Olympia, una replicante tra AI e commedia postmoderna

È andata in scena a Bologna in prima assoluta Olympia, nuova opera di Nicola Campogrande

AR

17 maggio 2026 • 6 minuti di lettura

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Bologna, Teatro Comunale Nouveau

Olympia

15/05/2026 - 19/05/2026

Seguendo la vicenda di Olympia – nuovo lavoro teatrale di Nicola Campogrande che è stato presentato l’altra sera in prima assoluta grazie a una produzione del Teatro Comunale di Bologna – una sorta di reminiscenza ha accompagnato il passo drammaturgico dinamico e variegato di questa opera in due atti che il compositore torinese ha musicato su libretto di Piero Bodrato, messa in scena al Comunale Nouveau in un allestimento affidato alla regia di Tommaso Franchin.

Se il tema di fondo che alimenta l’opera – quello, in estrema sintesi, rappresentato dal rapporto uomo-macchina – appare ormai antico, altrettanto frequentato risulta quello relativo all’intersezione fra sentimento umano e sviluppo tecnologico, specie in un tempo abitato dall’Intelligenza Artificiale. Proprio questo ultimo elemento – l’AI, appunto – segna la cifra di un lavoro di teatro musicale che, pensato quando uno strumento come ChatGPT stava per apparire sul largo mercato “consumer”, va in scena quando i chatbot generativi conversazionali sono ormai nostri interlocutori quotidiani.

Una manciata d’anni che lo stesso compositore rileva descrivendo il lavoro di creazione di quest’opera condiviso con il librettista Bordato: «nell’estate del 2022 abbiamo cominciato a immaginare un’opera sulle tecnologie senzienti e sull’intelligenza artificiale, che in quel momento sembravano qualcosa di futuribile […]. Ci piaceva l’idea di riprendere liberamente la traccia di alcuni racconti scritti da Hoffmann all’inizio dell’Ottocento che parlavano di automi e farne una storia che si ambienta nel presente».

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Ispirata quindi a Der Sandman di E.T.A. Hoffmann, la partitura prende spunto da un immaginario letterario più o meno noto per innestarlo su un tema di stringente attualità, quello appunto dell’intelligenza artificiale e delle implicazioni etiche connesse alla creazione di entità artificiali capaci – o potenzialmente capaci – di sviluppare coscienza di sé.

Il soggetto ruota attorno alla figura di Olympia, creatura ideata dall’ingegner Lamberto Spallanzani e presentata come una giovane donna di fascino eccezionale, inconsapevole della propria natura di androide. L’impianto drammaturgico si dipana sul progressivo slittamento da una dimensione di meraviglia quasi prometeica a una riflessione più problematica sui limiti della scienza, sul rapporto fra creatore e creatura e sul confine, mai del tutto definibile, che separa l’umano dalla macchina. In questo quadro, il percorso di autoconsapevolezza di Olympia costituisce il baricentro del racconto: non tanto semplice oggetto di desiderio o proiezione del mondo maschile, quanto figura chiamata a interrogare la propria identità in uno spazio ambiguo, sospeso fra programmazione e libertà, funzione e coscienza.

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Il tema rappresentato dal rapporto tra essere umano ed essere tecnologico, in verità, viene arricchito da altri rimandi legati soprattutto al rapporto uomo-donna, che portano Olympia a incarnare anche un simbolo di riscatto femminile divenendo, alla fine, padrona e “manager” di se stessa, sulla scia della spinta di una sorta di rivendicazione femminista incarnata dal personaggio la filosofa scozzese Sherry Hope, ex fidanzata dello scienziato Spallanzani, quest’ultimo creatore di un vero e proprio prototipo di “donna oggetto” («Ma certo, caro Zoltan / Provatela. Ci tengo.» dice di Olympia lo stesso Spallanzani rivolgendoli al socio in affari).

Ed è proprio Sherry Hope a indicare la strada dell’indipendenza alla protagonista – quando entra in scena nel secondo quadro del secondo atto, Olympia ha ai piedi le scarpe rosse (rosse non a caso, naturalmente) indossate per tutta l’opera dalla filosofa – dopo essere stata protagonista, nel secondo atto, di quella che si potrebbe definire una vera e propria aria dell’orgoglio della donna: «Povera Olympia mia: senza una speranza / A piacer loro accesa oppure spenta. / Bambola bella, senza una coscienza. / Pronta a rassicurare: “Sì, ti adoro”. / Senza domande, senza resistenza… […] Sorelle, che pazienza!».

