L’essenza di Nabucco
Al Festival Verdi un Nabucodonosor efficace, plasmato dall’astratta regia di Pizzi e dalla concreta direzione di Lanzillotta
16 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura
Parma, Teatro Regio - Festival Verdi 2026
Nabucodonosor
03/10/2026 - 24/10/2026Dopo Alzira e Aida, la nuova produzione di Nabucodonosor – così titolato in programma, come nella partitura autografa di Verdi e nella prima edizione a stampa, anche se in seguito lo stesso compositore utilizzò l’ormai più comune riduzione Nabucco – ha completato la triade di titoli verdiani che abitano il cartellone 2026 del Festival Verdi, qui proposto in un nuovo allestimento coprodotto con il Teatro Comunale di Bologna e il Teatro Carlo Felice di Genova. Il ritorno del titolo verdiano nel teatro parmigiano si è collocato sotto il segno di un’essenzialità dichiarata: Pier Luigi Pizzi – autore di regia, scene e costumi – è tornato a quest’opera dopo le esperienze del 1978 al Maggio Musicale Fiorentino e della più recente produzione per la Fondazione Rete Lirica delle Marche, scegliendo di partire dalla leggibilità del testo e dalla riduzione degli elementi spettacolari.
Una scelta che è risultata funzionale a una partitura che affida la propria forza non tanto alla complessità drammaturgica quanto alla nettezza dei contrasti. Nabucodonosor, terza opera di Giuseppe Verdi su libretto di Temistocle Solera, presenta infatti una struttura attraversata da pagine di immediata efficacia accanto a passaggi più convenzionali. Un titolo che resta naturalmente fondamentale nel percorso del compositore: dal debutto scaligero del 1842 prese infatti avvio l’affermazione di un linguaggio fondato sulle voci scure, sulle ampie arcate melodiche e su una densità orchestrale destinata a segnare il decennio successivo. In questo quadro, la regia di Pizzi ha cercato di ricondurre quest’opera a una essenziale consistenza narrativa costruita sui rapporti fra potere, fede e conflitto familiare.
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L’impianto visivo – come ha avuto modo di dichiarare lo stesso regista – è stato concepito per sottrazione, concentrandosi su l’essenza di un disegno scenico capace di evocare spazi pregnanti e funzionali al tempo stesso, ambienti ideali nei quali i protagonisti si muovono con efficace coerenza drammaturgica, contribuendo a plasmare una narrazione pulita e densa al tempo stesso. Un approccio che ha affidato la comprensione dello sviluppo della vicenda a una precisa organizzazione dello spazio e dei movimenti scenici, curati da Marco Berriel. Le efficaci luci di Massimo Pizzi Gasparon Contarini hanno avuto il compito di definire le diverse atmosfere senza appesantire una concezione volutamente elegante e lineare.
Sul versante musicale, Francesco Lanzillotta ha diretto l’edizione critica curata da Roger Parker per The University of Chicago Press e Casa Ricordi, alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e del Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani. Al di là di alcune impressioni di disallineamento ritmico tra le compagini strumentale e corale, la sua lettura ha confermato la lucida ed efficace personalità interpretativa del direttore, animata da un gesto eloquente, concreto e funzionale, ponendo al centro il contrasto fra l’impasto orchestrale protagonista dei passaggi più imponenti e i momenti di più raccolto lirismo. Significative in questo senso sono emerse pagine come “S’appressan gl’istanti” del secondo atto – condotta con trascinante equilibrio tra le voci soliste, coro e orchestra – e il duetto “Donna, chi sei?” del terzo atto.
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Il coro ha occupato naturalmente una posizione centrale, confermandosi non soltanto una massa sonora, ma un soggetto drammatico collettivo, con il “Va, pensiero” che continua inevitabilmente a condizionare la percezione dell’intera opera (e finendo per comprendere anche il bis concesso alla recita che abbiamo seguito, la seconda dell’11 ottobre). La popolarità di questa pagina – sovente travisata in inno, mentre rimane il lamento di un popolo smarrito – non dovrebbe tuttavia isolarla dal resto della partitura: il suo valore espressivo è generato dal percorso narrativo che la precede e plasmato dalla qualità con cui la compagine vocale articola parola, fraseggio e varietà dinamica, tutti elementi ottimamente restituiti in questa occasione dal coro del Regio di Parma.
Nel ruolo del titolo, Ariunbaatar Ganbaatar ha affrontato con solida consapevolezza una parte che richiede concretezza nel registro centrale, incisività dell’accento e una progressiva trasformazione espressiva, passando dalla violenza del conquistatore alla fragilità dell’uomo sconfitto e infine convertito. Abigaille, affidata alla sicura presenza scenica e alla salda ed efficace risposta vocale di Lidia Fridman, ha sostenuto il principale banco di prova vocale della serata, nel quale estensione, agilità, volume e resistenza devono accompagnarsi a un fraseggio capace di restituire l’ambizione e le incrinature del complesso personaggio. Michele Pertusi, qui forse non nella sua condizione migliore, ha restituito uno Zaccaria adeguato, privilegiando l’autorevolezza scenica e la nobiltà della linea espressiva.
Completavano il cast Andrés Moreno García nei panni di Ismaele, Laura Verrecchia nel ruolo di Fenena, Adriano Gramigni in quello Gran Sacerdote di Belo, Simone Fenotti nelle vesti di Abdallo e Maria Cristina Bellantuono nei panni di Anna. Il folto pubblico presente ha infine tributato un bel successo alla serata e a tutti gli artisti impegnati, con un calore particolare per Ariunbaatar Ganbaatar Lidia Fridman e Michele Pertusi.