Festival Aperto: benvenuti in tempi interessanti

Tra Armenia, requiem elettroacustici e riletture del mito davisiano, una prima immersione nel cartellone del festival

NC

13 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura

Naghash Ensemble, foto di Andrea Mazzoni
Naghash Ensemble, foto di Andrea Mazzoni

Aperto Festival, Teatro Ariosto, Reggio Emilia

Festival Aperto

03/10/2026 - 09/10/2026

La diciottesima edizione di Festival Aperto, con il sottotitolo, mutuato da Zizek, “benvenuti in tempi interessanti” , in vari luoghi di Reggio Emilia propone anche per l’autunno 2026  per quanto riguarda la musica (nella rassegna convergono anche teatro e danza) concerti, prime assolute, commissioni, a rendere viva per due mesi una città che da anni, purtroppo, a parte alcune iniziative dal basso, brilla per la piattezza dell’offerta culturale approntata dall’amministrazione e dalle personalità a vario titolo a questo preposte, forse dimentiche del suo passato luminoso, che oramai sfuma nelle nebbie del ricordo, o semplicemente incapaci di avere uno straccio di idea, di visione, di progettualità per uscire dalla gabbie soffocanti dell’ovvio, del rassicurante, del consolatorio. 

Aperto per fortuna è un’entità a parte, immune da questo virus; quanto segue è il nostro personale racconto di tre degli spettacoli andati in scena recentemente. Cominciamo al teatro Ariosto con Naghash Ensemble, un sestetto guidato dal compositore armeno-americano John Hodian con le voci di Hasmik Baghdasaryan (soprano) Tatevik Movsesyan (soprano)  e Shahane Zalyan (contralto),  Andranik Gasparyan al duduk (un aerofono ad ancia doppia), Aram Nikoghosyan allo oud e Tigran  Hovhannisyan al dhol (una percussione).

Pur nella gabbia talora un po’ rigida delle composizioni, le melodie e i ritmi spesso incalzanti mettono in luce il nitore elegiaco della scrittura e la bellezza delle armonie vocali delle tre voci femminili. Dedicate al corpus poetico di Mkrtich Naghash, sacerdote e poeta armeno del XV secolo, queste canzoni che coniugano arcaico e moderno sanno di nostalgia, di diaspora, di inni dolenti a Dio e acquistano ulteriore forza negli arrangiamenti grazie alla potenza del duduk, alle scarne fioriture dell’oud e alle punteggiature percussive.

Al netto di qualche passaggio armonico talora un po’ risaputo i pezzi sanno sempre far fiorire idee che talvolta sfociano in mari che implausibilmente non paiono così lontani da certa classicità pop. Un amico, ascoltatore di lungo corso, acutamente ci fa notare all’uscita che un termine di paragone per queste musiche potrebbero essere i Magma, per l’afflato corale e pugnace e anche per il mood epico che attraversa tutto il concerto.

Il giorno dopo alla Cavallerizza è il turno di “Altri Rami”,  nuova commissione e prima assoluta di Filippo Perocco, per ensemble, elettronica e video. Una soprano, contrabbasso, pianoforte, chitarra elettrica, fisarmonica, sax e appunto video (se ne occupa Lillevan, qualcuno lo ricorderà coi Rechenzentrum) dipingono un mood tra l’austero e l’elegiaco: una sorta di requiem enigmatico tra estetica del disapparire e del trascolorare, mentre una tantum fa capolino un carillon nella nebbia e si intravede la lama di un coltello nella neve.

La scrittura riporta a certo jazz scandinavo tinto di avant e folk (Christian Wallumrød) e a pronuncia e postura che fanno pensare ai trattamenti elettronici del catalogo ECM a firma Ricardo Villalobos e Max Loderbauer. L’andamento indugia tra l’ipnotico e il caracollante, il raccolto e il cameristico, col piano a condurre una lenta danza di inciampi, sbuffi di fisarmonica e sax, chitarra e contrabbasso che danno profondità e colore come alberi nella brughiera. L’impressione è quella di un mandala elettroacustico che si sfalda continuamente ed esattamente nel momento stesso in cui la forma è a un passo dall’essere compiuta. Il titolo del lavoro, che nel complesso non ci ha convinto pur contenendo buoni spunti, risuona tra l’altro in maniera sinistra con l’attualità locale, dove un bosco lungo la via Emilia è stato da poco abbattuto per fare posto all’ennesimo supermercato.

Chiudiamo questo breve e personalissima immersione nella prima parte del programma di Aperto (che prosegue fino al 15 novembre) con il tributo ai cento anni di Miles Davis del Wayne Horvitz Electric Circus, “Miles In The Sky”: il musicista americano è alla conduction, alla Butch Morris, mentre la band è composta da undici musicisti italiani: vamps, satori, rumore, groove, citazioni e riprese da “Bitches Brew” e “In A Silent Way”, da quel brodo ribollente e  primordiale dove tanti suoni hanno preso vita.

Se all’inizio del set gli interpreti danno l’impressione di dover un po’ trovare la quadratura del cerchio mano mano il live cresce, in particolare con una intensa reinterpretazione proprio della title track di “In A Silent Way”, con le voci di Emanuele Marsico (anche alla tromba) e Valeria Sturba (pure a violino, elettronica e giocattoli) a dare un mood da alap (la parte iniziale del raga indiano) elettrico.

Cogliamo anche una bella e profonda versione di “Hit it and quit it” dei Funkadelic, dove il funk-rock dionisiaco dell’originale erutta in incandescenti lapilli jazz-rock (Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica, Pee Wee Durante a hammond e tastiera) che si frantumano secondo mille prospettive ritmiche diverse (ottimo il lavoro alle percussioni di Simone Padovani, sempre lieve e cruciale Zeno De Rossi alla batteria, a dialogare col basso elettrico di Filippo Cassanelli e il contrabbasso di Silvia Bolognesi) mentre le fanfare di pacifici guerrieri (la sezione fiati a quattro con , oltre al già citato Marsico, Tony Cattano al trombone, Beppe Scardino al sax baritono e Tobia Bondesan al soprano) dialogano e svisano facendo finire il pezzo in gloria free-funk.

Nel complesso un concerto che, vista la valanga di inutili tributi che ammorbano i palchi, omaggia doverosamente e in modo non banale un gigante, e riesce a farlo in modo non eccessivamente didascalico ma che ci ha fatto pensare anche che l’ensemble necessitasse di ulteriore rodaggio perché tutti i meccanismi fossero perfettamente oliati.