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Tutto questo lo troviamo immerso nel tessuto musicale denso e articolato ideato da Campogrande, autore che nel panorama italiano attuale ha costruito un suo profilo riconoscibile attraverso un linguaggio attento tanto alla tradizione quanto alle sollecitazioni del presente. La sua scrittura sembra qui orientata a mantenere una chiarezza comunicativa costante, evitando sia l’astrazione compiaciuta sia il ricorso a un facile effetto illustrativo. L’operazione appare concepita per rendere accessibile e immediata la complessa tematica trattata, cercando un equilibrio fra riconoscibilità teatrale e attualità del tema. In questo senso, Olympia si inserisce in una linea di teatro musicale contemporaneo che utilizza un linguaggio chiaramente tonale, puntando meno alla frattura radicale con il repertorio del passato e più a un dialogo controllato con i codici della tradizione operistica, alimentati anche da stilemi e ingredienti espressivi di matrice popular.

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Una scrittura che, dal punto di vista del canto, diviene anche segno narrativo, basti pensare alla metamorfosi dell’identità vocale della protagonista la quale, dagli scoperti intervalli verso la tessitura acuta di gran parte dell’opera – si veda, per esempio, la risposta “Tu del cuor mio, padrone” a quella sorta di password vocale reiterata da Spallanzani “Dea e bambola. Ossessione!” –, arriva alla linea melodica più sinuosa della parte finale dell’opera. Un segno musicale, quello che alimenta quest’opera nel suo complesso, che pare attingere a un ideale repertorio di riferimento che va da Puccini a certo Bernstein (West Side Story, per esempio), innestando nella riconoscibile struttura operistica i colori più dinamici e variegati – soprattutto negli impasti orchestrali scaturiti dalla ricca sezione delle percussioni – di una contemporaneità certo elegantemente ricercata, ma anche vivacemente pop.

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna – quest’ultimo ben preparato da Giovanni Farina – Riccardo Frizza affronta la nuova partitura con palese concretezza, gestendo con efficacia sia le voci sul palcoscenico sia una compagine strumentale nutrita e coesa, capace di restituire con efficacia sia le varie sollecitazioni dinamico-ritmiche, sia le oasi strumentali più liriche e dilatate.

La regia di Tommaso Franchin, al terzo incontro con Campogrande, ha proposto una lettura concettuale nel complesso funzionale, plasmata dalla volontà dichiarata di spostare il fuoco dalla semplice dimensione fantastica alla traiettoria interiore della protagonista, intesa come figura al centro di un percorso di emancipazione. Si tratta di una scelta coerente con la natura del soggetto, assecondata dalle scene di Fabio Carpene, dai costumi di Giovanna Fiorentini e dalle luci di Manuel Garzetta, che hanno concorso a definire il quadro visivo di uno spettacolo immerso in un tempo assieme presente e astratto, che pare trovare un sostanziale – e non scontato – equilibrio fra funzionalità e narratività teatrale, nel tracciato di una sorta di colorata commedia postmoderna.

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Il cast ha visto protagonisti Isidora Moles, che ha interpretato con bell’impegno la parte di Olympia, e Stefan Astakhov nei panni di un efficace Lamberto Spallanzani, affiancati dalla brava Candida Guida nel ruolo di Sherry Hope, Francesco Castoro in quello del marito “farfallone” Jean Paul Dupont, mentre Eugenio Di Lieto ha dato voce a Zoltan, l’imprenditore cinico socio di Spallanzani.

Se nel corso dell’opera sono stati evocati rimandi ad altre vicende simili – «automi, cyborg, Frankenstein» – arricchiti da divertenti filastrocche – «golem e cyberpunk. / Il turco gioca a scacchi / l’anatra fa la cacca… / Non ci capisco un’acca, / do i numeri così» –, quella sensazione di reminiscenza che mi ha accompagnato per tutta l’opera rimanda infine al cinema. Un percorso di riferimenti che da Metropolis di Fritz Lang – film del 1927 ambientato guarda caso in un futuribile 2026 – arriva al Blade Runner di Ridley Scott, con quest’ultimo che vede il percorso di acquisizione di consapevolezza di Rachael, replicante di ultima generazione e inizialmente ignara di esserlo.

Olympia (foto Andrea Ranzi)
Olympia (foto Andrea Ranzi)

Uno spettacolo variegato e complesso, dunque, la cui restituzione scenica dal segno dinamico e coinvolgente ha convinto il pubblico presente nella sala del Comunale Nouveau, il quale alla fine ha salutato con generosi applausi tutti gli artisti impegnati.