulivo, Ermanno Librasi – clarinettista di formazione classica, insegnante di Educazione musicale e organizzatore di eventi culturali – firma un lavoro che conferma la sua posizione appartata e rigorosa nel panorama del jazz di ricerca italiano. Pubblicato da Haze – Auditorium Edizioni, l’album rappresenta il secondo capitolo di un percorso avviato con Farfalle su foglie d’ebano e destinato a far parte di una trilogia dedicata all’esplorazione di nuove possibilità timbriche. Se nel precedente episodio il clarinetto costituiva il centro espressivo del progetto, in questo nuovo disco l’attenzione si sposta verso strumenti di tradizione balcanica e mediorientale, chiamati a dialogare con elettronica, field recording e una concezione del suono aperta, mobile, quasi rituale.

Ermanno Librasi (foto Marita Viola)
Ermanno Librasi (foto Marita Viola)

Le undici tracce del disco nascono da sessioni di improvvisazione registrate nello studio di Varese dell’artista, secondo un metodo che trasforma la registrazione in parte integrante del processo compositivo. Librasi lavora sull’istante, seleziona il materiale più aderente all’idea originaria e solo in seguito lo fissa attraverso la trascrizione. Ne deriva una musica costruita su frasi essenziali, silenzi calibrati e stratificazioni elettroniche mai decorative.

Strumenti come il balaban, la zurna e la furulya non sono impiegati come fonti di colori esotici, ma come strumenti portatori di una diversa materia timbrico-melodica. Il balaban, in particolare, con la sua particolare intonazione, permette a Librasi di indagare quegli intervalli intermedi che il temperamento occidentale tende a escludere. In questo quadro, inoltre, la respirazione circolare diventa non solo una tecnica esecutiva, ma anche una forma di pensiero musicale: il suono si prolunga, muta, si deposita nello spazio con una continuità che richiama pratiche antiche e al tempo stesso si apre a una sensibilità contemporanea.

Ermanno Librasi (foto Marita Viola)
Ermanno Librasi (foto Marita Viola)

Tra i caratteri più interessanti di questo lavoro ritroviamo anche l’equilibrio tra materia acustica e utilizzo dell’elettronica, un elemento quest’ultimo che amplia la prospettiva espressiva dei diversi brani, plasmando una sorta di ideale e discreto contrappunto timbrico mobile e variegato, ora più presente ora appena percepibile in filigrana. Il risultato appare come una sorta di luogo sonoro in cui Oriente e Occidente cessano di essere categorie contrapposte e diventano tensioni interne allo stesso orizzonte musicale.

Come in “Parvaneh mi shod” (“Diventa Farfalla”) – lirica di Jalal al-Din Rumi, poeta e mistico persiano del XIII secolo, qui con la voce recitante di Marjan Matloob – anche in brani come Zaytun e Requiem for the West, per esempio, emerge con chiarezza la dimensione più evocativa del progetto, il primo rimandando simbolicamente all’ulivo e a una memoria mediterranea stratificata, il secondo prospettando una tensione drammatica che pare interrogare un presente distante da banalizzazioni e retoriche attualizzazioni.

Ciò che emerge negli undici brani qui raccolti appare quindi una sorta di ricerca sviluppata per sottrazione, affidandosi alla densità del timbro, alla qualità del tempo e del respiro, alla forza di melodie che procedono fuori dalle consuetudini armoniche del jazz tradizionale pur conservandone lo spirito di libertà. Un’indagine dinamica e vitale rivolta a perseguire un percorso personale che Librasi pare indirizzare verso l’essenza del suono.