Tra l’Arno e il Mincio, polifonie e recitar cantando
Grande successo per il concerto dell’ensemble L’Homme Armé che intrecciava musiche e stili diversi fra due corti, Firenze e Mantova
21 settembre 2026 • 3 minuti di lettura
Auditorium di Sant'Apollonia, Firenze
L'Homme Armé "Tra l'Arno e il Mincio", festival Flo.Re.Mus.
20/09/2026 - 20/09/2026L’impaginazione di questo bel programma proposto nell’ambito del festival fiorentino Flo.Re.Mus dall’ensemble L’Homme Armé (con le voci di Sonia Tedla Chebreab, soprano, Marta Fumagalli, sextus, Andrés Montilla Acurero, tenore, Riccardo Pisani, quintus, Gabriele Lombardi, basso, e l’eccellente accompagnamento di Giovanni Bellini e Bianca Cucini, chitarrone e viola da gamba), con le musiche di Giaches de Wert, Salomone Rossi, Alessandro Striggio senior, Benedetto Pallavicino, Giulio Caccini, Francesco Rasi, Marco da Gagliano, Claudio Monteverdi, illustrava egregiamente diversi temi.
In primo luogo, e come filo conduttore, la collaborazione, nello scambiarsi i musicisti per le celebrazioni e occasioni importanti, fra le corti dei Medici e dei Gonzaga, già legate a fine Cinquecento (1584) dal matrimonio di Vincenzo I Gonzaga con Eleonora de’ Medici, collaborazione risoltasi nella ripetuta presenza dei mantovani a Firenze per i famosi Intermedi della Pellegrina del 1589, e poi dei fiorentini a Mantova.
Ancor più, la rappresentazione efficace della compresenza di due stili, il recitar cantando inventato dai fiorentini (qui rappresentato in particolare da Giulio Caccini con la sua celebre Amarilli) e la maturità del madrigale polifonico, fino alla fusione monteverdiana; e anche una sorta di procedere degli affetti dalla festosità al lutto, dal gioioso Cantiam del Mincio dell’allora maestro di cappella dei Gonzaga Giaches de Wert, scritto proprio per quelle nozze del 1584, alla tragica Sestina. Lacrime d’Amante al Sepolcro dell’Amata dal Sesto libro dei madrigali di Claudio Monteverdi, che si riferisce alla morte della giovanissima cantante Caterina Martinelli, che avrebbe dovuto essere la protagonista della perduta Arianna monteverdiana (di cui sopravvive solo il celebre lamento Lasciatemi morire) che andò in scena a Mantova nel 1608, con Virginia Andreini nel ruolo di Arianna.
I limiti cronologici ideali sono dunque costituiti dal 1584 e dal famoso biennio mantovano 1607 – 1608 che, come noto, vide l’Orfeo, l’Arianna e il Ballo delle Ingrate di Monteverdi, nonché la Dafne del fiorentino Marco da Gagliano, e c’è dentro il passaggio fra due epoche musicali, Rinascimento e primo Barocco. Ciò che si osservava nei brani degli autori proposti era ciò che si verifica anche nella pittura italiana del Rinascimento e Barocco, e cioè una qualità davvero aurea, che anche quando non ha il suggello del genio, come in Monteverdi, produce anche nei “minori” come Rossi, Pallavicino, Rasi, risultati altissimi sul piano della scrittura e dell’espressione, e si lascia piegare dal tema e dalle occasioni in direzioni diverse.
Pensiamo al grande Jaches de Wert, polifonista capace di toni gravi come nel suo madrigale forse più celebre, Giunto alla tomba da Torquato Tasso, e qui, invece, autore del leggiadro e lieve Cantiam del Mincio; e, al contrario, a Marco da Gagliano, un esponente del nuovo stile e qui presente invece come madrigalista studiato e sapiente (Tanto è dolce il martire, Occhi un tempo mia vita). Di questa transizione Monteverdi rappresenta il vertice, qui rappresentato da due capolavori, il Lamento della Ninfa, in cui la Ninfa era resa con originalità e senso drammatico da Sonia Tedla Chebreab, e la già citata Sestina, che erano però preceduti da un pezzo di più raro ascolto, il delizioso Augellin che la voce al canto spieghi (dal Settimo Libro) per il terzetto di tenori (in realtà, com’è noto, due tenori e un basso, come nel Lamento della Ninfa) e continuo.
Esecuzioni eccellenti da parte di tutti: ancora una volta abbiamo ammirato lo stile esecutivo dell’Homme Armé, in cui una complessiva compostezza e grande limpidezza, nella restituzione di linee orizzontali e armonie verticali perfettamente calibrate (e spesso oramai drammatizzate dall’urgenza espressiva del nuovo stile) si congiunge ad una forza e intensità che poggia sulle intenzioni comunicative del testo poetico, sul suo scavo. Successo eccellente e prolungato.