Giuseppe Chiari, cento anni sconfinando tra musica e arte
Romaeuropa dedica con Tempo Reale una doppia manifestazione al maggior esponente italiano di fluxus
21 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura
Ex-Mattatoio del Testaccio, Roma
Giuseppe Chiari | La luce - Fluxus Tree, Romaeuropa Festival
17/10/2026 - 18/10/2026Nella sempre ricca e sfaccettata programmazione del Romaeuropa Festival in corso, un focus si è posato sulla linea fluxus della (re)invenzione delle arti del suono, prendendo spunto dal centenario della nascita di Giuseppe Chiari, attraverso una collaborazione col Centro Tempo Reale di Firenze. Fiorentino egli stesso, Chiari in Italia ha per primo e più a fondo interpretato quella ventata di ricerca transdisciplinare alzatasi per fluxus a inizio anni Sessanta, ma spirante diffusamente ancora in tante aree della creatività portata allo sconfinamento e alla concettualità.
Con Chiari, trasversalmente artista e performer, ci si muove da una costellazione di idee, più o meno figliatesi – come fluxus in generale – dall’esperienza di John Cage, che abbattono alcuni luoghi comuni tecnici ed estetici: che la musica (e l’arte) debba essere materia creativa per specialisti, abbassando così le competenze ‘artigianali’ ma alzando l’asticella della problematicità di pensiero; conseguentemente, che i materiali delle arti siano restringibili a quelli già confezionati dalla tradizione, aprendo così l’operabilità artistica ai dati – suoni, comportamenti, spazi etc. – della vita; che il fulcro dell’opera sia un testo anziché una performance.
La triangolazione di quei principi ha generato nella prassi di Chiari, come in molta arte fluxus, una serie di ‘partiture verbali’, ovvero sistemi di istruzioni agibili sia in pubblico sia in privato, più volte riformulati dagli anni Sessanta in poi sul piano testuale come su quello strettamente performativo. Proprio una partitura verbale inedita, La luce (1966), consistente in un nudo elenco di permutazioni delle coppie buio/luce e silenzio/rumore, è stata ri-attivata in un progetto firmato da Francesco Giomi e Agnese Banti, circolato già in altre sedi (a questo link la realizzazione del 2022 presso Palazzo Fabroni a Pistoia).
L’installazione, fruita in un piccolo ambiente per piccoli gruppi, colpisce e convince nel suo restare aderente a una lettura basica, minimale, molto anni Sessanta, dei materiali offerti (lampadine pendenti a muro, fasci di luce, suoni di corrente elettrica, un paesaggio sonoro) e a un criterio organizzativo non-direzionato ed informale, lasciando che on/off e differenziali d’intensità imprimano nella persistenza percettiva del fruitore combinazioni cangianti; l’irruzione di scariche d’armi non contraddice quest’impianto, attualizzandolo attraverso una connotazione ipermoderna.
La performance serale Fluxus Tree, collocata in una sala dell’Ex Mattatoio romano e ben presentata da Giulia Sarno, ha proposto senza soluzione di continuità lavori della finestra 1962-68 più o meno riconducibili al movimento, oltre che al suo grande antecedente: dei due titoli di Chiari, Suonare la stanza e Quel che volete, il primo ha esplorato acusticamente perimetro o arredo dello spazio d’esecuzione, nel quale i performer si sono infine disposti al centro col pubblico ai bordi. I presenti sono stati coinvolti così in Wood Piece – version for a community di Yoko Ono (1963), venendo chiamati ad agire su piccoli oggetti/strumenti lignei, con la sola indicazione di variare quanto possibile il risultato fonico individuale: è un esperimento significativo, poiché il caos statistico che inevitabilmente ne è derivato problematizza – in direzione anarchica – proprio il concetto di comunità.
Se Sapporo di Toshi Ichiyanagi (il primo marito di Yoko Ono) appare legato all’allora – 1962 – consolidato filone della musica aleatoria, la carica anarcoide ma metodica è brillata nel lavoro finale della performance: Variations VI (1966) di Cage è un dispositivo che, attraverso la combinazione casuale di simboli su trasparente, chiama i suoi realizzatori a disegnare un assetto spaziale di fonti ad libitum e modulatori elettronici dei segnali.
Il Tempo Reale Electroacoustic Ensemble ne ha dato una versione insieme oggettuale e dionisiaca: ha dislocato gli eventi nel tempo in modo da far montare verso la conclusione una debordante saturazione sonora finale, troncata dalla sovrastata performer vocale – la sua intonazione di Aria di Cage annegava sotto il feedback – all’ultimo distacco dei cavi di collegamento. Applausi lunghi e convinti per i cinque performer – Monica Benvenuti, Milena Punzi, Francesco Canavese, Simone Faraci, Francesco Giomi – anche per la loro capacità di rivivificare opere apparentemente così distanti da oggi sul piano storico.