A Roma la prima esecuzione assoluta de La vita nuda di Matteo D’Amico

Sandro Cappelletto ha ricavato il libretto da due atti unici di Pirandello. Direzione di Alessandro Cadario e regia di Cecilia Ligorio

MM

23 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

La vita nuda (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell'Opera di Roma)
La vita nuda (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell'Opera di Roma)

Teatro Nazionale, Roma

D'Amico: La vita nuda

20/10/2026 - 25/10/2026

La stagione 2025/2026 del Teatro dell’Opera di Roma si è conclusa con la prima rappresentazione assoluta de La vita nuda di Matteo D’Amico. È un ampio atto unico della durata di circa novanta minuti, basato su due atti unici di Luigi Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca e La patente. Il primo è un dialogo tra due uomini, uno dei quali è affetto da un tumore alla bocca e cerca di vivere con urgenza appassionata il poco tempo che gli resta, mentre l’altro trascorre un’esistenza grigia e banale. La patente è l’assurda vicenda di un uomo, perseguitato dalla fama di menagramo e per questo evitato da tutti e ridotto in miseria, che va in tribunale per esigere dal giudice una patente che gli riconosca la possibilità di esercitare la professione di jettatore e ricavarne così di che vivere.

Questi due brevi drammi pirandelliani non sono assolutamente stati trasformati un libretto tradizionale, ma smontati e poi fusi e rimontati in una serie di flash per lo più brevi o brevissimi, di poche frasi o anche solo di poche parole, che eliminano quasi completamente i “fatti”, già negli originali di Pirandello ridotti al minimo. La vita nuda emerge così dal groviglio esistenziale in cui vivono i personaggi. L’ “argomento” di questo atto unico è dunque - come è dichiarato già dal titolo - la nudità della condizione umana, che scorre al di sotto delle contingenze di una vita fatta di illusioni, malintesi, finzioni, ostinazioni, fissazioni.

L’autore di questo libretto - chiamiamolo così, anche se è ben diverso da quel che s’intende normalmente per “libretto” - è Sandro Cappelletto, che con un lavoro abilissimo di selezione e di montaggio dei testi dei due atti unici riduce al minimo i fatti narrati - che non sono l’elemento fondamentale del teatro di Pirandello ma quasi un pretesto - e si concentra invece sulla concezione pirandelliana della vita umana. Il testo di Pirandello è frammentato al punto che - con l’eccezione di poche scene un po’ più ampie - è arduo anche soltanto riconoscere i personaggi dei drammi originali.

Tutto si svolge nella notte e alle prime luci dell’alba nella stazione di un paesino sperduto, dove i viaggiatori sono bloccati per un guasto: un luogo simbolico. Costretti ad attendere che la linea ferroviaria venga ripristinata, i personaggi restano come in sospeso, senza una base e senza una meta. In questa situazione cadono le “maschere” indossate dai personaggi di Pirandello. E alla fine Cappelletto e D’Amico aggiungono una citazione che illumina ulteriormente la concezione della la vita dell’uomo da parte di Pirandello: sono i “lanternini” di cui lo scrittore parla nel romanzo Il fu Mattia Pascal, che si accendono e si spengono come lucciole e che rappresentano “il nostro sentimento della vita, che ci fa luce, illudendoci, e che, spento da un soffio, ci riporterà nell’ombra nera, paurosa, della notte universale”.

Nella Vita nuda non succede nulla d’eclatante in scena, non ci sono momenti chiave che emergano sugli altri, tuttavia la drammaturgia di quest’atto unico è “incalzante, serrata, anche grazie ad un testo fulmineo, caleidoscopico come quello di Cappelletto” e alla forte e naturale “propensione di Matteo D’Amico alla valorizzazione del rapporto musica-testo”, come sintetizza perfettamente Valerio Sebastiani nel programma di sala. Indubbiamente la valorizzazione del rapporto musica-testo è peculiare di D’Amico ed è alla base sia delle sue precedenti opere sia de La vita nuda.

L’intonazione del testo è il problema dei problemi delle opere contemporanee, che spesso si muovono tra una declamazione pseudonaturale ma in realtà artificiosa e fasulla e un’astratta costruzione musicale che stravolge le parole al punto di renderle incomprensibili. D’Amico non cade nell’una o nell’altra di queste trappole e naviga con sicurezza tra Scilla e Cariddi, rifuggendo dalla declamazione naturalistica e dando ad ogni frase una tornitura musicale attentamente soppesata, che non stravolge le parole ma le arricchisce di valori espressivi e musicali.

Insomma D’Amico sa perfettamente “quando e fino a dove rispettare la parola, e quando abbandonare il rispetto del testo”: lo dice egli stesso e lo mette in pratica. Non è facile, ci vogliono esperienza (ormai D’Amico ha un catalogo di opere piuttosto nutrito) e un senso innato per il suono e il valore delle parole. E non sono soltanto le voci dei cantanti ad assumersi questo delicato compito, perché è fondamentale anche l’orchestra, formata da una trentina di strumenti, spesso divisi in gruppi più piccoli, che producono sonorità leggere come un soffio, caratterizzando ogni frase con un colore, un ritmo, una breve cellula melodica specifici. E, seppure raramente, quest’orchestra può anche essere usata al completo per raggiungere violente esplosioni sonore.

La regista Cecilia Ligorio ha lavorato fianco a fianco con D’Amico e Cappelletto alla drammaturgia de La vita nuda e il risultato è una regia che aderisce completamente alle loro intenzioni, senza un solo gesto che non collimi perfettamente con il testo e la musica. Lo stesso vale per scene, costumi e luci, rispettivamente di Gregorio Zurla, Vera Pierantoni Giua e Fabio Barettin.

Il direttore Alessandro Cadario ha realizzato con la massima cura e precisione tutti gli infiniti dettagli della partitura: non si può che dargli ragione, quando rivendica lo “studio rigoroso della partitura, unito a una dedizione quasi utopistica nel realizzarla in ogni suo dettaglio”. Inappuntabili gli otto cantanti, che hanno parti più o meno lunghe ma sono tutti protagonisti nel momento in cui cantano: erano Andrea Concetti (Chiarchiaro, protagonista della Patente), Omar Montanari (l’uomo dal fiore in bocca), Annunziata Vestri, Maria Grazia Schiavo, Blagoj Nacoski, Marcello Nardis, Roberto Abbondanza e Federico Longhi.

Il Teatro Nazionale - il secondo palcoscenico dell’Opera, capace di circa settecento spettatori - era gremito e il successo è stato unanime e caloroso, come raramente accade per un’opera contemporanea.